GESÙ UN UOMO FIRMATO DA DIO
Renato Rosso
GESÙ UN UOMO FIRMATO DA DIO
Renato Rosso
Gesù è certamente l’uomo più straordinario della storia dell’umanità, e per molti aspetti la supera. Tutti i teologi e i filosofi della storia – almeno degli ultimi duemila anni – hanno sentito il dovere di confrontarsi con il fenomeno Gesù: per adorarlo o condannarlo, per prenderne le distanze oppure per combatterlo; ma nessuno ha potuto ignorarlo.
Migliaia di teologi cristiani e Padri della Chiesa hanno studiato, approfondito e sviscerato il mistero di Gesù, Messia e Figlio di Dio. Solo nel secolo XIX – quando il libro cartaceo aveva ancora un ruolo centrale nella diffusione del pensiero – furono scritti oltre 62.000 libri su di Lui.
Anche un filosofo come Benedetto Croce arrivò a scrivere: «Il cristianesimo è stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto». Kant, Hegel, Marx e praticamente tutti i filosofi degli ultimi venti secoli hanno dovuto, prima o poi, confrontarsi con il problema di quest’uomo.
Nell’arte
Che cosa non hanno prodotto l’arte pittorica e la scultura – chiamate a raccontare e approfondire i misteri della fede – nelle migliaia di chiese, musei e perfino nelle nostre case?
Quale personaggio ha occupato più spazio su tele, mosaici, pareti affrescate e nell’immensa statuaria del mondo?
Anche i milioni di cappelle, chiese, cattedrali e basiliche disseminate in tutto il globo testimoniano una fede in Gesù Cristo robusta, equilibrata ed espressa in forme di straordinaria bellezza.
E la musica? Quanti milioni di spartiti per strumenti musicali hanno dato vita a inni, canti, sinfonie e corali nelle chiese, nei teatri e nelle case, glorificando questo nome: Gesù?
Il Dio di Gesù
Il racconto che verrà proposto nei prossimi articoli ci farà intravedere il Dio annunciato da Gesù Cristo: il Dio buono, il Dio dei poveri e dei peccatori, che hanno bisogno soltanto di perdono, misericordia e compassione. Mentre prega, talvolta Gesù rivolge gli occhi al cielo, come rapito dal Padre; eppure non perde mai di vista nessun uomo, nessuna donna, nessun bambino che possa aver bisogno di Lui. I poveri e i malati sperano che ritorni presto nei loro villaggi e nei loro accampamenti, perché sentono di averne profondamente bisogno.
Gesù, il cuore della storia
Non solo i picoli, i semplici, ma anche imaggiori pensatoeri, studiosi e filosofi non cristiani di questi ultimi 2000 anni non hanno potuto fare a meno di confrontarsi con Gesù Cristo. Per essi, Gesù è morto quel venerdì pomeriggio e ha lasciato nelle loro mani solo la ricchezza dei suoi insegnamenti morali e del suo comportamento della più nobile virtù. Essi non hanno fatto in tempo ad incontrarlo risorto e vivente, ma hanno testimoniato di aver incontrato in Lui il cuore della Storia e nessuno da porre a confronto con Lui.
Leggendo i testi dei Profeti, i discepoli compresero meglio il Profeta Gesù.
In oltre trecento pagine della Bibbia si parla di un masiah (unto), un Messia, una figura regale, un consacrato di Dio o di tempi messianici. Le profezie non avevano mai specificato chiaramente chi sarebbe stato quell’inviato di Dio e come si sarebbe presentato. Il popolo di Israele, comunque, dopo secoli di attesa, aspettava l’arrivo di questo salvatore-liberatore proprio nel primo secolo dell’era cristiana
Gesù è il vero Messia
I discepoli di Gesù comunque avevano almeno potuto capire che Lui doveva essere quel Messia tanto atteso, anche se non riuscivano a inquadrarlo in una cornice attendibile. Solo al termine della vita del Maestro, i discepoli hanno potuto leggere e capire certi testi come quello del servo sofferente, in cui Isaia afferma che era disprezzato e rifiutato dagli uomini: «uomo dei dolori, sperimentato nel soffrire… fu maltrattato e non aprì bocca... Hanno trapassato le mie mani e i miei piedi; posso contare tutte le mie ossa... Essi si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte». I dodici avevano capito chiaramente che Gesù era il Messia ma, mentre era ancora in vita, essi avevano ipotizzato altrettanto chiaramente che fosse il liberatore dagli invasori romani, anche se in questo cambiamento politico non si poteva immaginare una rivolta armata, perché Gesù aveva appunto proclamato l’amore per i nemici. E, poiché aveva manifestato una forza superiore, che nessuno aveva mai dimostrato di avere, era doveroso aspettarsi che sarebbe stato Lui a portare a termine, sia pure in un modo pacifico, l’impresa della liberazione. Tutti sognavano il tempo del Messia.
Il tempo era arrivato. Gesù era diventato questa speranza: finalmente una vita senza guerre, cibo abbondante, il buon pane profumato, vino, latte e miele, come si era sempre sperato per l’arrivo del Messia. Gli apostoli avevano assistito al fatto che i poveri senza cibo erano stati sfamati abbondantemente con pane e pesce. Gente triste aveva ricevuto abbondante vino per la festa. Gli apostoli avevano pure visto che i malati avvicinati da Gesù guarivano. Paralitici, sordi, muti, epilettici, lebbrosi venivano curati dalla sola volontà di Gesù. Perfino alcuni morti erano stati riportati in vita da Gesù stesso, quindi era chiaro che il Messia atteso da secoli non poteva essere che Lui. Però la guerra contro Roma non era stata combattuta e Israele continuava ad aspettare la sua liberazione.
Un problema non risolto?
Per alcuni, comunque, il problema esisteva: “Se non si fa la guerra contro Roma, allora che cosa bisogna fare? Dobbiamo accettare passivamente la schiavitù?”. I Romani erano ancora là con i loro soldati, l’esercito, la strafottenza e i castighi. Il personale romano continuava a passare di tanto in tanto nelle strade di Gerusalemme con le carriole cariche di chiodi – talvolta lunghi mezzo metro – per terrorizzare i sudditi, affinché non osassero scantonare i confini della loro sudditanza. Tutto ciò spingeva i discepoli a pensare che bisognava orientarsi verso una nuova direzione, che non era la lotta armata. Questo significa, forse, che per Gesù andavano bene i chiodi, le croci e la sudditanza? Certamente no, ma per realizzare il Regno nuovo e la nuova politica di Dio, bisognava entrare in una nuova mentalità e convertirsi a quel modo di pensare proposto da Gesù Cristo: se, infatti, avessero seguito la sua pista amando i nemici, non ci sarebbero più state guerre; perdonando gli altri non ci sarebbero più state né vendette, né violenze; se poi tutti avessero spezzato i pani e lavato i piedi al prossimo, provvedendo ai bisognosi come a dei famigliari, avrebbero fatto ritrovare anche ai poveri cibo, casa e vestiti, in modo da farli risalire dalla miseria.
La strada era stata tracciata chiaramente da Gesù, ma gli uomini non riuscirono a vivere questo nuovo Vangelo. Gesù aveva portato la luce nel mondo, ma «le tenebre non l’hanno accolta». Oggi stesso, se noi, ubbidienti alle parole del Salvatore Gesù Cristo, vivessimo come Lui ci ha detto, se pensassimo, parlassimo e agissimo come Lui, amando come amò il suo cuore, vivremmo già qui, sulla terra, il Regno predicato da Lui e destinato ad estendersi all’eterno. Se i Giudei avessero creduto a Gesù Cristo come quella prima piccola comunità cristiana e se anche i Romani avessero creduto come fece uno dei loro centurioni, il Regno di Dio si sarebbe realizzato anche visibilmente: i Romani sarebbero tornati a casa e avrebbero potuto tutti fondere le loro spade per fare degli aratri e vivere così un vero tempo del Messia, un nuovo Regno di Dio.
Il suo tempo e il suo villaggio (comunemente chiamato città)
La vita di Gesù si svolge tra l’anno 6-7 e l’anno 30 della nostra era cristiana. La sua città di provenienza era Nazareth, nel territorio della Galilea, regione semipagana e perciò disprezzata dai puri israeliti. La vita di Gesù, fatta soprattutto di crescita in sapienza e grazia, di lavoro anche manuale, le teofanie del battesimo e la trasfigurazione, il suo magistero e i miracoli, l’ultima cena, la passione, morte e risurrezione sono quanto i Vangeli ci riportano con una documentazione assai superiore a quella che abbiamo a riguardo della maggior parte dei personaggi dell’antichità.
A Nazareth inizia la storia della salvezza. Le colline delle vicinanze, un poco scolorite, sono ormai rivestite di case, strade, mercati, chiese, moschee e sinagoghe, ma il pellegrino attento riesce a distinguere, tra le altre, le pietre testimoni degli avvenimenti che 2000 anni fa hanno cambiato la storia e l’hanno divisa in due parti: prima e dopo Gesù Cristo. Se ci mettiamo in pellegrinaggio su quella terra santa, possiamo sostare davanti alla Basilica dell’Annunciazione, per lasciar fuori ogni colore, ogni rumore, ogni preoccupazione ed entrare, in punta di piedi e con infinito pudore, nell’intimità di quelle pareti – pochi metri scavati nella roccia – in cui si è costituita la Nuova ed Eterna Alleanza.
Le annunciazioni
Ed ora, con il Vangelo in mano e la fede della Chiesa nel cuore, possiamo leggere tutta la ricchezza, la grazia, la parola e il silenzio della famiglia di Nazareth. E, per narrare ciò che nessun autore di libri oserebbe scrivere, apriamo il Vangelo e leggiamo le righe più autorevoli, quelle che da 2000 anni illuminano l’umanità e che non avranno fine.
All’inizio del suo Vangelo, Luca racconta che un angelo era entrato in casa di Maria e le aveva annunciato che proprio lei sarebbe diventata la madre del Messia atteso da secoli. Quando, ancora oggi, entriamo tra le pareti di questa casa, riascoltiamo l’eco di quelle parole che nessun sapiente di questo mondo avrebbe potuto pronunciare, ma solo Dio. Qui, la prima Ave Maria è stata pregata da un angelo: «Ave Maria piena di grazia, il Signore è con te». E Maria ha risposto: «Ecco sono la serva del Signore, si compia in me secondo la tua parola». E la Parola di Dio, qui, è diventata un bambino e venne ad abitare in mezzo a noi. Elisabetta.
La cugina di Maria ha poi aggiunto: «Benedetta tu fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù». A questa preghiera si è poi unita l’intera Chiesa e quindi ciascuno di noi per dire: «Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte. Amen». In questa casa che fu già di Maria oggi migliaia di pellegrini ripetono questa stessa preghiera. Questa pagina – un’omelia che si proclamava nella prima comunità e che fu raccolta da Luca – vuole incidere nel cuore dei cristiani di allora e di oggi il fatto che, fin dal primo momento dell’esistenza storica di Gesù, cioè fin dal concepimento stesso, Dio è presente come Signore della storia di suo figlio Gesù, che lo chiamerà con l’appellativo più sacro al mondo: Padre. Anche Giuseppe fu avvisato in sogno che sarebbe nato quel bambino e che lui e Maria sarebbero stati i suoi custodi.
Storia d’amore
All’inizio di questa lunga storia d’amore abbiamo appena incontrato le due annunciazioni – quelle di Maria e di Giuseppe – che rivelano e nascondono il mistero dell’Incarnazione nel suo costituirsi. Poi il dramma di Maria Bambina: in un primo momento, sentendosi per così dire investita dallo Spirito Santo e restando stordita, senza parole, forse – come dice una tradizione – corre verso casa scappando dalla fontana, proprio dove potrebbe aver ricevuto il primo sentore del Divino su di lei. E, infine, rendendosi conto di ciò che le era successo come lo poteva capire un’adolescente – ma piena di grazia –, non riesce a dire altro: «Sì, sono la serva del Signore». Poi, l’annunciazione di Giuseppe, un ragazzo così pulito da meritare di essere chiamato “giusto” da tutta la storia, ebbene proprio lui deve condividere con Maria l’umiliazione di essere considerato infedele, senza mai poter chiarire la verità a nessuno, perché nessuno avrebbe potuto capire né credere. Solamente ai due sposi che stavano portando in gestazione l’Autore della storia nuova, solo ad essi era stato rivelato il mistero e cioè che lo Spirito Santo aveva direttamente compiuto in Maria il miracolo dell’Incarnazione. Così questi giovani sposi, Giuseppe e Maria, devono presentarsi a testa bassa, come infedeli e colpevoli, nelle strade del loro borgo, alla fontana, nella sinagoga, nel mercato di Nazareth, incarnando in un modo drammatico la beatitudine: «Beati voi, quando diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia, anzi rallegratevi, perché quello è il Regno di Dio».
La casa di Giuseppe
Ancora oggi, dopo aver pregato tra le pareti della minuscola casa in cui la tradizione colloca il sì di Maria, possiamo passare tra i pochi resti – comunque sufficienti – dell’altra casa, quella di Giuseppe, dove per trent’anni la santa famiglia di Nazareth ha vissuto prolungati tempi di sosta, intervallati dal lavoro di carpenteria pressapoco ambulante, perché Nazareth, paese troppo piccolo, non avrebbe potuto offrire un lavoro specializzato per due uomini come Giuseppe e Gesù.
Il Natale di Gesù
Per ordine di un censimento, Giuseppe partì con la sua sposa Maria per Betlemme, la sua città, e là farsi registrare, ma prima di raggiungere la casa dei parenti, si compirono per lei i giorni del parto e, secondo quanto ci racconta Luca, nato il bambino, fu avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia, perché non era stato trovato posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte, facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo. Oggi, è nato per noi un Salvatore, che è Cristo Signore. Troverete il bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». Ovviamente i pastori andarono subito e trovarono Maria, Giuseppe e il bambino deposto nella mangiatoia.
Gesù respira l’aria di Nazareth
Il Vangelo registra la nascita di Gesù a Betlemme, ma Nazaret sarà la sua città. Durante gli anni della sua formazione umana, sociale e religiosa, Gesù respirerà l’aria di Nazareth. E’ chiamata città, ma in realtà è un villaggio sperduto della Galilea, di cultura quasi montanara, dove i malati e i poveri in genere sono tanti, anzi troppi. È situato in zona collinare, lontano dalle strade commerciali. I contadini delle sue colline sono persone semplici e riservate, non particolarmente festaiole. Ma al venerdì sera e al sabato, in sinagoga, o durante le feste e i pellegrinaggi, il paese sa vestirsi a festa e godere della preziosa vita paesana e patriarcale. Nazareth non è ricordato in nessuna scrittura, tanto che, nei suoi scritti, lo storico Giuseppe Flavio cita almeno 45 paesi della Galilea, di cui alcuni molto piccoli, senza mai nominarlo. D’altronde la regione è malfamata, e i Vangeli non hanno ritegno a scriverlo più di una volta: sembra che non sia un terreno buono perché possano nascervi dei profeti. Si pensa pure che nulla di buono possa venire da quell’insignificante villaggio e invece il Nazareno viene proprio di là. Di fatto, però, Matteo e Luca fissano la nascita di Gesù a Betlemme, il villaggio dove deve nascere il Messia, che però non farà mai parte della storia di Gesù. Questo bambino, infatti, non respira l’aria di Betlemme, ma quella di Nazareth e sarà chiamato da tutti il Nazareno. Si può reputare Betlemme come suo luogo di nascita solo per attestare che un migrante può nascere casualmente in qualunque luogo geografico, durante gli spostamenti della sua famiglia, ma mantiene pur sempre la sua origine, la sua storia legata a una casa, a un villaggio, a una famiglia estesa o a un gruppo tribale, che gli offrono la sua vera e solida identità.
Il villaggio
In Galilea, all’epoca di Gesù, la comunicazione tra i vari paesi creava molti problemi, in quanto le strade decenti erano rare. Lo stesso lago di Genezareth, importante centro di quella regione, si raggiungeva solo percorrendo una vallata senza vere e proprie vie di transito. Eccettuata una discreta carreggiata tra Nazareth e Sefori – allora capitale della Galilea –, le altre erano piste, che diventavano assai disagevoli specialmente nei periodi di pioggia. Il villaggio di Nazareth era attorniato da terrazze artificiali sulle quali sfilavano le viti, mentre ulivi e fichi trovavano il loro spazio ideale sui terreni pietrosi. Verso la valle si estendevano campi di grano, orzo, mais, mentre ai lati cresceva qualche albero da frutta. Le case di Nazareth erano generalmente piccole, costruite con pietre o mattoni crudi, mentre il tetto, fabbricato con rami e fango, veniva rinnovato quando le piogge causavano crepe o infiltrazioni pericolose. La casa, che serviva particolarmente per il riposo, normalmente consisteva in un locale unico, con spazi ben distribuiti tra genitori, bambini, bambine e, nell’angolo, ospitava qualche pecora o l’asino. Nell’area della casa e del cortile, condiviso tra alcune famiglie – generalmente di parenti stretti – venivano scavate nella roccia ampie cisterne per l’acqua e silos per immagazzinare grano, riso o orzo. Anche i mulini, i forni e i torchi erano generalmente condivisi.
Gesù registra tutti i preziosi ricordi
Tutto ciò che capitava in quella famiglia con Giuseppe e Maria veniva registrato nella memoria di quel bambino attento e intelligente, che accompagnava la mamma al frantoio per l’olio, al forno per il pane. Era là quando si pigiava l’uva e la si torchiava per il buon vino. Aveva inoltre vissuto il momento dei pasti e la loro preparazione, con tutto ciò che passava nelle mani della madre: la farina, il lievito nella pasta, l’olio, le uova, il riso, le verdure, la frutta, le spezie. E quando tutto era pronto, se si mangiava in casa, aveva visto fissare la candela sul candeliere affinché la stanza, quasi sempre senza finestre, fosse illuminata per i pasti.
I preziosi ricordi fuori casa
Quel bambino vedeva anche i contadini partire e arrivare con i buoi per preparare la semina o gli asini carichi di covoni di grano. Vedeva la fatica sulla fronte dei contadini, ma anche l’allegria di giovani e adulti che, al venerdì sera, si preparavano per la festa andando alla sinagoga, luogo veramente prezioso di aggregazione di tutta quella comunità paesana. Aveva poi conosciuto l’andirivieni per preparare le feste di matrimonio di parenti o vicini, che coloravano di gioia non solo la famiglia, ma anche l’intero villaggio. Gesù aveva anche assistito a tante lacrime per i lutti di bambini e colto la tristezza sul volto di molti malati o poveri che non potevano provvedere il necessario per i figli; una parabola racconta perfino di uno che arriva a chiedere del pane a tarda ora della notte. Quando abitava a Nazareth, chissà quante volte avrà dovuto provvedere a qualcuno che era in necessità.
Gesù guarda più lontano
A Nazareth si vive una vita di campagna, equilibrata e ricca di espeienze e Gesù riporta tutto ciò che vede a sguardi di fede, perché Lui è abbarbicato al cuore di Dio. Davanti agli anemoni rossi che appaiono in primavera sulle sue colline, pensa che nemmeno Salomone vestiva così lussuosamente e ribalta il suo pensiero alla provvidenza di Dio che provvede, oltre ai fiori, a tutti gli animaletti del bosco, ai passeri nutriti direttamente dalla mano di Dio. E quando sente il vento passargli sul viso senza capire di dove venga, lo riferisce alla creatività dello Spirito Santo, sempre imprevedibile e altrettanto efficace. Quando vede i pulcini sotto le ali protettrici della chioccia, per un momento si rattrista al pensiero di tanti, anzi troppi Giudei che, invece di mettersi al sicuro sotto le ali del buon Dio, preferiscono un’indipendenza sterile, o addirittura si lasciano trasportare da idoli che non parlano e non sentono. Quando vede il sole ritornare dopo la pioggia, dirige il suo pensiero alla misericordia di Dio che manda sole e pioggia sui buoni e sui cattivi, amando tutti come un papà ama i figli, senza differenza: anzi, se qualche preferenza può farsi spazio nel cuore di Dio, essa va ai più sfortunati, che hanno maggior bisogno di affetto, di misericordia e di amore.
Quando vede poi le tenere foglie del fico apparire sui rami, pensa al tempo che cambia e all’estate vicina e ai vari segni nella natura che annunciano un cambiamento radicale del tempo - come i nuvoloni grigi annunciano la tormenta o il vento del sud che ricorda l’arrivo del caldo, il colore del tramonto che annuncia bel tempo o pioggia - e Lui, Gesù, pensa al nuovo tempo, al tempo del Regno di Dio, al tempo della liberazione e della conversione del suo popolo.
Da bambino, Gesù registra nell’anima tutte queste immagini che sorgono a Nazareth e nei dintorni, per trasmettere poi da adulto il suo messaggio essenziale con parabole e racconti, usando un linguaggio capace di catturare l’attenzione delle popolazioni che vivono in sintonia con Lui. Era infatti quello l’ambiente in cui Gesù viveva, consentendo alla sua personalità di crescere in “sapienza e grazia
Chi ha vissuto l’infanzia in mezzo alla guerra o ai campi profughi, tra le carestie, scappando da un luogo all’altro per sfuggire alle persecuzioni o ancora in famiglie separate, o con genitori che non si amavano più o chi ha vissuto semplicemente buttato sulla strada, privato di padre, di madre o di una qualsiasi famiglia, ebbene chi ha vissuto un’infanzia simile non può evitare di proiettare poi nella vita adulta traumi, squilibri vari o addirittura schizofrenie veramente invasive.
Gesù, invece vive in un angolo della Galilea: Nazareth, un dedalo di capanne, sentieri, piccole aie, pozzi, stalle, frantoi per l’olio, torchi per il vino, macine, trogoli, silos, mucche, pecore, asini, piante di fichi, ulivi e palme. La sua famiglia un padre e una madre con una speciale e unica vocazione custodire e accompagnare tutte le dimensioni dello sviluppo fisico, psichico e spirituale di quel figlio così unico. Quando vedremo Gesù trattare con sofferenti, peccatori o marginalizzati, quando noteremo come li avvicina e li ascolta; come perdona i peccatori; come stringe la mano di una bambina morta per rialzarla e farla rivivere; come benedice i bambini che giocano e disturbano; come si rallegra quando il Padre suo svela i suoi segreti ai piccoli e agli umili, ci renderemo conto che tutti i sentimenti di comprensione, bontà e misericordia risalgono all’ambiente familiare di Nazareth, Gesù aveva messo radici in una popolazione povera, contesto che temperò Gesù su come relazionarsi con malati, indigenti e poveri di tutto, che spesso ricorrevano a Lui. La sua famiglia e quella più estesa, patriarcale, insieme alla storia e alla geografia di Nazareth, offrirono a Gesù gli elementi di base su cui strutturare lo sviluppo e la formazione della sua straordinaria personalità.
Gesù, adolescente senza peccato
Chi è Gesù adolescente? Un ragazzo che come tutti si lascia dietro l’infanzia per diventare adulto. Capisce che il suo corpo e la sua anima maturano fisicamente, intellettualmente, in sapienza e grazia. È pure l’età in cui nasce l’uomo religioso, capace di instaurare una relazione già molto intensa con il suo Dio. I testi della Bibbia che sta leggendo e pregando, probabilmente sotto la guida di Giuseppe – una delle prerogative dei papà ebrei era infatti quella di educare i figli alla fede nell’Alleanza – stanno risvegliando il suo mondo interiore che capisce come quei testi sono già incastonati dentro di Lui. Come ogni ragazzo scopre in sé tutte le tendenze e le novità che stanno per orientarne la vita: la sua vocazione:
anche Gesù, in questo tempo di grazia, intravede se pur da lontano la sua vocazione. Come ci rifiutiamo di vedere Gesù nelle vesti di un maghetto che, negli anni dell’infanzia, gioca a fare miracoli, così risulta difficile vedere nel Gesù adolescente il risultato di tutta una serie di tappe che anche lui deve raggiungere. È in questi anni che verosimilmente Gesù si rende conto del fatto di essere senza peccato. Il mondo degli amici, dei coetanei, delle famiglie parenti e amiche è diverso. In lui non esiste il bisogno di correggere le proprie azioni: educa il suo temperamento e modifica il carattere e la sensibilità in base a ciò che incontra attorno a sé, nella sua famiglia e tra i colleghi di lavoro, ma non deve modificare l’etica che guida i suoi comportamenti. Intanto si abitua a ospitare in sé tutto ciò che di bello e buono Dio ha posto nella creazione e nella storia. Così diviene capace di accogliere i primi frammenti di rivelazione, da parte di Dio, sulla propria identità: è chiaro fin d’ora che la sua vita è costituita e centrata in Dio, suo padre. Si sente sempre più figlio di Dio in quanto israelita, ma non solo: ritrovato nel Tempio, al rimprovero di essersi estraniato dalla carovana, risponde: “Forse voi non lo sapete, ma io so che devo ormai mettere al centro della mia vita le cose di Dio, mio padre”. Questo uomo così straordinario ci sorprende, proprio perché ci supera. Quando poi tentiamo di dare un giudizio sul suo mondo interiore, in cui risiedono gli affetti, i sentimenti e la sua coscienza, ci rendiamo conto di non poter pretendere di raggiungere una conoscenza esauriente, perché proprio là, in quel suo universo interiore, abitano i “sentimenti” di Dio.
La salute fisica, radice di un sano equilibrio
Nella vita, Gesù è stato privilegiato oltre che da un equilibrio straordinario, anche da una buona salute fisica. In grado di reggere lunghi spostamenti, una vita all’aperto e un ritmo di vita molto intenso, tanto da arrivare a far preoccupare i familiari, in quanto a volte, non aveva nemmeno il tempo di prendere cibo con i suoi discepoli. I malati venivano da lontano e non si potevano rimandare prima di aver fatto qualcosa per loro: quelli che arrivavano a lui erano sempre curati. Non risulta infatti che abbia mai rimandato a mani vuote qualcuno, o detto di tornare un altro giorno perché impegnato in qualche altro lavoro. Non solo saliva sulle colline di notte a pregare, ma a volte passava l’intera notte in preghiera e per questo doveva avere una resistenza non comune. In tutti gli anni della sua vita vive una povertà che supera quella degli uccelli che hanno i loro nidi, delle volpi che hanno le loro tane. “Egli invece non aveva nè casa casa nè dove posare il capo”. Non v’è dubbio che Gesù abbia passato centinaia di notti all’aperto, Solo un corpo ben sano poteva resistere a tali strapazzi». A ciò si aggiungevano le fatiche del lavoro vero e proprio, istruire la gente e poi sbriciolare i contenuti per i discepoli, inoltre bisognava discutere con farisei, sadducei e dottori della legge. Bisognava poi stare sempre con occhi ben aperti per difendersi da tranelli insidiosi, (dobbiamo pagarle le tasse ai Romani o no? Dobbiamo ubbidire a Mosè su ciò che dice a riguardo di donne come questa o no?), tranelli tesi allo scopo di coglierlo in fallo.
C’erano poi i frequenti digiuni che si potevano superare solo con una salute molto solida. Nelle lunghe peregrinazioni – a volte fino a Tiro o a Sidone –, doveva viaggiare con lo stretto necessario, cosa che del resto chiedeva anche ai suoi discepoli: «Non portate nulla durante il cammino, né bastone, né borsa, né pane, né denaro» e così spesso non poteva mancare il digiuno. E chissà quante volte ha digiunato e ha dovuto digiunare, durante la sua missione itinerante. Se almeno una volta si registra il fatto che i discepoli presero dai campi delle spighe di grano per mangiarle, si può intendere con ciò che le refezioni non erano certamente tutte garantite. Sebbene abbia potuto moltiplicare i pani per un gran numero di gente, Gesù non ha mai fatto miracoli per se stesso o per i suoi discepoli, ma solo per gli altri. E, ancora, in mezzo a tante malattie e all’attività di terapeuta, non si accenna una sola volta a una qualche indisposizione di Gesù.
Il lavoro manuale, presupposto per la stabilità psicologica
Per aggiungere un tassello alla comprensione del solido equilibrio di Gesù, accenno ad alcune caratteristiche di un lavoro manuale che probabilmente ha impegnato almeno gran parte della sua vita: il carpentiere, nome con cui fu indicato e chiamato. Matteo e Marco concordano, come sottolinea Renan, sul fatto che Gesù «esercitava il mestiere del padre, quello di carpentiere, fatto per niente umiliante o spiacevole. Il costume giudaico esigeva che anche l’uomo dedito ai lavori intellettuali imparasse un mestiere. I dottori più celebri avevano un’attività. Lo stesso Rabbi Johana era anche calzolaio e un altro Rabbi di nome Isaac era fabbro. Allo stesso modo San Paolo, che aveva ricevuto un’educazione molto accurata, era fabbricante di tende o tappezziere. Gli stessi apostoli che poi Gesù scelse erano per la maggior parte pescatori. Gesù e Giuseppe, che vivevano in un piccolo paese, dovevano spesso spostarsi in cerca di un nuovo cantiere. Nelle sue parabole, Gesù manifesta l’interesse che il carpentiere poneva ad ogni sorta di costruzione.
Questo fatto appare in modo speciale quando Gesù parla di un frammento di truciolato che potrebbe essere schizzato nell’occhio, parla di una trave, oppure della pietra angolare buttata via dai costruttori, o del fondamento buono e solido per un edificio che non potrà essere danneggiato facilmente da inondazioni o da tempeste, oppure dal computo delle spese da farsi in anticipo per edificare una torre o un altro edificio. Oltre all’impegno professionale, certamente Gesù ha avuto occasione di esercitare lavori saltuari di manovalanza per aiutare qualche famiglia particolarmente bisognosa, tenendo conto che la popolazione di Nazareth, come di altri villaggi della Palestina, era molto povera. Nella cultura contadina accade normalmente che in alcuni momenti dell’anno i vicini si rendano reciprocamente disponibili ad aiutarsi per brevi periodi, come quello della raccolta delle olive o della vendemmia, della semina e della potatura. Certamente Gesù è stato disponibile a rendere questi servizi: dalle parabole si intravede come s’intendeva di campi, di semina, di raccolti, di amministrazione economica dei raccolti di pascoli, di vigne e anche di pesca, almeno da quando ha invitato nel suo gruppo dei pescatori di professione. Questa dimensione del lavoro anche faticoso contribuisce a strutturare in Gesù una personalità solida, forte ed equilibrata.
Si può parlare di psicologia di Gesù?
Si può davvero parlare di “psicologia di Gesù” anche se il suo io è immerso nel divino? Si può ed è doveroso pensare al mondo interiore psicologico di Gesù, a patto che lo si faccia con umiltà, sapendo che non si potranno raggiungere tutti i confini che riscontriamo nella nostra umanità. L’io di Gesù, essendo divino, si rivela a noi in parte, ma ci supera all’infinito. Con il suo intuito, Adam afferma: «la prima caratteristica che balza all’occhio dello psicologo che studia la fisionomia umana di Gesù è certamente la nota di virile fortezza, di chiarezza, di lealtà impressionante, di rude sincerità, in una parola di eroismo, che traspare dalla personalità di Gesù. Questa era pure la prima caratteristica che legava a lui i discepoli. Il “sì” e il “no” netti e taglienti della sua personalità si esprimevano in motti brevi e penetranti. Questi motti, come le parabole, sono come lo sfogo della sua volontà tesa verso la perfezione, la coerenza, la purezza interiore;. “Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo”. “Chi perderà l’anima sua, la guadagnerà”; “Nessuno può servire a due padroni”.
portano evidentemente l’impronta della loro origine genuina e appassionata
L’invito di Gesù è un comando di autorità
Quando presenta la missione ai discepoli, Gesù non fa nessuno sconto, non incarta nemmeno i contenuti per renderli ragionevolmente accettabili. Egli annuncia loro che li invierà come agnelli in mezzo ai lupi, senza bisaccia né bastone. Li avvisa che saranno flagellati e, se ciò non bastasse, Gesù afferma: «Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me. Preoccuparsi della propria vita vuol dire perdersi, mentre sacrificare la vita per me e per il Vangelo vuol dire salvarsi». E occorre ancora sottolineare che il temperamento passionale di Gesù – il quale ha allergia per quanto è mediocre, peccato, vizio, violenza, schiavizzazione e ogni male – dichiara guerra a tutto ciò che rappresenta l’antitesi del Regno di Dio. Sono scolpite in noi e nella storia frasi come: «Voi credete che sia venuto a portare la pace sulla terra; no, io sono venuto a portare la spada»; «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che stesse già bruciando!»;
Gesù accarezza e frusta
Solo in una personalità come quella di Gesù possono convivere sentimenti così contrastanti, a prima vista opposti, eppure di una coerenza assoluta. È lo stesso Gesù che davanti ai bambini che disturbano la sua catechesi con inevitabili schiamazzi, si scioglie, interrompe per un momento i suoi discorsi e si prende del tempo per loro. È lo stesso Gesù che frusta i venditori del tempio e abbraccia i bambini. È un Gesù di fuoco. Per questi motivi ci risulta difficile intendere il mondo interiore di Gesù, che quasi ci spaventa e allo stesso tempo ci affascina.
Il cuore di Gesù è per i poveri
C’è poi un sentimento che incontriamo più frequentemente nei sinottici: la compassione o misericordia. Davanti alle folle di gente per la maggior parte povera, Gesù sente compassione e prende provvedimenti concreti, diventando provvidenza di Dio per ciascuno, moltiplicando per ognuno di loro il pane e il pesce. Sente compassione a Cana per gli sposi rimasti senza festa e provvede ad offrire loro il vino. Ha compassione di fronte a malati, storpi, ciechi, sordomuti e li guarisce con il solo scopo di vederli star bene ed essere felici. Non chiede nulla in cambio. Dona e basta. Ha compassione dei lebbrosi, tagliati fuori dal resto del mondo, li guarisce, li integra nuovamente e li riabilita a tornare in famiglia, alla sinagoga, al tempio, al mercato. Si occupa dei malati mentali, degli epilettici, di coloro che, vittime di gravi schizofrenie, non sono nemmeno più capaci di mendicare e rimangono muti, con lo sguardo fisso nel vuoto, tant’è vero che per la gente hanno un demonio in corpo, un demonio muto, un demonio che li scuote nella malattia. In Gesù, pieno di compassione, questi malati ritrovano il recupero e la guarigione, ma Lui ha soprattutto pietà per chi è ferito dal peccato e ha bisogno di perdono.
Gesù si esprime sempre con calma ed equilibrio in ogni imprevisto: I discepoli provano preoccupazione, fastidio e si innervosiscono di fronte ai cieco che grida o ai bambini che, schiamazzano ma l’equilibrio e la saggezza di Gesù risolve tutto con una calma imponderabile: moltiplica i pani ai primi, guarisce il cieco, chiama i bambini che vengano a giocare con lui E quando i discepoli si scoraggiano, poiché non riescono a guarire qualche caso particolarmente complesso, con la sua compassione Gesù li aiuta a superare quel disanimo, indicando loro la soluzione: più preghiera e più digiuno.
Gesù mostra poi come la compassione e la misericordia non solo gli fanno compiere miracoli, ma pervadono i suoi discorsi mostrando come la misericordia abbia potuto recuperare la vita del figlio prodigo o quella di un uomo buttato via dai malviventi e ricuperato da un samaritano, mostrando però grande disappunto per coloro che non hanno saputo portare soccorso.
Emozione fino alle lacrime Un fuoco dentro
Ai discorsi si aggiunge anche l’episodio dei venditori del Tempio, cacciati da Gesù con fruste e grida di sdegno contro la mancanza di rispetto per la Casa di Dio. Ma in nessuno di questi casi traspira vendetta o violenza gratuita.
Gesù non ha nemici. Egli ha amato i venditori del Tempio come ha amato i bambini che giocherellavano con lui. Con i venditori ha usato la frusta, ma con le stesse mani ha abbracciato i bambini.
La capacità di conservare nello stesso cuore sentimenti di collera e amore indiviso per le stesse persone necessita di un equilibrio divino. La profonda compassione porta Gesù addirittura al pianto, davanti a Gerusalemme che non si converte e di cui prevede la distruzione e quando gli muore l’amico Lazzaro. E nella passione i sentimenti di misericordia trasbordano nei confronti di chi lo crocifigge e da ultimo con chi muore con Lui, fissando per sempre i tratti di una personalità compassionevole come può essere quella di Dio
Solo Dio può piangere così
Il dolore di Gesù gli fa sudare sangue: forse Gesù pensa a quel regno di giustizia che aspettavano specialmente i poveri e che non si sarebbe realizzato facilmente sulla terra. Pensa all’impenitente Gerusalemme, a Nazareth, a Cafarnao, dove aveva abitato un tempo. Pensa al suo destino di servo sofferente, ma certamente più ancora a Giuda, a Pietro, a Pilato, ad Erode e a tutti quelli che aspettavano un trapianto di cuore. Nel Getzemani desidererebbe la vicinanza degli amici, ma essi non entrano in empatia con Lui e dormono.Lui, senza rimproveri, li sveglia appena, come farebbe con i suoi bambini. Chiama Giuda amico e lo abbraccia e nemmeno a Pietro rimprovera il tradimento.–, flagellato e crocifisso, raccoglie tutte le sue energie impregnate di misericordia per pronunciare la difesa: “Perdonali, non hanno colpa, semplicemente non capiscono, non sanno quello che fanno”. Gesù raccoglie in se stesso lo spirito del condannato crocifisso e allo stesso tempo lo spirito del giudice che assolve.
Misericordia e amore
Durante tutta la sua vita pubblica Gesù è intento a servire: insegna, guarisce i malati e perdona i peccatori, indicando a tutti di fare come lui. Alla fine lo vediamo nella cena di addio, inginocchiato davanti ai suoi discepoli mentre lava loro i piedi. Vedere Dio che lava i piedi agli uomini è un’icona di fuoco. Mentre si carica lui stesso della croce, Gesù invita anche noi a seguirlo caricando la nostra, proporzionata alle nostre forze. Ebbene, questo invito ci potrebbe indurre a pensare che essere cristiani significhi solo soffrire e quindi vivere sostanzialmente una vita infelice. Ma rispondiamo guardando a Lui.
La gioia di Gesù
È certamente l’uomo massacrato dal dolore più di ogni altro uomo che è esistito ed esisterà sulla terra, ma è anche l’uomo che più di ogni altro ha vissuto la dimensione della gioia nella massima misura che un uomo possa vivere. Gesù visse la gioia nel suo quotidiano, in una famiglia così unica, in una dimensione di affetto e amore che possiamo solo lontanamente immaginare. Quando stringeva la mano di una bambina morta potendole dire Talithà Khum o stendeva le mani sui malati per guarirli, quando predicava il Nuovo Regno, le Beatitudini e annunciava il Comandamento Nuovo e, in modo tutto unico, quando trascorreva le notti col Padre in una preghiera che univa l’umano al divino con una gioia che nessun uomo ha mai potuto né potrà mai sperimentare e, ancora, durante le sue giornate terrene, mentre amava ogni persona che passava o sostava accanto a lui, la gioia di Cristo si è manifestata al di sopra di ogni altra sulla terra e, se siamo invitati a caricare la croce dietro di Lui, siamo allo stesso modo invitati ad abbracciare la stessa gioia che ha pervaso la sua vita. Prima di terminare voglio ricordare che, all’ultimo saluto, Gesù aveva detto di aver desiderato quella cena con il più intenso desiderio e sappiamo che in quella sera Gesù celebrò quello che si sarebbe realizzato poco dopo: la morte e la risurrezione. È dunque evidente con quale atteggiamento egli va incontro all’ultima ora, ora della passione, morte e risurrezione.
Gesù è ebreo
La sua cultura e la sua religione appartengono a quel popolo. Si nutre della Legge e dei Profeti. Anche Lui sogna il giorno in cui si realizzeranno le Promesse. Anche Lui aspetta il Regno di Dio e lo predicherà con tutte le forze. Come ogni ebreo, anche Lui attende la manifestazione del Messia, che ritrova sempre di più nella sua stessa carne e nel suo spirito. Quando afferma che non è venuto ad abolire la Legge di Mosè, ma a completarla, cosa significa? Che cosa mancava dunque alla Legge dei 10 Comandamenti? Nel testo c’era tutto, ma nessuno la viveva con totale ubbidienza. Gesù fu il primo ebreo a mettere in pratica in pienezza tutta la Legge e i Profeti. In questo senso ha completato ciò che mancava. Nessuno è stato tanto ebreo come Gesù Cristo.
Le sue radici ebraiche
Gesù vive in una famiglia ebrea, inserita in quella cultura e religione ebraica che Gesù stesso fa propria. I libri dell’Antico Testamento sono, anche per lui, i testi attraverso cui Dio parla con il suo popolo. Come ogni ebreo, va alla sinagoga e raggiunge il tempio di Gerusalemme e in entrambi i luoghi si prende dei tempi per predicare la novità del Regno di Dio. Egli non predica una nuova religione, ma la Legge, quella di Mosè che il popolo in parte conosceva, aiutando però la gente ad andare in profondità. La Legge prescriveva infatti di conservarsi puri davanti a Dio e, per questo motivo, imponeva di lavare varie volte le mani, i piedi, il corpo, i piatti, i bicchieri e tutto ciò che si usa per il cibo. Anche Gesù persegue la purezza, ma quella del cuore: chiede infatti di lavare il cuore e purificarlo da furti, adulteri, violenze, soprusi e da ogni forma di peccato.
Il sabato
La Legge, inoltre, esigeva il rispetto del sabato, proibendo ogni attività lavorativa e imponendo persino di non oltrepassare un certo numero di passi. Anche Gesù chiede il rispetto del sabato, vietando in primo luogo di fare dei peccati e invitando a fare il bene, a curare i malati, ad aiutare i bisognosi o a compiere atti di giustizia e di carità perché il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato.
Coerente con la Legge
Al giovane che chiese che cosa devesse fare per ottenere la vita eterna, Gesù rispose: «Osserva i comandamenti! Ed egli chiese: “Quali?”. Gesù rispose: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo come te stesso”. Il giovane gli disse: “Ho sempre osservato tutte queste cose, che cosa mi manca ancora?”. Gli disse Gesù: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi”
Gesù: al di sopra della Legge?
L’ebreo sa che vivendo i comandamenti diventa santo. Per questa ragione si può domandare: “Perché mai, per essere perfetti, Gesù chiede di seguire Lui e non la Torah?”. Gesù – che sa di essere santo, quindi perfetto – volendo indicare all’ebreo di seguire la Torah in un modo concreto e visibile, quasi plastico, lo invita a guardare a Lui stesso, a vivere come vive Lui e si propone come Via, Verità e Vita proprio come è Via, Verità e Vita la Torah stessa. Seguire la Torah significa dunque seguire Dio, come anche seguire Gesù stesso.
Gesù è l’ebreo santo, il profeta che vive i comandamenti [la Legge] in pienezza. In Gesù si realizza la pienezza dell’ebraismo che noi chiamiamo cristianesimo: possiamo pure dire che il Nuovo Testamento è l’Antico Testamento vissuto da Lui.
Il mondo attorno a Gesù
Gesù ha circa trent’anni. Il mondo attorno a lui e Dio, suo padre, lo chiamano ad uscire dalla bottega e dai cantieri edili per un passo nuovo. Gesù si guarda attorno. Il Tempio, abitazione istituzionale di Dio, non può non attrarlo, In Israele ci sono poi diversi gruppi come i Sacerdoti, gli Scribi, i Farisei e altri ancora che, con sfumature differenti, coltivano la speranza di un Regno di Dio (e non più di Roma) e dell’arrivo imminente di un Messia. Ciascuno di questi gruppi ha qualcosa da dirGli e Lui non disdegna di fare proprio tutto ciò che di buono trova in essi, ma il suo orizzonte va molto oltre.
Giovanni, l’amico del deserto
Tra tutti coloro che propongono le strade classiche o quelle alternative per vivere la dimensione della fede dell’Eterno Israele, c’è qualcuno che è maggiormente in sintonia con Gesù, un amico e parente che più di tutti ha capito Dio e il suo popolo. I Vangeli non si dilungano a parlare di questa amicizia tra Gesù e Giovanni il battezzatore, semplicemente perché gli evangelisti non sono stati testimoni dei loro incontri, però è difficile pensare gli anni di Nazareth senza questo legame certamente coltivato in profondità tra due uomini così in sintonia, Se Gesù arriva a dire che suo cugino Giovanni è la persona più straordinaria che abbia incontrato, addirittura il più grande tra i nati di donna, doveva conoscerlo bene e poiché allora, più che oggi, l’amicizia si coltivava con l’incontro, chissà quante serate o notti possono aver passato insieme a raccontarsi la loro vocazione, le speranze del loro popolo oppresso, ma anche le loro paure.
La politica creava problemi in molti settori e tanto Giovanni quanto Gesù cercavano il modo migliore di porsi nei suoi confronti. Alcuni amici si erano già stancati dell’oppressione romana e avevano deciso di prendere le armi e pensare seriamente alla ribellione contro Roma; erano appunto gli Zeloti. Respirando l’aria nuova degli ultimi tempi e dell’arrivo del Messia che tutti aspettavano molto più che in altri tempi, alcuni di loro si erano sentiti investiti del compito di guidare Israele alla liberazione. E cosa avrebbero potuto fare i due cugini? Certamente Gesù aveva confidato a Giovanni tutto ciò che sapeva sulla propria identità. Così Giovanni è stato forse il primo a capire che il Messia ormai era arrivato, se riuscì a presentarlo ai suoi discepoli dichiarando chiaramente: “È Lui”. Quando leggevano la storia del grande re Davide, i cugini certamente vibravano nel vedere in lui uno strumento di Dio tanto prezioso, ma capivano anche che la loro vita non era in quella direzione. E, leggendo certi brani di Isaia, specialmente quelli del Servo sofferente, si saranno certamente interrogati se quelle pagine potevano avere qualcosa da dire loro.
A un certo punto Gesù e Giovanni capiscono che bisogna cominciare. Gesù si sente spinto nel profondo del suo spirito a passare un tempo nel deserto. Forse per una vita eremitica? Una vita ancora più radicale di quella di Giovanni il Battezzatore? Comunque Gesù deve fare alcune grandi scelte: bisogna percorrere la strada della liberazione che alcuni avevano già tentato, ovviamente senza violenza. Ma come? Sembra che il grande re Davide avesse tracciato una strada da percorrere anche per il futuro Messia, ma tutta quella violenza non combaciava con lo spirito di Gesù, d’altra parte, il potere di Davide davanti a quelle masse di poveri che chiedevano di essere finalmente liberati e che Gesù sapeva di poterlo fare, potrebbe essere stata una terribile tentazione per Gesù stesso.
Tentazioni nel deserto
Le tentazioni nel deserto possono essere state raccontate da Gesù stesso ai discepoli, sotto forma di parabola in quei 40 giorni, vive ciò che ha vissuto Israele, nei suoi 40 anni nel deserto. Nel deserto, Gesù ha dovuto rinunciare chiaramente ad essere uno che fa grandi segni.– come cambiare le pietre in pane. Ha dovuto rinunciare a fare miracoli vistosi, Ha dovuto rinunciare ad assumere il potere di un regno a cui avrebbero potuto appartenere tutti i regni di questo mondo. Gesù comunque invitato a seguire la strada di Davide o quella del Battista, si dirige su una strada che gli viene da un altro profeta, Isaia. In lui Gesù incontra la propria storia.
Il servo sofferente di Isaia si fa strada nella mente di Gesù e gli fa intravedere il suo cammino. Gli uomini da sempre si erano domandati il motivo del dolore, del male e della morte. Bisognava rispondere una volta per tutte a quegli interrogativi. Forse una croce?
Un breve ritorno da Giovanni
Dopo aver lottato e vinto, Gesù ha raggiunto anche una pace psicologica, oltre a quella di Dio, mai persa. Mentre l’amico, presso il Giordano, predicava di abbassare le colline e riempire le valli per preparare la strada al Signore, Gesù stesso si prepara a percorrere quel cammino. Con la sua straordinaria intelligenza, leggendo la scrittura, Gesù si sente in sintonia con essa. Si accorge che quei testi sacri e lui si incastonano sempre di più, gli uni nell’altro.
Suo cugino Giovanni Battista, gli è molto vicino. Vibrano di una grande novità. Giovanni capisce che è Lui il Messia che si attende, o meglio avverte che nessuno più di Lui è Messia..
I due avvertono in Israele un vuoto da colmare a tutti i costi: si ama poco, si perdona poco..
e si fa fatica ad accogliere il perdono. Ecco un primo segno rudimentale del perdono: il battesimo con l’acqua. Battezzare significa lavare: purificare il corpo come segno per purificare il cuore, che diventerà sempre più capace di accogliere e offrire il perdono. Ecco la missione di Gesù: insegnare a perdonare, perdonando lui stesso, Gesù ha sempre più coscienza del fatto che, quando il suo popolo avrà imparato a chiedere perdono, ad accogliere il perdono e a dare il perdono, si vivrà nel nuovo Regno di Dio.
Il battesimo
La missione di Gesù adulto inizia qui, sulle rive del Giordano, dove molti venivano da Giovanni Battista per ascoltare l’ultimo profeta della storia antica: voce di uno che grida nel deserto, invita alla conversione e al perdono dei peccati: perdono richiesto, donato, accolto e, da ultimo, venivano sperando di farsi battezzare.
Alcuni si fermavano tempi lunghi, in quel luogo, per meditare quanto Giovanni predicava. Cosa diceva quell’uomo? Gridava nel deserto la conversione chiedendo di preparare una strada pianeggiante per colui che atteso da secoli doveva arrivare. Convertirsi voleva dire riascoltare e assumere nuovamente le dieci parole di Dio, che attraverso Mosè erano stati consegnati all’Eterno Israele. I penitenti che venivano da Giovanni sapevano di essere i figli di un popolo che aveva ripetutamente promesso e giurato di ubbidire quelle leggi di Dio stesso, ma poi quante infedeltà! E adesso tornavano per chiedere perdono per essersi dimenticati di Dio, per non aver amato e rispettato il padre, la madre, i fratelli, i figli. Accompagnati da Giovanni, imploravano in lacrime un cuore puro e uno spirito nuovo: “Pietà di me o Dio, nella tua misericordia cancella il mio peccato, purificami e lavami da tutte le mie colpe”.
Giovanni grida che la scure è già posta alle radici: ascoltandolo, i penitenti capiscono di essere quegli alberi che rischiamo di essere tagliati e buttati se non si convertono. Giovanni non risparmia nessuno e ha consigli per tutti, per i piccoli e i grandi. Sono in tanti che vengono per essere purificati, ma non dobbiamo pensare a una fila di persone che si fanno battezzare come un atto devozionale qualsiasi, Per arrivare al rituale proposto da Giovanni, bisognava aver fatto un vero cammino di conversione, perché il frutto di questo avvenimento diventava una vera rinuncia al peccato e una nuova firma di fiducia incondizionata a Dio.
Si arrivava al battesimo solo dopo una seria e ragionevole preparazione, anche per tempi lunghi di settimane e mesi. Alcuni infine si fermavano presso Giovanni come discepoli. Questi penitenti ricevevano il battesimo dopo aver confessato i loro peccati e dopo aver rinunciato a questi per sempre. Anche Gesù si immergerà nell’acqua per un atto di solidarietà che aprirà i cieli e lo Spirito lo confermerà Figlio e fratello universale dell’intera umanità, per la quale chiede perdono.
Giovanni comincia, ma intravede che sarà Gesù ad accompagnare il popolo al Nuovo Regno. Giovanni è il primo a riconoscere che Gesù è Re in tutte le sue fibre, ma un Re servo, che percorrerà non la via del potere glorioso come quella dei re di questo mondo, ma la strada della misericordia di Dio. Gesù è arrivato e si è immerso nelle acque penitenziali del Giordano. Lui che è solidale con tutti i peccatori, Lui che si fa nostro portavoce, anche Lui chiede perdono per questa nostra umanità.
Lui è il capo, la testa sana che si inserisce nel nostro corpo malato e Lui diventa antibiotico per guarirci dal peccato.
Nell’ultima cena, in un altro battesimo, si consegna nuovamente al Padre e ai suoi per il perdono dei peccati e la croce sarà la sua ultima immersione per far risalire tutti noi con lui e portarci alla risurrezione.
Nelle sue interminabili notti di estasi col Padre, Gesù andrà ormai ripetendo il suo sì alla missione che il Padre stesso gli ha affidato: quella di solidarizzare con l’intera umanità.
All’inizio della sua vita pubblica, Gesù riunisce attorno a sé un gruppo di 12 rappresentanti delle 12 tribù di Israele e altri discepoli: formeranno una comunità per lo più itinerante che avrà il privilegio di condividere con Gesù la sua missione e sarà incaricata di continuarla dopo di lui. Dopo una notte di preghiera, Gesù sceglie i Dodici. Alcuni sono suoi parenti stretti e altri li conosce pressappoco dall’infanzia.
Un gruppo di famigliari e amici
Da un primo sguardo a questo gruppo, risulta subito che ci doveva essere uno speciale affiatamento tra di loro per diverse ragioni, non ultima che cinque apostoli e, poco dopo, almeno quattro discepoli erano fratelli, cugini e cognati tra di loro. Non erano Rabbini né studiosi, ma certamente non ignoranti: uno di loro conosceva anche il greco, un altro era impiegato nel brutto ufficio di imposte e nessuno era figlio di una famiglia miserabile, per cui una normale scuola potevano averla frequentata tutti.
Un’altra caratteristica in comune: erano tutti lavoratori e appartenevano alla stessa classe sociale. Essi poi, pur non essendo specialisti e versati nelle Scritture, le conoscevano fin dall’infanzia. È ragionevole pensare che fossero tutti dei fedeli alla sinagoga, ai pellegrinaggi e a tutto ciò che identificava un giovane come un serio israelita. Penso si possa immaginare, per un momento, come Nazareth o i paesi limitrofi potevano essere popolati di giovani per la maggior parte molto simili agli apostoli e ai discepoli di Gesù.
Tra i giovani uomini e donne che facevano parte di questa comunità pressappoco itinerante, erano particolarmente coinvolte tre coppie di sposi: in primo luogo Giuseppe e Maria di Nazareth e probabilmente una seconda coppia di sposi composta da Cleofa fratello di Giuseppe e sua moglie Maria, sorella o cognata della Madre di Gesù e ancora Salomè, cugina prima di Gesù e Zebedeo.
Se osserviamo più da vicino la parentela di questo primo nucleo della prima comunità, vediamo che Giuseppe e Maria hanno probabilmente un fratello e una sorella (Cleofa e Maria) tra i discepoli; sempre tra i discepoli, il nipote Giuseppe e la nipote Salomè e tra gli apostoli ancora due nipoti (Giuda Taddeo e Simone lo zelota, figli di Giuseppe o comunque nipoti) e ancora tra gli apostoli il nipote Giacomo minore e due pronipoti (Giacomo maggiore e Giovanni).
Almeno cinque apostoli: Giacomo, Giovanni, Giacomo il minore, Giuda Taddeo e Simone lo zelota erano cugini di Gesù (per quanto riguarda Giuda Taddeo e Simone lo zelota potevano essere semplici cugini o figli di Giuseppe, in quanto sono pure chiamati fratelli del Signore) e quattro discepoli, Cleofa e Maria, Salomè e Giuseppe, appartenevano alla grande famiglia di Gesù.
Da aprile a ottobre la comunità di Gesù poteva spostarsi liberamente nei villaggi e nelle regioni più distanti, in quanto il clima più secco permetteva di muoversi senza grandi disagi. I mesi invernali, a causa delle abbondanti piogge, creavano invece difficoltà per gli spostamenti e le aggregazioni di malati e ascoltatori. È probabile che in questi mesi apostoli e discepoli riprendessero in parte le loro attività e si ritrovassero insieme in sinagoga.
Gesù con la sua comunità inizia una nuova predicazione
La più bella omelia di Gesù, la sua parabola più illuminante, il racconto più affascinante e la riflessione più ardita sono la sua vita stessa: quella biografia dapprima raccontata dal silenzio di Maria e Giuseppe, poi testimoniata dagli apostoli, dagli evangelisti e dalle loro comunità cristiane. Dobbiamo aggiungere che la storia di Gesù è stata pure raccontata dalla sua Chiesa, mentre Egli ha camminato con noi, fino ad oggi. E quest’ultima è la storia del Gesù che abbiamo incontrato anche noi.
Gesù parla al cuore degli ascoltatori
Gesù parla e tutti lo capiscono. Ai pescatori parla di pesci, di reti, di pesche abbondanti e di altre andate a vuoto; parla di barche, di mare, vento, tempesta; di paure e di grandi aspettative. Manda alcuni a pescare, invita altri a lasciare reti, barche, famiglia per una pesca diversa, la pesca di uomini. Tra essi nessuno osi dire che non ha capito.
Ai contadini parla di campi, di terreni buoni, di altri scarsi; di semina, potatura e raccolti; parla di pietre, di arbusti spinosi che soffocano le piante, di grano, zizzania, vigne, piante di fichi, senape; e ancora di lavoro pesante, di lavoro a giornata, di padroni, di servi, di proprietari buoni e altri cattivi, di servi buoni e di servi malvagi. In questo contesto parla di rabbia, di impazienza, di attesa paziente, di pioggia e di sole, sia per i buoni, sia per i cattivi.
Ai pastori parla di greggi, di pascoli e di pecore: pecore buone e pecore cattive, pecore perse e ritrovate. Parla di pastori buoni e di altri che sono invece mercenari; parla di pecore madri e di agnelli; parla dei pericoli per le pecore, di rovi e lupi che distruggono il gregge e, ancora, di lupi truccati da agnelli per essere più devastanti. E nessuno osi dire di non aver capito.
Ai commercianti parla di denaro, di talenti, di perle e di tesori, di partenze per lunghi viaggi e di ritorni.
Alle casalinghe parla dei lavori umili di ogni giorno: parla di farina, lievito, pane, vino, di pranzi e cene con parenti, amici e peccatori; parla di donne di casa indaffarate, di altre attente ad ascoltarlo.
Ai farisei, agli scribi e ai sacerdoti parla della Legge e delle leggi, dei patriarchi, dei re e dei profeti, del tempio, della sinagoga, del Messia e del tempo del Messia.
Ai giovani stanchi e stufi che vogliono andarsene e a quelli che ritornano e, ancora, a Zeloti e politici, Gesù prospetta un Regno alternativo, una politica diversa, quella di Dio.
Ai gabellieri di imposte e ai ricchi parla di giustizia e solidarietà.
Ai poveri, che patiscono la fame o il freddo, che soffrono per la loro schiavitù o che sono malati, Gesù annuncia un tempo straordinario, una politica basata sulla giustizia, una beatitudine nuova per loro. Ha poi parole speciali per i bambini, per le donne che si dedicano al servizio come discepole, alle vedove, alle prostitute e alle peccatrici. E agli apostoli non parla solo in parabole, ma le sbriciola per loro, affinché possano capire un poco di più o almeno tutto quello che possono comprendere.
Dalla sinagoga al comando nuovo
La sinagoga era ricca di massime incisive che costituivano una specie di letteratura religiosa popolare. Anche gli analfabeti conoscevano tante massime e aforismi. Gesù è ebreo non solo per la sua origine etnica, ma in quanto inserito nell’impianto teologico del popolo di Israele. Le Scritture che Gesù legge e medita sono infatti le stesse del suo popolo,
Le virtù dell’amore al prossimo, del perdono, dell’abnegazione e dell’umiltà sono state chiamate a buon diritto virtù cristiane, specialmente perché vissute e predicate da Gesù. Erano infatti già presenti, in germe, nell’insegnamento ebraico, ma Gesù ha infuso in esse uno spirito superiore.
Molte delle massime che troviamo sulla bocca di Gesù avevano radici nei Proverbi e nei Profeti dell’Antico Testamento e nel Talmud: senza essere vissute, rischiavano però di rimanere inviti luminosi, ma ancora spenti, in attesa di qualcuno che si nutrisse di queste parole e le vivificasse
Gesù ripete di continuo che si deve fare più di quanto hanno detto gli antichi dottori della Legge. Vieta la minima parola dura, proibisce il divorzio e qualsiasi giuramento, biasima il taglione, condanna l’usura, considera il desiderio voluttuoso tanto criminale quanto l’adulterio e auspica il perdono universale delle offese.
Il motivo che giustifica queste massime di suprema carità è sempre lo stesso: «perché siate i figli del vostro Padre celeste, che fa levare il sole sopra i buoni e sopra i cattivi. Se amate solo chi vi ama, quale merito avete? Lo fanno anche i pubblicani. Se salutate soltanto i vostri fratelli, che cosa vuol dire? Lo fanno anche i pagani. Siate perfetti come lo è il vostro Padre celeste». Quest’ultima espressione rappresenta il “Nuovo” di Gesù.
È Lui, Gesù, il vero missionario. Non è venuto tra noi con lampi e tuoni, né con un esercito di Angeli per conquistare il mondo, ma è arrivato in punta di piedi, in borghese, in un accampamento di Beduini. Lui, che era Dio, non è venuto tra noi come un Dio in terra che comanda e fa quello che vuole. Lui che era Re, anzi Re dei Re, è arrivato con una corona sì, ma di spine, uno scettro di canna e uno straccio rosso per mantello. Lui che veniva da Dio e a Lui stava tornando, nel momento più solenne della sua missione toglie il mantello e, preso un asciugatoio, (unico abito liturgico che Gesù ha vestito, in vita) lava i piedi ai suoi discepoli, poi si fa a pezzi per i suoi, diventando pane spezzato.
Inviterà poi i suoi ad andare in tutto il mondo a lavare i piedi alla gente e a farsi in quattro per dare il pane a chi ha fame, da bere a chi ha sete, asciugare le lacrime a chi piange e invadere le carceri per liberare i prigionieri. Gesù, il missionario del Padre, viene ad incendiare il mondo, a portare la passione di voler il bene degli altri, di tutti e specialmente dei poveri. Viene e fa delle omelie strane. Parla di una politica nuova, addirittura di un Regno dove chi comanderà non saranno più i politici disonesti o oppressori, ma sarà Dio stesso. E quando comanderà Lui, Gesù, ci dice che anche i poveri, gli affamati, coloro che piangono diventeranno beati.
Tutti capiscono che finalmente si realizzerà quel grido che viene da lontano, già vergato sul Deuteronomio: «Nessuno tra voi sia povero». Gesù annuncia che quando regnerà Dio non ci saranno più violenze perché si amerà il prossimo, il vicino, chiunque egli sia, non ci saranno più vendette perché quando regnerà Dio si vivrà di perdono e non ci saranno più guerre, perché si ameranno i nemici invece di ucciderli.
Gesù prepara un cuore per Dio
Il giovane ricco che aveva chiesto a Gesù che cosa avrebbe dovuto fare per avere la vita eterna si era sentito dire di seguire i comandamenti di Mosè. Questi rispose che l’aveva sempre fatto, allora Gesù precisò: “Se vuoi essere perfetto va, vendi i tuoi beni e dalli ai poveri, poi potrai venire con me e seguirmi”. Gesù però sapeva molto bene che quanto chiedeva era al di sopra delle forze umane. Infatti come si fa a non fidarsi dei soldi quando non riesci a sfamare i tuoi figli? Come fai a non fidarti dei soldi quando hai bisogno di medicine per te o per chi ti sta vicino? Come fai a non fidarti dei soldi, quando hai bisogno di comprare libri e quaderni per tuo figlio che ha pur diritto di professionalizzarsi per diventare un lavoratore a servizio della propria famiglia e della società?
Un giorno Gesù lasciò intravedere una risposta, dicendo di guardare gli uccelli del cielo nutriti dalla Provvidenza di Dio e di guardare i fiori del campo che sono vestiti dal Signore meglio degli stessi re. In altre parole, Gesù dice che in definitiva è molto più sicuro, intelligente e vantaggioso fidarsi di Dio che delle ricchezze, all’apparenza così indispensabili. Gesù sapeva comunque che soltanto con una forza divina è possibile rinunciare alla ricchezza.
Un’altra volta aveva infatti detto che era più facile che una grande fune o addirittura un cammello passasse per la cruna di un ago, piuttosto che un ricco entrasse nel regno dei Cieli. Ma come può dunque un ricco diventare povero? Lo stesso Gesù aveva fatto capire che è impossibile senza uno speciale intervento di Dio.
Gesù però continuava ad insistere. Raccontò un giorno di un ricco, che i poveri nemmeno li vedeva da vicino, al punto che ne lasciò morire di stenti uno che abitava proprio davanti all’uscio di casa sua. Disse che persino i suoi cani gli leccavano almeno le piaghe, ma lui nemmeno lo vedeva e per questo ricevette il peggiore castigo. Gesù gridò più volte: “Guai ai ricchi”.
Lo disse anche quando raccontò di un uomo che, dopo aver ammassato tante ricchezze, pensò finalmente di essere felice. Quell’uomo aveva però dimenticato che quella stessa notte avrebbe potuto morire. Il grido “vanità delle vanità”, già predicato nelle sinagoghe, viene ripetuto in diversi modi da Gesù. Quando proclama le beatitudini, Lui prepara gli ascoltatori a quell’altro grido: “Guai a voi ricchi”. Le ricchezze, infatti, occupano il cuore e non lasciano spazio alcuno per il vero Dio.
Era quindi chiaro che tra i primi lavori dei catecumeni catechizzati da Gesù c’era, in primo luogo, l’atto di svuotare il cuore di inutile e pericolosa zavorra, la ricchezza, per far posto a Dio stesso. Sembra che la ricchezza e il denaro non riescano a vivere nello stesso cuore dove abita Dio.
Nei suoi discorsi, Gesù arriva ad alcune grandi sintesi. Di tutte le disquisizioni teologiche ebraiche, Gesù giunge all’essenziale: «Chi vede me, vede il Padre». Delle grandi e lunghe preghiere, Gesù propone il nocciolo: «Pregate così: Padre nostro…». E tutta la morale, la Legge è ridotta alla sintesi: «Ama Dio e il tuo prossimo».
Un giorno un ragazzo gli chiese: «Chi è il prossimo che devo amare?». La domanda non era così scontata: per l’ebreo di stretta osservanza, il prossimo era solo chi era fedele alla Torà e a tutte le 613 leggi – anche le più piccole – che scaturivano dalla Grande Legge di Mosè, mentre per gli altri il prossimo era costituito dagli ebrei, almeno dai circoncisi, non certamente dai nemici, che si dovevano invece combattere. Per Gesù il prossimo, il vicino, è ogni persona che io posso raggiungere e che mi può raggiungere. Quando il giovane gli chiede chi è il prossimo, Gesù risponde parzialmente, in modo che possa capire anche un bambino, raccontando la parabola del buon samaritano.
In poche parole, dice: “Se qualcuno fa un incidente e tu lo soccorri portandolo all’ospedale, ti comporti da buon prossimo”. Ma, in modo più completo, Gesù risponde solo quando è sul Calvario. Proprio là ci dice chi è il suo prossimo. Mentre lo inchiodano, chi è più prossimo di chi gli conficca i chiodi nelle mani e nei piedi? Chi più vicino a lui di colui che lo uccide? Gesù non solo non inveisce, ma difende costoro di fronte al Padre: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Il Signore sta dando la vita per quei ragazzi. Dove c’è un amore più grande?
Nell’amore cristiano c’è una dimensione radicalmente nuova predicata da Gesù e vissuta da Lui. Quando Egli disse che era venuto non per i sani ma per i malati, si capì meglio l’altra affermazione: «Non sono venuto per i giusti, ma per i peccatori». E a chi gli chiese quante volte bisogna perdonare, rispose che bisogna perdonare sempre (settanta volte sette). Perdonare non vuol dire soltanto dimenticare un’offesa, ma continuare a desiderare il bene dell’altro e amarlo. Volendo descrivere l’amore cristiano, in una lettera a un confratello, Francesco d’Assisi scrisse che, se uno ha peccato quanto è possibile peccare, merita ancora il perdono.
Amare anche chi ti ama non è mai facile, ma amare chi non ti ama più, chi ti ha odiato, chi ha distrutto l’onore della tua famiglia, chi ti ha provocato il fallimento economico e morale, chi in una parola ti è diventato nemico, non solo è difficile, ma disumano, nel senso che non bastano le forze umane. Per amare come Gesù ci chiede, abbiamo bisogno del divino in noi. Nei suoi discorsi, Gesù dà ragione di questa preferenza e ci dice che Lui fa tutto ciò che vede fare dal Padre suo, il quale manda il sole ai buoni e ai cattivi e la pioggia ai giusti e agli ingiusti. Gesù non nasconde la sua preferenza per chi è povero, malato, peccatore.
Gesù ebreo si distanzia però sempre di più delle sue radici. L’ebreo santo ama i santi o almeno coloro che si comportano da tali, mentre Gesù va oltre quel confine e raggiunge il ragazzo che pascola i porci, la pecora impigliata tra i rovi, cura il malato, risuscita chi è già morto. Gesù perdona i peccatori, riporta gli esclusi in società e al Tempio, si ferma a cena dagli scomunicati, parla con un’eretica chiedendole da bere e si lascia profumare da una peccatrice.
Chi è il peccatore che Gesù incontra e che chiede di perdonare e amare? Non è certamente un birichino che merita un po’ di comprensione, ma uno che ha sperperato tutta l’eredita del padre, uno che ruba i soldi ai poveri per il beneficio dei padroni romani, è chi è stato infedele al marito e alla moglie e ai figli. Questa gente merita il perdono? Non meritano nulla, ma Gesù li perdona. E chiede a noi di perdonare il peccatore, come perdona lui.
E se il peccatore non è solo un omicida, ma ha cercato di sopprimere te, se poi non è solo uno che ha tradito qualche volta la moglie, ma è entrato nella tua vita privata e ti ha rubato la tua, considerandola sua, e l’ha fatto ripetute volte? Se il peccatore non è solo un maniaco, ma ha violentato il tuo bambino, o ne ha comprati altri per commerciare i loro organi trattandoli alla stregua di topi o conigli, a quel punto noi dovremmo ancora perdonare e amare, secondo l’insegnamento di Gesù? Lui ci spiega a fatti che perdonare e amare non significa sempre dire: “Abbracciamoci e facciamo festa”, infatti Gesù con i venditori del Tempio usò la frusta ma, con le stesse mani con cui aveva abbracciato i bambini.
Di fronte ai grandi crimini può esistere il rimprovero, il consiglio, la punizione richiesta e pretesa. I bambini incontrati da Gesù avevano avuto bisogno di carezze e Gesù li aveva accarezzati, mentre i venditori del Tempio avevano avuto bisogno di frusta e Gesù li aveva frustati, senza amarli meno di quei bambini innocenti. Se è così, il Vangelo non è uno dei tanti libri che riempiono le biblioteche, ma il più difficile di tutti, il più pretenzioso. E, tra i fondatori di religioni, Gesù è il più disobbedito. Egli infatti ha preteso ciò che nessuno ha osato pretendere: chiedere di amare chi non si può amare, almeno con le forze umane. Allora il Vangelo è una bomba atomica che noi maneggiamo come se fosse un petardo di Carnevale.
Una volta, i farisei vedendo che Gesù era andato a mangiare da alcuni pubblicani peccatori, domandarono ai discepoli perché Gesù mangiasse con quella gente indegna. Lui, che aveva sentito le chiacchiere, rispose: «Guardate che non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».
E Gesù va predicando questo messaggio nei villaggi, nelle campagne, lungo il Lago, nelle sinagoghe e altre volte anche nel Tempio di Gerusalemme.
Dopo che Gesù era stato sul Monte a pregare, scendendo verso la pianura trovò un gran numero di gente che l’aspettava proprio ai piedi della montagna. Quando si fermò e si mise a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli. Beati gli afflitti, i miti, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati a causa della giustizia, perché il Regno di Dio appartiene a tutti loro”. E disse ancora: «Beati voi, quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Le parole di Gesù sono così distanti da ciò che quella gente poteva capire. Una cosa però potevano intendere: con l’arrivo del Messia, si sarebbe intronizzato un nuovo re, Dio stesso e da quel momento anche i poveri avrebbero potuto sollevare la testa e più nessuno sarebbe stato povero. Questo testo è quasi il prefazio di un altro testo che ci riporta non le benedizioni, ma le maledizioni, cioè gli avvertimenti: “Guai a voi ricchi, guai a voi che siete sazi, che ora ridete, e guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi”.
Nel canto di Maria, Luca ci offre inoltre una beatitudine per gli umili, perché saranno innalzati e un avviso ai potenti, perché saranno rovesciati dai troni e, ancora una diffida ai ricchi che recita: mentre gli affamati saranno saziati di beni, essi, i ricchi, saranno “rimandati a mani vuote”.
Una gran parte di coloro che seguivano Gesù e l’avevano ascoltato erano malati, o almeno lo erano stati. Tutti avevano sperimentato la privazione del cibo, dei vestiti, delle medicine, tutti avevano provato l’afflizione quando erano rimasti vedovi o quando, avendo perso un figlio, avevano un gran bisogno di essere consolati. Era gente mite, mai aggressiva, né propensa ad appropriarsi dei beni di qualcuno. Quella semplice gente di campagna, fatta di contadini, di casalinghe e pastori, aveva un cuore pulito ed era lì per sentire e vedere qualcosa di Dio. Tutti desiderosi di vivere una vita serena e in pace, non sempre erano stati risparmiati dalle conseguenze della guerra o delle divisioni familiari.
Altri avevano subito delle ingiustizie gravi da chi aveva in mano il potere e, di conseguenza, aveva avuto sempre ragione. E, non di rado, subivano le calunnie di chi voleva approfittare di loro. Tuttavia, indistintamente, fin da bambini, tutti avevano sentito dire che sarebbero arrivati tempi migliori e, addirittura, che sarebbe arrivato qualcuno che avrebbe risposto alle loro aspettative. Il tempo era dunque arrivato, ma non tutti se n’erano accorti e Gesù era lì per confermare che erano arrivati sia quel tempo atteso, sia quell’uomo inviato da Dio per instaurare quel Regno totalmente nuovo.
Essi avevano già sentito parlare di gente guarita da Gesù e addirittura saziata e quindi era segno che il tempo benedetto di un Regno nuovo stava proprio cominciando.. Intanto Gesù proclama le beatitudini. Egli non sta dicendo: “Beato chi sta male”, ma afferma che nel nuovo regno, quello dei cieli, nella nuova politica di Dio, i poveri saranno beati e nessuno più sarà povero, almeno non come prima.
Per preparare il nuovo Regno, Gesù invita gli apostoli a dare il cibo a chi è affamato, anzi, provvede anche il buon vino a chi è rimasto senza festa. Così saranno beati gli affamati, gli assetati, i nudi: quando Dio comincerà ad amministrare il mondo a modo suo, essi non saranno più affamati, ma saziati dal loro prossimo, né dovranno più piangere a causa delle loro miserie, ma saranno consolati dai loro vicini che – nel nuovo Regno – avranno spezzato il pane con loro e provveduto ai loro vestiti; li avranno invitati in casa se erano sfollati e curati se malati, perché i “cristiani” vivranno così e questo è quanto quella folla poteva capire.\
Penso a quanto saremmo amareggiati e, infine, quanto resteremmo disillusi se di fronte a un presunto santo ascoltassimo queste parole: “Beati voi ricchi, beati voi che siete sazi, beati voi che ora ridete, e beati quando tutti gli uomini diranno bene di voi”. Quindi di fronte agli opposti delle beatitudini, possiamo intendere quanto sono sensate le beatitudini di Gesù, anche se estremamente controcorrente.
Combattere la povertà per vivere la beatitudini
Mi soffermo ancora sulla prima beatitudine: «Beati i poveri in spirito», interpretandola così: “Beati coloro che hanno lo spirito del povero”. Ma per capire in cosa consista lo spirito del povero, bisogna rifarsi a quel grido che viene da molto lontano, dall’Antico Testamento: «Nessuno tra voi sia povero!».
A questo punto, paradossalmente, devo constatare che dobbiamo combattere tutta la vita contro la povertà per vivere le beatitudini, per avere lo spirito del povero, per essere uno che sa cosa vuol dire essere povero e si comporta di conseguenza con il suo prossimo. Ma chi è il ricco? E chi è il povero? Nel pensiero comune, ricco non è chi ha dieci o cento pecore, ma semmai chi ha una pecora in più del vicino. Dal punto di vista biblico, ricco è chi crede di essere potente; chi pensa di aver raggiunto lo scopo della sua vita solo perché ha i granai pieni o chi pone fiducia nelle proprie ricchezze e sostituisce i beni a Dio stesso. I poveri invece – che sono Gesù inchiodato a una croce e quanti lo seguono – vivono la pagina delle beatitudini, perché sia quella croce, sia quella morte non hanno l’ultima parola, ma sarà la risurrezione a proclamare l’ultima beatitudine.
Coltivare lo spirito del povero per essere beati significa diventare come Lui
Mentre scrivo sono in un accampamento di Gadhia Lohar. Questi zingari indiani, che forgiano il ferro e costruiscono vari strumenti di lavoro, hanno tutti una famiglia, una tenda, un carro, un cammello, una forgia, un’incudine, una pinza e un martello. Quando uno di loro si sposa, gli si procura tutto questo, altrimenti non potrebbe vivere, ma poi non ha bisogno di altro. Se nel loro gruppo qualcuno ha un problema di salute o deve affrontare qualunque necessità, tutto il gruppo è con lui per risolvere l’emergenza. Presso di loro vige una massima: “Se tu hai due pani e il vicino non ne ha, dividi i tuoi, così entrambi ne avrete uno”: nessuno tra loro è ricco e nessuno è povero. Essi hanno lo spirito del povero, per questo si avvicinano alle beatitudini e mi suggeriscono che le beatitudini sono possibili.
Se ho lo spirito del povero che condivide ogni cosa, non mi sarà difficile saper accettare la conseguenza di perdere i miei privilegi, saprò sopportare una vita più austera e comprendere chi non ce la fa. Qualcuno potrebbe obiettare che l’entusiasmo ci può anche aiutare ad avere lo spirito del povero per qualche momento eroico nella vita, ma che è difficile perseverare in tempi lunghi.
Ecco una storia che spiega il concetto: «Un cane cominciò ad abbaiare perché aveva visto un gatto che si era riparato su un albero. In meno di dieci minuti, uno dopo l’altro, tutti i cani del paese, sentendo abbaiare, fecero la stessa cosa; ma lentamente, dopo altri dieci minuti, uno dopo l’altro si zittirono tutti e solo uno continuò ad abbaiare: quello che stava vedendo il gatto».
Se i poveri non li vediamo, se non vogliamo incontrarli, se non mangiamo, preghiamo e piangiamo con loro, non “abbaieremo” più di dieci minuti e non diventeremo mai beati. E da ultimo devo ricordare che Gesù non ha detto «beati coloro che fanno la scelta dei poveri», ma «beati i poveri».
Beatitudini e croce
Non si può omettere una beatitudine non scritta alla lettera nel Vangelo, ma che è sintesi delle beatitudini e del Vangelo stesso e che gli uditori di Gesù non avrebbero potuto capire: “Beati quelli che muoiono, perché nel Regno di Dio si risorge”.
Beati i poveri perché diventano come Gesù crocifisso, il quale non ha più nulla. Lui che ha sfamato le folle, è privato del cibo, Lui che ha provveduto il vino buono per la festa riceve aceto, Lui che ha asciugato le lacrime di coloro che gli chiedevano conforto è soffocato dal pianto dell’agonia, Lui che ha fatto camminare i paralitici è paralizzato, con piedi e mani inchiodati. L’ultima proprietà che può stringere tra le mani sono i due chiodi. E se, seppellito in quell’insopportabile dolore, riesce ancora a ricordare qualcosa, gli tornerà alla mente l’ultima beatitudine che ha pronunciato: «Quando gli altri diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia, rallegratevi»: sono proprio i passanti che lo insultano a ricordargli questa ultima beatitudine. Sì, ci si può rallegrare proprio perché con Gesù Cristo l’ultima parola che chiude la sua e la mia storia non è dolore, angoscia e morte. Gesù muore, ma l’ultimo grido di Gesù è già alleluia.
Gesù è il pastore buono
Proprio come il pastore ama le sue pecore, Gesù ama il suo popolo, la gente semplice dei villaggi. Non arriva nei villaggi a spiegare una nuova etica, una religione o filosofia più profonda. Gesù sa che la sua gente ha altro a cui pensare: le popolazioni povere che incontra non hanno grilli per la testa, devono lottare per sopravvivere, sfamare i figli, curare i malati in casa. Nei villaggi dove passava Gesù, la povertà era esagerata. L’aspettativa di vita era di trent’anni e la mortalità infantile elevate. Il 60% degli abitanti non arrivava ai 16 anni di vita: su mille, più di 300 morivano bambini. La maggior parte di loro, che quando si sposava era ancora molto giovane, era comunque, generalmente, già orfana di padre o di madre. I morti che Gesù risuscita, e di cui tratta il Vangelo, sono infatti un ragazzo, una bambina, un giovane. Non si accenna all’età dei malati, che però, secondo questi presupposti, non dovevano essere molto anziani. In base ai dati ricavati dalle pagine dei Vangeli, alcuni studiosi possiamo formulare delle ipotesi sul tipo di vita di Gesù in quei trent’anni di vita a Nazareth. Si deduce che Gesù appartiene a una classe media, dove si può vivere in condizioni ragionevoli o al di sopra della norma. Io penso invece che, considerando come sono andate poi le cose e la sua passione per gli altri, in un contesto simile non può aver vissuto una condizione che superasse una radicale povertà. Per quale ragione?
Semplicemente perché il Gesù che conosciamo, come avrebbe potuto tollerare che qualche famiglia in condizioni di vera miseria non ricevesse un sostegno da lui o comunque dalla sua famiglia? Come Maria, Giuseppe e Gesù avrebbero potuto rifiutare un aiuto di solidarietà a qualunque indigente? Se, infatti l’aspettativa di vita del loro borgo, dove tutti erano poveri se non miserabili, era solo di trent’anni, si può immaginare come doveva essere carente l’alimentazione o insufficienti i medicinali. Occorre perciò notare – non per onorare un pauperismo evangelico di basso costo – che Gesù, pur avendo le condizioni sufficienti per condurre una vita quasi agiata (erano infatti in due, in famiglia, a lavorare da carpentiere) non avrebbe mai potuto permettersela, se il suo prossimo fosse vissuto in condizioni sotto la soglia della povertà. Nelle popolazioni molto povere, le attività umanitarie sono tante: istituire una scuola di alfabetizzazione, una scuola di igiene per prevenire le malattie, una scuola di politica per rimuovere le cause della miseria, impostare progetti di sviluppo nel campo agrario, fondare ospedali e professionalizzare personale sanitario, fortificare la fede delle persone per ricostruire speranze nuove. Se però, dopo un terremoto, il primo lavoro da fare è quello di dissotterrare i sepolti vivi, qui Gesù deve curare i malati. In tutti i villaggi e in tutte le famiglie ci sono malati senza medicinali e senza speranze. Qui la salute è il primo motivo di preoccupazione costante. Gesù, che ama tutti, vuole di conseguenza alleviare la sofferenza e perciò non ha alternative: deve curare i malati.
La prima predicazione di Gesù diventa l’esercizio della carità, il lenimento del dolore. Si può anche dire che Lui avrebbe potuto con una sola parola guarire tutti i malati di quella regione, ma sceglie di incontrarli uno per uno. Parla con loro, stabilisce una relazione, ravviva la loro fiducia e speranza. Matteo ci dice che Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nella Sinagoga, predicando la buona notizia del Regno e curando tutte le malattie della gente.
La sua fama si estese fino a tutta la Siria e gli portavano i malati di varie infermità e in stati gravi: erano posseduti da spiriti cattivi (in quanto il loro spirito si era ammalato), epilettici, paralitici e lui li curava; poi arrivavano ciechi, lebbrosi e sofferenti di ogni tipo. Sempre Matteo ci riferisce che, di fronte a quella moltitudine, Gesù rimaneva addolorato nel vedere tutti così affaticati e a terra, proprio come pecore senza alcun pastore. E, poiché ci viene detto che, Gesù manda i discepoli a predicare e a guarire, ritengo che non ci si distanzia dalla realtà storica se si ipotizza che il gruppo di giovani discepoli abituato a peregrinare insieme a Gesù non stesse seduto sotto un albero, all’ombra, a guardare Gesù, il taumaturgo, intento a curare. Si saranno dati certamente anche loro da fare a trattare i casi più semplici, a ripulire ferite o cancrene, a dare consigli di igiene e di qualche prevenzione e, ovviamente, a consegnare a Gesù stesso i casi più gravi, creando quasi un campo medico dove tutti si danno da fare attorno a Lui con azioni mai disgiunte dalla predicazione del Maestro.
Un miracolo porta Gesù fuori dell’anonimato
A Cana Gesù aveva compiuto il primo miracolo, ma adesso l’operato di Gesù va oltre i confini della Galilea. Erano già alcuni giorni che una bambina dodicenne era malata. Quel mattino avevano saputo che Gesù stava arrivando nel villaggio e, all’ora della preghiera in sinagoga, il padre della bambina partì per avvisare Gesù, affinché facesse eventualmente una preghiera o, addirittura, raggiungesse la bambina per guarirla. Intanto la piccola si era aggravata ed era morta. Appena la notizia uscì fuori di quella casa, arrivarono i parenti e vicini. Jairo, il papà della bambina, era molto conosciuto e apprezzato: era il capo della Sinagoga e anche per questo tutti accorsero, anzi, alcuni dei parenti più prossimi si erano stracciati i vestiti, come si usava davanti a notizie particolarmente drammatiche. Altri, in segno di lutto, avevano indossato un sacco e si erano sparsi la terra sul capo. Alcune donne, gridando e piangendo, erano andate a rotolare la testa nella polvere e quelle particolarmente amiche della mamma si erano ripetutamente rotolate nella terra con pianti e lamentazioni.
Un anziano, forse il nonno della bambina, aveva sparso della cenere per terra e vi si era disteso sopra, in un pianto inconsolabile. Gli zii erano intanto arrivati, coprendosi la barba, e le mogli si erano coperto il viso. Nel cortile, sotto una pianta di fichi, alcuni uomini si stavano radendo il capo e coloro che si avvicinavano, entravano nella casa camminando scalzi, pieni di lacrime. Le piangenti avevano già intonato i canti funebri e intanto si facevano i preparativi per il funerale, che sarebbe avvenuto poche ore dopo, in quello stesso giorno.
Quel giorno Jairo, a motivo della figlia morente, non era andato, come al solito, in sinagoga all’orario della riunione, ma era arrivato più tardi, quando la preghiera era terminata: certamente Gesù aveva fatto le sue veci di capo. Come vide Gesù, quest’uomo si gettò ai suoi piedi e, in lacrime, lo pregava che andasse a casa sua per guarire la figlia gravissima. Lui accettò, infatti acconsentiva sempre di agire quando era possibile alleviare qualche lacrima o comunque curare qualcuno e si incamminò con molta gente.
Appena si misero in viaggio, videro un gruppetto di persone visibilmente stralunate che venivano ad avvisare Jairo di non incomodare più il Maestro, perché nel frattempo la bambina era morta. Quell’uomo restò senza parole, perché ormai non si poteva più far nulla. Si sentì in colpa perchè era arrivato tardi a chiamare Gesù, ma questi gli disse di non disperarsi, anzi di aver fiducia, anche se era difficile capire a che cosa poteva servire la fiducia davanti alla morte.
Gesù continuò il cammino verso la casa, ma non permise ad alcuno di seguirlo, eccetto Pietro e i due fratelli, Giacomo e Giovanni. Quando arrivò, vide la manifestazione di dolore che quella gente stava tributando alla famiglia, ormai privata della bambina. Il lutto non era tanto per la piccola, in quanto i bambini in quella società valevano poco, ma per il padre: era per lui che tutto il paese si era mosso. Appena arrivato, Gesù chiese a tutti di smettere i pianti, le grida e tutte le manifestazioni di dolore. Fece uscire tutti dalla casa ed entrò lui, il padre e la madre della morta e i tre che aveva chiamato con sé. Si avvicinò alla bambina e, prendendola per la mano, la risvegliò dalla morte. Le disse: “Thalità kum” (alzati, giovinetta) e la bambina riaprì gli occhi, curata dalla malattia e risvegliata dalla morte. Ma Gesù intimò severamente di non parlare con nessuno di questo fatto.
Non fu questo l’unico caso di rianimazione di un cadavere che Gesù abbia compiuto. Allo stesso modo aveva risuscitato il figlio di una donna vedova, nella cittadina di Naim.. Il caso però che ebbe maggior impatto in quelle comunità fu quello di Lazzaro, un amico che Gesù risuscitò dopo quattro giorni che era nella tomba. Perché dunque Gesù faceva dei miracoli? Per dimostrare che era divino? Che era più forte della malattia e della morte stessa? No, Gesù faceva i miracoli perché nella sua compassione non riusciva a sopportare la sofferenza degli altri, i malati senza medicine, i poveri senza lavoro, o chi rischiava di fare naufragio, o chi in una festa rimaneva senza vino.
Un epilettico curato
In quanto guaritore, Gesù fu considerato certamente un grande esorcista. Il mondo degli spiriti del pensiero persiano aveva molto influenzato Israele, che proiettava ciò che non capiva nel mondo degli spiriti, buoni o cattivi: tutte le malattie erano considerate, per esempio, il frutto di diversi spiriti cattivi, di demoni che aggredivano lo spirito umano.
Un giorno portarono a Gesù un epilettico: secondo il pensiero corrente, aveva un demonio in corpo che lo buttava a terra lasciandolo mezzo morto, con abbondante spuma alla bocca. Qualcuno raccontò pure che questo demonio aveva tentato di ucciderlo buttandolo nel fuoco e, un’altra volta, tentando di annegarlo nell’acqua. Gesù, che non voleva fare il medico e nemmeno il teologo, ma semplicemente curare il malato, rispose che se, come essi dicevano, aveva un demonio in corpo, per guarirlo l’avrebbe scacciato. E così fece.
La tempesta
C’è poi una serie di miracoli “sulla natura”: la tempesta sedata, il cammino sulle onde del mare, la moltiplicazione dei pani, la consegna dello statere, il fico seccato, la trasformazione dell’acqua in vino, di cui si è parlato sopra, la pesca miracolosa. Riguardo a questi miracoli, qualcuno pose dei dubbi per dei particolari che si ripetono in racconti diffusi nella letteratura giudaica e di altri ambienti culturali. Occorre però precisare che, se si parla di pesca, è ovvio usare parole simili che si ripetono: reti, pesci, barche, mare, acqua, onde e così via. Per compiere quei miracoli Gesù non avrebbe potuto comportarsi diversamente.
Una notte gli apostoli andarono a pescare e Gesù era con loro. Stanco di una giornata massacrante, si era messo a dormire. Su quel lago spesso il clima cambia improvvisamente e si scatenò una tempesta da spaventare quei giovani, che pure erano lupi di mare: ebbero paura di essere travolti. Era capitato a tanti di non tornare, anche perché le loro erano barche di poveri, quindi particolarmente fragili.
Le onde, entrate ripetutamente nella barca rischiavano di farla affondare, allora gli apostoli svegliarono Gesù, il quale li rimproverò per la poca fiducia: sapendo che era là con loro, non potevano giustificare la loro paura. Proprio in quel momento, Egli comandò al vento e la tempesta si tramutò in bonaccia, lasciando i ragazzi senza parola davanti a quel segno e facendoli concludere: «Chi è mai costui a cui ubbidiscono il vento e la tempesta?». Dovevano pur cominciare a chiedersi chi era quel loro compagno di viaggio.
Gli apostoli non avevano avuto la fortuna di avere 2000 anni di storia di cristianesimo alle spalle come noi. Essi erano i primi a trovarsi di fronte all’avvenimento Gesù Cristo, incapaci di leggere quel segno del loro tempo che inaugurava il tempo del Messia, atteso da secoli. Ora quel personaggio che era sembrato un mito era lì in carne ed ossa, nella loro barca, a sfidare la loro fede.
Oggi si può ancora parlare di miracoli?
Il razionalismo dice che si può attraversare il lago a nuoto o in barca, ma non camminando sull’acqua e ancora che la malattia viene curata dalla medicina e non dalla volontà istantanea di un santo.
Quando mi pongo davanti a un miracolo, il non-credente che è in me tenta di eliminare Dio da tale contesto, mentre il credente che è in me (secondo la mia fede) lo riconosce: il Dio che con la sua Provvidenza agisce continuamente nel mondo è lo stesso che, attraverso alcuni segni straordinari, vuole entrare in dialogo con me e dimostrarmi a fatti quanto mi vuole bene, ovvero manifestarmi la sovrabbondanza di un amore che abbatte tutte le barriere entro le quali vorrei costringerlo.
È certo che Gesù abbia compiuto dei miracoli?
Nella misura in cui esiste una tradizione sulla vita di Gesù, la sua attività miracolosa ne fa parte a pieno titolo: questa è una certezza che si impone, riconosciuta ormai dalla quasi totalità degli studi contemporanei in campo cattolico e molto diffusa anche oltre tale confine. Leggendo i resoconti degli evangelisti, lo storico Légasse riferisce che non è difficile rendersi conto che essi non manifestano alcuna reticenza sulla verità dei racconti che narrano. Per gli autori del N.T., tanto la realtà dei miracoli quanto la loro origine soprannaturale era scontata, come risulta da alcune allusioni.
I miracoli: abbellimenti poetici?
Rahner afferma che la critica storica non può eliminare, nel loro complesso, i miracoli della vita di Gesù..
Dobbiamo comunque vedere i miracoli non come segni della potenza sua o riferita a Dio, ma come degli atti di compassione e di misericordia.
Gesù era innamorato del suo popolo. Per questo gli dava tutto il bene che possedeva: l’istruzione perché era maestro, la guarigione in quanto taumaturgo, il perdono perché era buono e, infine, spiegava quanto Dio è Padre, affinché nessuno si sentisse orfano.
Se poi il cristiano si domanda se si può ancora affermare che la missione e la natura del Cristo siano state provate dai suoi miracoli, si può rispondere affermativamente, considerando però che gli atti prodigiosi di Gesù potrebbero anche essere il suo modo di raggiungere l’altro, di dirgli che gli vuol bene, di dirlo in fretta e al più gran numero di persone. Potrebbe essere stato il suo modo di amare i poveri, i piccoli, i malati, i sofferenti, tutti coloro che accorrevano a Lui per chiedere la sua compassione e il suo amore indiviso.
Gesù non ha guarito tutti i malati della Palestina, né ha resuscitato tutti i giovani morti prematuramente, ma ha guarito il “prossimo”, il malato che incontrava, con il quale stabiliva un rapporto che curava e convertiva: così avvicinava il Regno di Dio, in cui anche i poveri sarebbero stati beati.
Un ateo può credere ai miracoli?
Se a un ateo accade di constatare un fenomeno che noi chiamiamo “miracolo”, non potrà far altro che confessarsi incapace di iscriverlo nella sua sintesi scientifica. Un non credente non può accettare un miracolo e dovrà sforzarsi di trovare tutte le spiegazioni razionali possibili.
Sono stato personalmente coinvolto in un fatto straordinario: un signore della periferia di Rio de Janeiro fu colpito da una malattia che lo stava paralizzando. Egli, costretto alla carrozzella, aveva già perso la sensibilità degli arti inferiori e in parte delle braccia. Il medico, che conosceva bene il decorso della malattia, con sensibilità umana l’aveva aiutato ad accettare la sua situazione, ormai irreversibile.
Ma quest’uomo, con una grande fede, trovò il coraggio di chiedere a Dio il miracolo per l’intercessione di un testimone, che lui riconosceva come grande santo. Improvvisamente recuperò la salute, lasciò la carrozzella e riprese la sua vita normale, con la certezza di aver ricevuto un miracolo. Quando si presentò al suo medico ateo, che lo aveva seguito in tutte le fasi, compresa l’ultima, chiese se poteva testimoniare quel miracolo avvenuto davanti ai suoi occhi.
La risposta fu la seguente: “La medicina ha molte zone d’ombra che noi non conosciamo. C’è poi il fatto che se, questa guarigione è avvenuta, significa che poteva avvenire e se poteva avvenire io non posso considerarla un miracolo”.
In quanto ateo, il medico non poteva andare oltre.
Perché Gesù faceva dei miracoli?
Di fronte a tutta quella gente malandata, Gesù si è infatti lasciato coinvolgere dalla sofferenza umana, facendo perfino miracoli che non avrebbe voluto fare, come quello di Cana di Galilea o quello verso la donna siro-fenicia. Si può concludere che questo Gesù misericordioso, totalmente per gli altri, pieno di compassione di fronte alla sua gente affaticata e stanca a cui dà sollievo incoraggiandola, curandola e liberandola con pietà, fino alle lacrime, è l’immagine più divina che abbiamo di Gesù. Come, dal primo giorno della creazione, il Padre è stato e sarà fino alla fine totalmente “per noi”, così Gesù è totalmente per noi.
Lo scontro con i demoni
Nel trattare di guarigione da malattie, non si può evitare lo scontro con Satana, le possessioni demoniache e gli esorcismi. I particolari di questi racconti possono essere attribuiti agli evangelisti stessi o alle tradizioni popolari dell’ambiente in cui visse Gesù. Al tempo di Gesù, malattia e possessione demoniaca erano spesso sinonimi. Per potersi far capire nei suoi discorsi e nelle sue azioni, Egli ha assunto così profondamente la mentalità e cultura dei suoi contemporanei da condividere persino le loro credenze anche in questo campo. L’animismo spontaneo delle popolazioni primitive, infatti, era diventato sempre più complesso in tutti i paganesimi dell’antichità, dando vita a mitologie molto elaborate che presentavano le lotte tra il Bene e il Male, la Luce e le Tenebre, l’Ordine e il Caos, quindi spiriti buoni e spiriti cattivi.
A conclusione di questa riflessione, riporto una risposta illuminante data nell’aula del Concilio Ecumenico Vaticano II. A Pierre Benoit domandarono che cosa si poteva pensare a riguardo dell’oscuro personaggio di Satana: il Padre rispose che non possiamo cancellare quel nome senza strappare diverse pagine della Bibbia, ma dobbiamo riconoscere con umiltà che non sappiamo che cosa sia, se cioè un essere personale o simbolico, la personificazione del male, l’insieme dei peccati o altro ancora. Questa risposta umile e sapiente ci aiuta a leggere con umiltà tutti i testi che, nei Vangeli, riferiscono qualcosa della demonologia.
Quando Gesù inizia la sua vita pubblica e la sua predicazione, esplode un avvenimento in Galilea: è arrivata una buona notizia. Ciò che aveva già scritto Isaia ora si compie: ai poveri viene annunciata la fine delle loro disgrazie, i prigionieri sentono dire che si apriranno le porte della prigione e si dice che tutti gli oppressi saranno liberati. E gli spiriti impuri fuggono davanti a Gesù. Tutti si dicono l’un l’altro che è arrivato il tempo della salvezza, intanto i ciechi recuperano la vista, mentre i paralitici buttano le stampelle e anche i sordi ascoltano una nuova parola predicata con autorità. I malati e persino i lebbrosi vengono guariti, e i morti stessi risuscitano.
Ma chi è che risuscita i morti? Un profeta? Sì, un altro Elia è tornato tra di noi. Dopo tanto tempo che i profeti avevano smesso di parlare, proprio vicino al Giordano, per un poco, il popolo si era riscaldato attorno al fuoco di Giovanni Battista (il Battezzatore) che predicava la conversione per preparare i tempi nuovi. Ora c’è un fuoco che sta per incendiare il mondo. La buona notizia passa di bocca in bocca. È un profeta galileo: Gesù Cristo. Persino i peccatori si sentono dire: «Ti sono perdonati i peccati». Ma chi può perdonare i peccati se non Dio? Allora è proprio Lui il Messia, il Figlio di Dio, colui che viene a salvare il nostro popolo, quindi sarà lui il Re d’Israele, ma Gesù impedisce che lo facciano re e che pensino a Lui come capo politico, liberatore dal giogo straniero.
Quando Gesù parla e vede la sua gente assente, la scuote e cerca di aprire loro gli occhi e di rendersi conto che il tempo a disposizione per capire e cambiare vita è poco, è veramente poco: «Avete appena sentito Giovanni che ve l’ha detto. La scure è già sulle radici, e l’albero siete voi. Dio ha avuto tanta pazienza con la vostra pianta che non portava frutti; adesso è disposto a irrigarla, e aggiungerà altro fertilizzante, ma se non produrrete nulla, forzerete il Signore ad abbattere l’albero. «Il tempo che avete a disposizione per capire è poco per convertirvi e fare penitenza. Voi siete come quell’uomo che ha lavorato tutta la vita a produrre e arricchirsi al punto che per immagazzinare tutti i raccolti ha dovuto abbattere i silos vecchi e costruirne di nuovi e adesso è soddisfatto, ma non ha pensato che questa notte gli può essere tolta la vita. E che sarà di tutti quei beni e del suo potere? O come quell’altro che era tanto incollato alle sue ricchezze che non riusciva nemmeno a dare gli avanzi della sua tavola a un mendicante che ogni giorno bussava alla sua porta,. O come quel portinaio che aspetta il suo Signore che deve arrivare e non sa a che ora; può arrivare anche alla mezzanotte, per questo deve vigilare.
Parabole e atti di misericordia
Un certo giorno, raccontò di un figlio che voleva migrare. A quell’epoca, la migrazione in paesi più fortunati era molto comune. Sette israeliti su otto infatti vivevano in paesi lontani dalla patria.
Il giovane di cui Gesù parla nel suo racconto vuole far fortuna fuori. Vuole migrare anche lui ma, per realizzare quel sogno, ha bisogno di soldi e li chiede al padre. Non avrebbe avuto diritto a ricevere l’eredità che gli sarebbe spettata un giorno, dopo la morte del padre, il quale avrebbe anche potuto dividere i suoi beni con i figli mentre era in vita, ma sarebbe rimasto comunque con l’usufrutto fino alla morte. Il figlio, quindi, non sarebbe potuto emigrare con i soldi della sua eredità, ma il padre aveva acconsentito e, contro ogni previsione, aveva lasciato partire il ragazzo (non sposato, quindi pressappoco diciottenne), che avrebbe potuto anche fare fortuna. Il contratto viene stipulato, il figlio riceve i soldi e da quel momento non ha più alcun diritto sull’eredità. Per lui il padre è giuridicamente morto e parte. Ma, invece di pensare a costruire il suo futuro, spende tutti i soldi in feste e in prostitute, fino a quando, dopo aver sprecato tutto, si trova in una terribile carestia. A quel punto cerca lavoro per sopravvivere e trova l’umiliante impiego di pascolare i porci. Fa la fame e non riesce nemmeno a nutrirsi come i maiali del suo padrone. Decide allora di tornare a casa e, invece di trovare il padre che lo carica di giusti rimproveri, lo vede emozionato dalla gioia per il suo ritorno, tanto che lo abbraccia.
Il giovane ha pensato ad alcune parole da dire: «Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te, non son più degno di essere chiamato tuo figlio, trattami almeno come uno dei tuoi servi». Ma il padre gli rimette vestito, sandali e anello come aveva prima. Ma come si giustifica il padre per questa “ingiustizia”? Semplicemente dicendo: «Era morto è ritornato vivo, era perso ed è stato ritrovato». Così è il Padre dei cieli, così è Gesù, così dovremo essere noi. Il fratello che, arrivando quando sente la festa e la notizia del fratello tornato, si innervosisce, lui non la pensa come il padre. Gesù sa bene cosa pensano i suoi ascoltatori, in particolare farisei, scribi e sadducei. Egli sa che chiacchierano e dicono: «Ha ben ragione a lamentarsi il fratello maggiore», ma, tra la gente, altri decidono di tornare sempre a sentire queste parole che guariscono tante ferite.
Gesù, però, non ha finito la lezione: racconta ancora che c’era un pastore con cento pecore e, al solito conteggio della sera, si accorse che ne mancava una. Lasciò il gregge e partì per cercare la pecora persa, fin quando, dopo averla ritrovata impigliata tra i rovi, la prese e se la caricò in spalla, sfinita com’era, dopo tanto cammino nel deserto. Al suo ritorno fece festa, perché quella pecora era persa ed era stata ritrovata, era come morta ed era tornata viva. Qualcuno tra gli ascoltatori avrà pensato: «Per una pecora?».
Gesù racconta ancora di una signora che, per aver perso una moneta preziosa per il valore economico o per quello affettivo, ributtò all’aria tutta la casa per cercare il piccolo tesoro e, quando lo trovò, invitò le amiche a fare una festicciola in famiglia perché quella moneta era persa ed è stata ritrovata.
Gesù mostra così quanto misericordioso sia il Padre che è nei cieli: il figlio che torna almeno chiede perdono e quindi è più comprensibile anche la misericordia del padre; nel secondo caso, la pecora né torna a casa, né può chiedere scusa, ma almeno un belato avrà pur potuto darlo in segno di aiuto; ma il terzo caso è il più sorprendente, la moneta non torna, non chiede scusa per essersi persa, non dà nessun segno di pentimento, perché non potrebbe, eppure anche per essa si fa festa.
La terza parabola dà la misura della misericordia di Dio: gratuita. Gesù dirà che si fa più festa in cielo per un peccatore che si converte che per 99 giusti. Probabilmente è in questa circostanza che accadde un altro fatto che completò la comprensione delle parabole. Mentre Gesù parlava di queste cose, si trovava probabilmente a pranzo in casa del fariseo Simone che lo aveva invitato. Dopo aver ascoltato queste parole, una donna peccatrice scoppiò in pianto, poi si avvicinò ai piedi di Gesù con un vaso di alabastro, cominciò a ungergli i piedi con quel prezioso profumo e a baciarli, poi, avendoli bagnati abbondantemente anche con le lacrime, si sciolse i capelli e con questi li asciugava.
Simone, che non la pensava come Gesù, diceva tra sé che se Lui fosse stato un vero profeta avrebbe saputo di che razza era quella donna, e non si sarebbe mai lasciato toccare da lei. Ma Lui gli pose un quesito: tra due uomini, se uno avesse avuto il condono di 500 denari (5mila euro) e un altro di 50 denari, quale avrebbe amato di più quel creditore. Simone, giustamente, rispose: «Suppongo colui al quale è stato condonato di più». E poiché Gesù insegnava non solo con le parole, ma vivendo esattamente quello che diceva, in questo modo le sue azioni continuavano a istruire.
Qualche tempo dopo, infatti, mentre Gesù era al Tempio, trascinarono davanti Lui, per un suo parere, una donna sorpresa in adulterio, ma in realtà per coglierlo in fallo. Dichiararono che, secondo la legge di Mosè, quella donna doveva essere lapidata e chiesero a Lui che cosa ne pensava, visto che parlava tanto di misericordia. Ma Gesù, dopo aver scritto per terra si alzò e disse: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra» e se ne andarono tutti. Poi Gesù perdonò la donna, chiedendole di non peccare più.
In alcune parabole appare sorprendente anche la sua comprensione per gli altri. Raccontò un giorno di operai che aspettavano per essere presi a lavorare. Alcuni trovarono impiego all’inizio della giornata, altri più tardi e altri ancora quando mancava solo più un’ora di lavoro. Alla fine, fuori di ogni previsione dell’ascoltatore, Gesù racconta che il padrone elargì anche a questi ultimi la stessa paga che aveva dato a chi aveva portato il peso dell’intera giornata. Egli usa dei metri diversi da quelli del popolo comune: non mette al primo posto il lavoro, il salario, il profitto, ma la necessità dell’altro.
Tra gli uomini che andarono a lavorare, tutti ne avevano bisogno, tutti avevano una famiglia, tutti dovevano provvedere la cena per la sera. Gesù aiuta a capire che il metro della carità ha altre leggi da quelle comuni. E quando si legge una parabola come questa, occorre interpretarla nelle situazioni concrete della vita di oggi e guardare con gli occhi di Cristo chi non ha lavoro, chi non ha la forza per lavorare, chi è malato e, nel momento in cui non può più lavorare a causa della salute persa, ha più bisogno di prima di alimentarsi, di comprare medicine, quindi del salario più ancora di quando poteva lavorare: se non chiudiamo gli occhi su queste pagine del Vangelo, facciamo una vera rivoluzione nella nostra vita.
Perché Gesù parla in parabole?
Attraverso le parabole che Gesù racconta, l’uomo può capire per analogia come Dio si comporta: accoglie il figlio che torna, va in cerca della pecora perduta, cerca la moneta persa e sa aspettarsi un albero da un chicco di senape. È un Dio che ama la festa con banchetto di nozze per tanti invitati e l’uomo riesce a capire quello che anche lui deve fare sulla terra. I miracoli, i discorsi e le parabole sono un insieme di segni che raccontano il regno di Dio. Se Gesù pronunciasse solo verità di fede e le offrisse come dogmi già confezionati, noi non ci sforzeremmo ad approfondire e interpretare le verità proposte alla luce della nostra vita, come siamo invece stimolati a fare con le parabole dopo 2000 anni. Parlando in parabole, Gesù lascia un libro aperto per essere letto e riscritto nei secoli futuri, nelle diverse culture.
Per capire le parabole dobbiamo pensarle innanzitutto come raccontate da Gesù e ricordare a chi le stava dirigendo. Se invece le leggessimo come testi di un autore anonimo, perderebbero il singolare spessore che le caratterizza. Se, per esempio, prendiamo la parabola di un uomo che davanti all’altare ringrazia per le sue opere buone, mentre un peccatore al fondo del Tempio chiede perdono per i suoi peccati, potremmo concludere che entrambi fanno ciò che debbono; se però sappiamo che il primo è fariseo e l’altro pubblicano, cambia tutto; se poi, ancora, ci rendiamo conto che è Gesù a raccontare e che tra gli uditori ci sono farisei e pubblicani, la parabola acquista ben altro valore.
Egli vive secondo la cultura delle parabole che racconta. Come il buon samaritano, Lui si ferma sempre di fronte al malcapitato vittima dei briganti, si ferma sempre davanti al malato, al cieco, allo storpio, al lebbroso e risolve il problema di ciascuno.
Come il buon pastore, Gesù va incontro al peccatore per perdonarlo nella condizione di un paralitico, di una donna adultera che nemmeno si aspetta il perdono, di una peccatrice pubblica che apertamente lo copre di lacrime. Di fronte al povero Lazzaro, Gesù non si pone come l’insensibile ricco che nemmeno lo vede, al contrario cura le ferite al povero e guarisce il malato, gli provvede pane e pesce quando ha fame e il miglior vino quando è in festa, a costo di fare dei miracoli come di fatto fece.
Gesù premia chi ha ricevuto cinque talenti e ne ha fatti fruttificare altrettanti, mentre non apprezza il pigro che perde il tempo prezioso della vita senza produrre nulla, anzi, lo avverte che sta andando verso una disgrazia grande, proprio come quel fico che non produceva nulla: se dopo tante cure, dopo essere stato zappettato, concimato e irrigato, ancora non produrrà, dovrà pur essere tagliato e tolto, in modo da non sfruttare inutilmente quel terreno. Se incontra chi è sfiduciato e si chiede: “Che cosa mangerò domani, come nutrirò e vestirò i miei figli?”, Gesù lo invita a guardare gli uccelli del cielo e i fiori del campo, infatti gli uni non coltivano la terra e gli altri non tessono i vestiti, ma il Padre che è nei cieli provvede loro il meglio. E, ancora, fa notare che, quando il contadino semina, sia che egli vegli o dorma, il seme sottoterra germoglia.
A chi non ha pazienza e vuole fare giustizia subito, né sopporta che gli altri possano sbagliare, Gesù propone di guardare il campo con la zizzania, cercando di far capire che, se si toglie la zizzania all’inizio della stagione, si distruggerà anche molto del grano buono, quindi che occorre saper aspettare fino al raccolto, quando il coltivatore saprà dividere la zizzania dal grano.
Nelle parabole abbiamo visto come Gesù presenta un uomo nuovo, tutto teso all’altro; per il quale addirittura l’altro è più importante di lui stesso; un uomo che offre tutto: pane, pesce, vino, salute, fa rivivere e fa risorgere l’altro, lo illumina e gli indica strade nuove.
Il Regno di Dio
Quando Gesù chiamò i primi discepoli, subito Natanaele lo seguì dicendogli: «Tu sei il re di Israele!». Durante il ministero pubblico, Lui doveva scappare, perché la gente voleva farlo re. E non solo la gente aveva l’idea fissa. Nell’elenco dei Dodici figura un certo Simone, designato con l’appellativo di “zelota”, e forse qualche altro apostolo che perseguiva la stessa idea degli zeloti di liberare in fretta Israele e costituire un nuovo regno politico di pace che chiamavano anch’essi volentieri: “Regno di Dio”. E lo stesso accadde durante la sua passione, con Pilato: «Tu sei il re dei Giudei?». E così sulla croce: fu scritto perfino su un cartello per dire che Lui era re.. E anche dopo la sua morte, sulla via di Emmaus, i discepoli di cosa possono discutere se non del solito argomento? “Noi speravamo fosse lui a liberare Israele e diventare nostro re”. Un minuto prima della sua ascensione, ancora quella domanda. A ricordarci che non sono cambiati.
Un nuovo regno per liberare Israele
I Dodici avevano capito chiaramente che Gesù era il Messia e, se era tale, doveva essere il liberatore dagli invasori romani. Egli aveva dimostrato di avere una forza superiore che nessuno aveva mai dimostrato di avere, per cui era doveroso aspettarsi che sarebbe stato lui a portare a termine l’impresa della liberazione. Tutti avevano sognato il tempo del Messia. Il tempo era arrivato. Gesù era diventato questa speranza. Si respirava ormai un tempo che avrebbe portato una vita senza guerre, cibo abbondante, il buon pane profumato, vino, latte e miele, come si era sempre sognato per il tempo in cui sarebbe arrivato il Messia.
I discepoli capirono che nel Nuovo Regno non ci sarebbero più stati malati, infatti avevano constatato con i loro stessi occhi che dove Gesù arrivava i malati guarivano. Nemmeno le calamità naturali come la burrasca, il vento e le tempeste, che avevano causato tanti naufragi sul mare o sul lago non avrebbero più avuto potere di distruzione, perché dove arrivava Gesù anche le tempeste si calmavano. Non più ciechi, né sordi, né paralitici o lebbrosi, tutti questi avrebbero incontrato la guarigione.
Quando poi Gesù cominciò a parlare di un comandamento nuovo, i discepoli capirono che i nemici non sarebbero più esistiti, in quanto nella nuova legislazione i nemici sarebbero stati amati. E quando Gesù parlò dei bambini che erano il segno del Regno di Dio, i discepoli intesero che nel nuovo regno anche gli adulti avrebbero ottenuto un cuore da bambini, quindi non ci sarebbero più stati l’orgoglio, la violenza, la sopraffazione, l’umiliazione dei poveri.
E quando Gesù, rivolto a chi era andato ad arrestarlo nel Getzemani, domandò chi cercavano ed essi risposero che cercavano proprio Lui, egli indicò se stesso come l’uomo che essi cercavano; in quel momento tutti stramazzarono a terra fulminati da tanta autorità. Gli apostoli furono certi che ormai uno per uno sarebbero caduti tutti, fino all’ultimo principe di questo mondo: Pilato, Erode, Cesare, i re di Babilonia con i loro eserciti, tutti avrebbero consegnato le armi e si sarebbero convertiti al nuovo Regno di giustizia, di misericordia, di perdono e di pace.
Quando poi Gesù comandò di amare come lui aveva amato, capirono ancora meglio la bellezza del Regno: seppero che dovevano confidare in Dio come confidava Lui; credere nell’amore come ci credeva Lui; avvicinare i sofferenti come li avvicinava Lui; difendere la vita come la difendeva Lui; guardare le persone come le guardava Lui; affrontare la vita e la morte con la speranza con cui le affrontava Lui; annunciare quella Buona Notizia come l’annunciava Lui.
I discepoli furono però forzati a intravedere che la proposta del Regno di Dio andava oltre le loro aspettative infatti nel Getzemani, dopo aver visto coloro che erano andati ad arrestare Gesù che erano caduti a terra li avevano pur visti a rialzarsi ancora, e quando davanti alla croce non potevano che aver sperato disperatamente di vedere Gesù scendere da un momento all’altro, dal patibolo per iniziare finalmente la rivoluzione, ma poi contro ogni loro aspettativa Lui non era sceso e Gesù era morto davvero.
Così, invece di capire, arrivò la notte più lunga del mondo, carica di domande senza più risposte. In quella notte, tutti i sogni si infransero con ciò che era stato sperato con assoluta certezza. Essi, i poveri discepoli, avevano nutrito tanti sogni, ma almeno uno, quello del Regno di Dio era stato garantito loro dalla persona più autorevole che essi avevano incontrato nella loro storia. Ma quello stesso sogno era stato crocifisso con chi l’aveva proclamato e promesso. Nessuno mai più, su questa terra, avrebbe potuto promettere o riproporre quel progetto o tanto meno realizzarlo.
Adesso bisognava ripensare che cosa era questo Regno predicato da Gesù e che significava entrare nel Regno di Dio: non equivale certo ad entrare in Paradiso, nella Vita Eterna. Quest’ultimo dono Dio può darlo come regalo insieme al nostro desiderio di riceverlo, ma entrare nel Regno significa entrare nella mentalità di Gesù.
Diamo uno sguardo ai due regni: quello del mondo e quello di Dio. Il regno degli uomini ha palazzi e fortezze che devono scoraggiare i nemici: in India, una fortezza ha 26 km di strada al suo interno.[1] La Muraglia cinese è lunga 7.500 km. Il muro di sabbia e mine che divide Marocco e Algeria è di 2.400 km. Di mura ce n’era anche uno a Berlino e ancora uno taglia la stessa Gerusalemme. Gli eserciti degli imperi hanno soldati che devono essere forti, violenti, senza scrupoli. Durante le guerre mettono a ferro e fuoco i nemici con tutto ciò che loro appartiene, distruggendo ogni cosa senza fare distinzione tra palazzi, case, ponti, uomini, donne e bambini.
I regni di questo mondo devono mostrare che sono potenti e che nessuno può osare di misurarsi con loro. Mostrando violenza e crudeltà, i regni mondani vogliono ottenere la paura e il terrore dei sudditi e dei nemici. Un esempio tra gli infiniti: nel XIII secolo, dopo la vittoria a Van, Tamerlano fece gettare tutti gli abitanti dall’alto delle scogliere, mentre a Sivas (Sebaste) non lasciò uccidere gli ultimi 4mila soldati per farli seppellire vivi. Da ultimo, raccolti tutti i bambini in un piazzale, li fece calpestare dai cavalli dei vincitori, per incutere terrore nei dintorni e mostrare a che punto potevano giungere la sua forza e il suo potere.
Il primo palazzo-fortezza del Regno di Dio è stata invece una grotta-capanna della massima fragilità, a Betlemme. E la reggia in cui è vissuto per 30 anni era in parte scavata nella roccia col tetto di fango pressato sui fasci di rami. L’esercito del Regno di Dio è composto di uomini e donne, di molti giovani che si sono lasciati torturare, impiccare, segare, bruciare come torce per illuminare i giardini dei regni di questo mondo, altri che si sono lasciati macinare dai denti di animali feroci, che sono finiti inchiodati o squartati per divertire coloro che desideravano vedere la fine del cristianesimo.
Il loro Re, che invita alla battaglia in prima fila, è un uomo crocifisso, Gesù Cristo e chi vuol seguirlo avrà la stessa sorte, ma la croce non sarà l’ultima stazione..
Dal mare di Galilea, con i discepoli, Gesù aveva iniziato il viaggio per Gerusalemme. La festa di Pasqua non era distante e da ogni parte i pellegrini arrivavano alla Città Santa. I più fedeli compivano spesso questo pellegrinaggio per raggiungere la casa dove abitava lo stesso Dio d’Israele: il Tempio di Gerusalemme. Per gli ebrei era importante raggiungere quel luogo, per chiedere perdono dei peccati e ringraziare per i doni ricevuti, il dono del matrimonio, la nascita di un figlio, una malattia curata, i greggi moltiplicati, buoni raccolti, la fine di una guerra, tutto diventava motivo di ringraziamento.
L’ultima salita
Prima di partire si erano accordati in molti, anzi tutti quelli del villaggio che potevano partecipare. Il pellegrinaggio era anche occasione di festa e di aggregazione della famiglia estesa, che si ritrovava in un clima particolare: era un momento propizio per incontrarsi con i parenti che vivevano più distanti, per raccontarsi gli ultimi avvenimenti, organizzare matrimoni, asciugarsi a vicenda le lacrime della guerra e della povertà e cantare insieme specialmente ciò che Dio aveva compiuto, da quando li aveva liberati dall’Egitto accompagnandoli con braccio forte, su ali di aquila, protetti dalla nube e illuminati dal fuoco e, ancora, alimentati dal pane del cielo.
Quando cantavano i canti di Israele e di quel Dio che li aveva salvati tante volte, questi pellegrini erano certi di una cosa e cioè che sarebbero stati salvati ancora. È probabile però che, in quel clima festoso, tutto il gruppo che era andato crescendo dalla Galilea a Gerusalemme non si rendesse conto di che cosa stava passando nell’animo di Gesù, in quella faticosa salita.
Gli ultimi giorni
Gesù stava vivendo il suo ultimo pellegrinaggio e si preparava alla sua ultima festa di Pasqua, comunque non si piangeva addosso, ma continuava a pensare agli altri, a che cosa era ancora possibile fare per gli altri. Bartimeo, un mendicante cieco di Gerico, gli offrì ancora un’occasione per farsi guarire. I pellegrini che avevano sentito quel cieco gridare: “Gesù, figlio di Davide abbi pietà di me” e, vedendo come era stato esaudito, pensarono che quella fosse una prova in più per stabilire che Gesù era certamente quel Messia tanto atteso e capirono che anch’essi avrebbero potuto essere guariti.
Hosana
Era chiaro che Gesù sarebbe diventato re di Israele ed era sperabile che proprio in quella circostanza, arrivando in città, avrebbe potuto essere consacrato re.
Intanto Gesù, con quel gran seguito, arrivò presso Betania, dove poco prima era capitato un fatto ancora più grande di quello avvenuto con il cieco. A Betania, infatti, c’era una famiglia di grandi amici di Gesù, che spesso lo ospitavano quando, con i suoi discepoli, passava a Gerusalemme. E, proprio in quella famiglia, Gesù aveva compiuto forse il più grande miracolo della sua missione: un giovane di nome Lazzaro era stato risuscitato proprio da Lui, dopo quattro giorni che era morto. E chi non avrebbe voluto almeno vedere e salutare quell’uomo così fortunato? Forse una sosta breve sarebbe stata sufficiente: ormai erano vicini a Gerusalemme. Quando, quella folla era partita, all'inizio del pellegrinaggio, aveva pregato ringraziando Dio: «Che gioia quando mi dissero: ‘andiamo alla casa del Signore» e infine, al termine del pellegrinaggio, poteva continuare il canto così: «E ora i miei piedi si fermano alle tue porte Gerusalemme», continuando a lodare il nome del Signore e a chiedere ancora pace e ogni bene per la Città Santa.
Dopo l’ultima salita da Betania
Era apparsa d’improvviso Gerusalemme, con tutta la sua imponente grandezza, protetta dalle solide mura e dallo splendore della Casa di Dio. E da ogni parte si vedevano i pellegrini che arrivavano. Gesù, che conosceva bene le Scritture, volle aiutare i suoi a capire almeno un poco di ciò che stava succedendo. Per questo aveva mandato avanti due di loro, a chiedere in prestito un asino per cavalcarlo al suo ingresso in Gerusalemme, così avrebbe potuto far capire meglio ai discepoli e agli amici che era lui il Messia, come diceva il profeta Zaccaria: «Rallegrati, figlia di Gerusalemme, ecco il tuo re. Egli è giusto, vittorioso e umile, viene proprio da te, cavalcando un asino».
Per un momento gli stessi discepoli, che non avrebbero voluto venire a Gerusalemme, in un momento tanto pericoloso, furono stupiti, poi, presi dall’entusiasmo, iniziarono a far festa anche loro insieme agli altri. Dopo l’emozione del cieco guarito e dopo aver visto il Lazzaro risuscitato, la folla era letteralmente elettrizzata e aveva chiaramente capito che quello doveva essere il glorioso momento del Messia, il quale sarebbe stato riconosciuto ormai da tutti in Gerusalemme.
Intanto, gli amici di Gesù cominciarono a stendere per terra i loro mantelli. Adesso bisognava dare ogni onore al nuovo re. Alcuni si erano accorti che a Gesù scendevano le lacrime e pensarono che poteva essere emozionato per la grande gioia, in realtà alla vista della grandiosità di Gerusalemme gli era passato davanti agli occhi come un presagio: aveva visto quella città nella polvere della distruzione, tra le grida e la morte di quel popolo massacrato e le pietre delle mura ribaltate.
Sembra che abbia sussurrato a chi gli stava accanto: «Povera Gerusalemme! Se avessi capito quando ti si voleva dare la pace, ma ora è tardi. Ti circonderanno e stritoleranno da ogni parte te e i tuoi figli e non avanzerà più una pietra sull’altra».Eppure tutti continuavano a sventolare palme al suo passaggio, inneggiando: «Hosanna! Benedetto il Regno di nostro padre Davide che ritorna. Hosanna, benedetto il re che viene, nel nome del Signore».
Intanto Gesù e gli amici concludono il pellegrinaggio entrando nel Tempio e ricevendo il benvenuto che i sacerdoti non rifiutavano a nessuno, poi guarda con circospezione ogni cosa e vede ovviamente tutti i preparativi nel Tempio per l’accoglienza dei pellegrini. Davanti a quello spettacolo, Gesù ribolle di sdegno, vedendo il culto venduto e tutto quell’andirivieni che poco si adatta a una casa di preghiera. Forse vorrebbe gridare la profezia che ha dentro, ma tutti sono troppo stanchi e la decisione sembra quella di tornare a Betania presso Marta, Maria e Lazzaro, che hanno sempre le porte aperte per l’ospitalità.
Ritorno a Gerusalemme
Dopo la pausa a Betania, i Dodici e Gesù tornarono a Gerusalemme, in quanto Gesù voleva ancora insegnare nel Tempio e comunicare i suoi ultimi messaggi.
Quando arrivò e rivide lo spettacolo della sera precedente, Gesù volle dire specialmente ai discepoli che ciò che stava capitando davanti ai loro occhi, questa mescolanza di sacro e profano, questa mancanza di rispetto per il luogo più sacro dell’ebraismo, non poteva essere secondo il desiderio di Dio. Così, entrato nel Tempio, si diresse contro quelli che vendevano e compravano, rovesciando persino i tavoli di alcuni dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e, difendendo la purezza del luogo santo come avevano fatto i profeti Geremia e Isaia, gridò: «Non sta forse scritto: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri».
Gesù non attacca il Tempio, che peraltro ama. In esso insegna e compie segni, ma rifiuta gli abusi,. Gesù non combatte la Legge o i Profeti, ma la corruzione dell’aristocrazia sacerdotale. Gesù non è un semplice riformatore, ma Colui che pretende di dare compimento alla Legge e ai Profeti.
L’atto che Gesù compì coscientemente, conoscendo tutti i rischi che correva rispetto a una futura condanna, diventò comunque una delle ultime gocce che fece traboccare il vaso. In tale contesto, pur sembrando uno zelota rivoluzionario, divorato dallo zelo per la casa di Dio, in realtà Gesù continua ad essere un Principe di pace: al termine di quel giorno di grande emozione, Egli mostra infatti che tipo di zelota è, e si mette a curare ciechi e paralitici che nel frattempo gli si erano avvicinati.
Poiché il tempo si stava riducendo per Lui e la cerchia dei nemici gli si stava stringendo attorno, Gesù anticipò una cena di addio con i suoi, proprio come una cena pasquale celebrata con probabilità con un giorno in anticipo, al giovedì sera.
Probabilmente quella sera non si celebrarono tutti i riti della Pasqua giudaica, bensì il personale saluto d’addio di Gesù, con un carattere molto particolare, nel quale istituì la sua vera Pasqua. Gesù sapeva che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, sapeva che aveva amato i suoi che erano nel mondo, sapeva di aver amato fino all’impossibile. E sapeva anche che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, che era venuto da Dio e che a Dio tornava…
Che fece Gesù, sapendo tutto questo? Si alzò da tavola, depose il mantello, si annodò un asciugatoio, versò acqua in un catino e cominciò a lavare i piedi ai suoi discepoli e ad asciugarli con quell’asciugatoio di cui si era cinto. Dopo che gli apostoli rimasero comprensibilmente costernati, e dopo un primo rifiuto di Pietro che faticava a capire e dopo che anche Giuda aveva ricevuto l’onore dell’ospite dal “servo” Gesù, il maestro riprese il mantello, si sedette e concluse dicendo: «Avete capito che cosa ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri.
La Cena Eucaristica
Pietro, Giuda, Matteo, Giacomo e tutti gli altri – ciascuno fasciato nel suo mondo così complesso, fatto di sogni, speranze, forse progetti di grandezza e potere che, in alcuni momenti, avevano accarezzato – erano certamente anche desiderosi di diventare come Lui, di avere un giorno il suo sguardo puro, il suo cuore così appassionato e le sue mani così benefiche. Vicino a Gesù avevano studiato e imparato come diventare buoni e bravi. Ora si trovavano là, insieme al loro Maestro che, quella sera, stava scrivendo il suo Testamento per loro (ma anche per il mondo intero).
In quelle ore, Gesù consegnò tutte le sue ricchezze, i suoi beni, tutto ciò che in quei trentatré anni aveva messo da parte, aspettando di affidarlo loro quando fossero stati un poco più adulti. Ma, per rendersi conto dell’eredità che stavano ricevendo, i poveri apostoli avrebbero avuto bisogno di molto più tempo per capire. Dunque Gesù divise tutto con loro e specialmente divise se stesso e si diede loro tutto, pezzo per pezzo. E chi poteva immaginare che, per essere sempre più comprese, le parole e le azioni di quella sera sarebbero state ripetute milioni di volte, ogni giorno fino alla fine del mondo. Sarebbero state ripetute nelle case, nelle chiese, nelle basiliche, sulle navi, nelle grotte, nelle piazze, nei deserti e sulle montagne. Il segno di quella sera sarebbe stato consegnato a uomini, donne, bambini, giovani, anziani, forti o malati, ma specialmente ai poveri, destinatari privilegiati a capire e ad accogliere quel dono. Tutti sarebbero stati nutriti da quella cena.
Ma che cosa fece dunque Gesù di così straordinario? In primo luogo pregò, ringraziando il Padre, poi prese il pane che c’era su quel tavolo, lo benedisse e, pezzo per pezzo, lo consegnò a quella piccola assemblea, dicendo che quello era il suo corpo, che era proprio Lui che si consegnava a loro e li invitò a mangiarlo. Poi Gesù deve pur aver parlato delle Alleanze che, in tempi diversi, Dio aveva stretto col suo popolo. In quei patti, Dio da una parte e gli uomini dall’altra si erano dati la mano, promettendo fedeltà l’uno all’altro. Dio era sempre stato fedele, l’uomo mai.
Ora si erano messi Gesù con l’umanità da una parte e Dio dall’altra e si diedero la mano, stringendo un’Alleanza nuova. Fu così che Gesù, come aveva fatto col pane, prese anche un calice di vino e lo offrì a tutti: come durante le antiche alleanze si era sigillato l’accordo col sangue di animali offerti, adesso quel vino era come il suo stesso sangue, anzi era il suo sangue, che lui stesso avrebbe sparso per l’umanità intera, dopo essere stato flagellato a una colonna e inchiodato a una croce.
In altre parole, quella sera Gesù prese pane e vino e disse: «Questo pane e vino sono il mio corpo e il mio sangue, sono proprio io, è la mia vita stessa che io offro e consegno a voi; prendetemi, mangiate e bevete questa mia stessa vita, custoditela e usatela, ve la offro per una ragione speciale e cioè per il perdono dei peccati, affinché voi impariate a chiedere perdono, a riceverlo e ad offrirlo agli altri. E adesso chiedo a voi di fare la stessa cosa, prendete la vostra vita tra le mani, spezzatela e offritela e datela da spezzare ai vostri vicini. Facendo questo vi ricorderete di me».
Chissà se gli apostoli riuscirono a fare un applauso. Da quel momento, per quella Chiesa nascente, era diventato chiaro il nuovo compito: diventare “lavanda di piedi” e “pane spezzato”: da quel modo di comportarsi, quella Chiesa sarebbe stata riconosciuta discepola di Gesù. Uscendo poi dalla sala, si resero nuovamente conto di essere a Gerusalemme, con tutto ciò che stava diventando quella Città per loro: carriole di chiodi sfilavano per la città, militari ovunque mettevano in guardia i malintenzionati, clima di festa e di tensione si mescolavano insieme.
I testi della passione e morte furono probabilmente il primo Vangelo che si meditava nella riunione della cena eucaristica celebrata fin dall’inizio dalla comunità cristiana.
Al Getzemani
Ancor oggi chi va nella valle del Cedron e risale di poco la collina di fronte alle porte d’oro della città santa, scorge l’angolo del Getzemani. Era una ampia grotta naturale dove una famiglia (probabilomente di Marco) aveva sistemato un frantoio che poteva provvedere alla torchiatura delle olive di quella vallata interamente coperta dei preziosi alberi contorti. Gesù e i suoi, quando venivano a Gerusalemme, , trovavano uno spazio sufficiente per passarvi la notte.
Gesù e i suoi, cantando l’inno, scesero la vallata, passarono il letto del fiume, che spesso è asciutto, e risalirono di poco fino alla grotta che li avrebbe ospitati quella terribile notte. Ormai Gesù ha detto ciò che doveva dire. Adesso ha bisogno di silenzio e di passare queste poche ore a tu per tu con il Padre suo. In precedenza aveva dichiarato: «Ecco, viene l’ora, ed è venuta, in cui vi disperderete ciascuno per proprio conto, e mi lascerete solo. Ma non sono solo, perché il Padre è con me».
Gesù aveva detto ai discepoli di fermarsi là nella grotta, mentre Lui si sarebbe allontanato appena un tiro di sasso per pregare, ma non andò da solo: «prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni». Probabilmente tentò di coinvolgerli nel momento ultimo della sua grande offerta e “cominciò a provare paura, smarrimento, tristezza e angoscia”. E su quelle rocce che ancora oggi sono testimoni del più grande dolore che coinvolse un uomo, Gesù confidò ai tre amici che la sua anima era triste da morire e chiese loro di vegliare accanto a lui. «Intanto si allontanò un altro poco e, prostrato con la faccia a terra, pregava».
In questo momento non era più l’uomo che, con solennità comandava il vento e la tempesta, né il taumaturgo a cui tutti accorrevano per dirgli: “Se vuoi, puoi guarirci”, né l’uomo che stendeva la mano a una bambina morta per resuscitarla, ma l’uomo prostrato, nella sua debolezza estrema, umile, dipendente e implorante di fronte al Padre, per chiedergli se poteva fare qualcosa per lui. Era là come Isacco sul monte, di fronte al padre che, in lacrime, doveva pur compiere un’ubbidienza.
Anche il Padre di Gesù è ubbidiente al grido della sua umanità che chiede di essere redenta, guarita. Ma, a differenza di Isacco che venne sostituito da un agnello, Gesù, il Figlio, rimase al suo posto fino alla fine, lui stesso come un agnello sgozzato. Intanto Gesù pregava e diceva a voce alta: «Rimanete con me e vegliate». Ogni giusto ha una strada tracciata che sarà la stessa di Gesù, quella del Getzemani, del Calvario, là dove l’angoscia del giusto Gesù riassume quella di tutti i giusti nella sofferenza. Nel momento in cui la volontà del Padre sembra la più incomprensibile, Gesù continua a fidarsi del suo Dio. Allontanatosi un poco, prostrato, con la faccia a terra, pregando, diceva: “Abba, Papà, se è possibile posticipa almeno un poco questa ora di dolore. Tuttavia, non come vorrebbe la mia umanità, ma come vuoi tu”. Probabilmente Gesù pensava alla sua comunità ancora così bambina e gli sembrò impreparata per rimanere orfana. Mentre, da un lato, Gesù grida e chiede di posticipare quell’ora, dall’altro lo stesso Gesù grida perché si compia in fretta la volontà del Padre che è anche la sua volontà. Tornato poi dai suoi discepoli, li trovò addormentati. Per ben tre volte si allontanò e tornò a svegliarli invitandoli a pregare per non cadere nell’ora della prova.
Gli apparve poi un angelo dal cielo a consolarlo. Il Verbo di Dio incarnato, il consolatore per eccellenza che ha rianimato uomini e donne durante tutta la sua vita, solidarizza a tal punto con i suoi da accettare di diventare un Gesù consolato. L’evangelista Luca, che è medico, riporta un fenomeno fisiologico che vive Gesù stesso: «E nel momento dell’agonia pregava sempre più intensamente, al punto che il suo sudore era stato sostituito dal sangue stesso che a gocce cadeva per terra (fenomeno raro ma ben conosciuto dalla medicina, quello della hematidrosis).
Di fronte alla sua passione, Gesù è pietrificato dal dolore, angosciato e triste da morire, grida e piange, assalito da un profondo turbamento e dal panico incontrollabile, mentre vive la sua drammatica agonia. La città lo aspetta con poche alternative: se sarà il Sinedrio ad avere l’ultima parola, Gesù sarà lapidato; se invece l’ultimo giudice sarà Erode, Gesù sa che sarà decapitato come non molto prima era stato ucciso Giovanni Battista; se saranno i Romani con Pilato a decidere la sua sorte, sarà flagellato o crocifisso. In ogni caso a portare Gesù a Gerusalemme ci penserà un gruppo di gente sinistra che lo trascinerà legato al tribunale degli uomini.
È il momento in cui fratel Carlo de Foucault mette sulle labbra di Gesù questa preghiera: “Padre mio, io mi abbandono a te. Fa di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me ti ringrazio. Sono pronto a tutto. Accetto tutto purché si compia in me la tua volontà, in me e in tutte le tue creature. Non desidero altro, mio Dio. Rimetto la mia anima nelle tue mani. Te la dono con tutto il cuore ed è per me un’esigenza di amore il donarmi, il rimettermi nelle tue mani senza misura, con una confidenza infinita perché tu sei il Padre mio”.
Giuda e l’arresto di Gesù
E mentre ancora parlava, ecco Giuda che, durante la cena d’addio, aveva sentito dal maestro le parole: «Uno di voi mi tradirà, uno che sta cenando con me». Ebbene, questo apostolo, uno dei Dodici, uno dei chiamati, uno che aveva risposto, uno che era stato costituito apostolo, e come gli altri apostoli aveva predicato il Regno di Dio, guarito i malati e scacciato i demoni, uno che ogni giorno aveva pregato con Gesù, era pronto a consegnarlo alle autorità del tempio. Giuda, aveva dato ai suoi un segnale: «Quello che bacerò è lui, arrestatelo». E subito, avvicinatosi a Gesù, disse: «Salve, maestro», e gli baciò la mano abbracciandolo. Era abituale, per i discepoli, baciare i rabbini sulla mano o sul capo. Giuda offre questo segno affettuoso, che diventa ancor più doloroso se è seguito da un abbraccio.
Sono state date molte interpretazioni sul personaggio Giuda. Qualcuno ha cercato di riabilitarlo. In ogni caso non dobbiamo immaginarlo come un uomo malvagio se, durante gli anni con Gesù, era stato scelto con la grande vocazione di apostolo. Addirittura era stato considerato un uomo di fiducia se gli fu dato l’incarico di amministrare la pur piccola cassa comune dei discepoli (non fu data nemmeno a Levi che doveva essere un intenditore di economia). E, inoltre, Gesù gli aveva consegnato nelle mani il più grande tesoro che possedeva e cioè l’aveva incaricato di predicare il Regno di Dio. Secondo un’ipotesi che è stata avanzata, la decisione di Giuda, forse condivisa da alcuni discepoli, sarebbe stata motivata dal fatto che Gesù sembrava rinviare all’infinito l’inizio di quella rivoluzione sperata dai discepoli contro i Romani per liberare finalmente Israele. Giuda, quindi, sarebbe stato disposto a forzare quella decisione. Si poteva supporre che Gesù, trovandosi in catene ed eventualmente condannato, si sarebbe liberato senza fatica e avrebbe iniziato la lotta di liberazione per il suo popolo. Giuda, come tutti i discepoli, sapevano bene che, se Gesù fosse anche stato condannato alla crocifissione, avrebbe avuto tutta la forza di non lasciarsi toccare nemmeno da un ago.
Quindi il caso di Giuda non si distanzierebbe di molto dall’abbandono di Gesù di quasi tutti i discepoli.
Anna, una figura scura dietro le quinte
Il distaccamento di soldati e le guardie dei giudei, dopo aver afferrato Gesù, lo legarono e lo condussero prima presso Anna, che era suocero del sommo sacerdote Caifa. Anna, ex gran sacerdote, l’organizzatore di tutto il complotto contro Gesù. inviò Gesù presso Caifa stesso, che quella notte dovette controfirmare tutti i provvedimenti presi da suo suocero.
Il Sinedrio
Intanto venne convocato il Sinedrio e si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, i farisei, gli scribi, i sadducei e gli anziani. In questo processo, comunque, diversi sinedriti cercheranno, con buona intenzione, di capire meglio il fenomeno Gesù, che preoccupa tanto sia i capi religiosi, sia quelli politici. Ma, a causa di quelle differenze all’interno del Sinedrio, non era facile trovare accordi e sembra che, alla fin fine, almeno secondo Marco, l’intesa non l’abbiano proprio trovata. Essi arrivarono a gridare con convinzione che era reo di morte, ma sembra che non abbiano potuto andare oltre questa maledizione.
Alcuni sinedriti dicevano: “Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il Tempio e la nostra nazione”.
Caifa che, in quell’anno occupava la carica di sommo sacerdote, disse loro: «“Voi non capite nulla, non riflettete che è meglio che un uomo solo muoia per il popolo, piuttosto che correre il rischio che perisca tutta la nazione”, non lo dichiarò da se stesso, ma essendo Sommo Sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma per ricondurre all’unità tutti i figli di Dio dispersi».
Caifa, in ogni caso, dimostrava di conoscere molto bene la storia e il suo paese e non poteva che essere ascoltato, infatti, cent’anni dopo, ovvero nel 132 d. C., un certo Simone si fece proclamare Messia col nome di Bar Kokhba “figlio della stella”. Costui, presentandosi come figlio di David, si rese famoso come abile guerriero ed ebbe un buon seguito di rivoltosi. Occupata Gerusalemme, iniziò una restaurazione politica battendo persino monete proprie e, l’anno dopo, scatenò una controffensiva romana che, iniziando dalla Galilea, distrusse 50 fortificazioni e 985 villaggi. La città di Betar, ultimo baluardo di resistenza, si trasformò in un cumulo di rovine. Il presunto Messia venne ovviamente ucciso e mezzo milione di ebrei trovarono la morte o l’esilio e la situazione dei rimanenti palestinesi fu ben peggiore di prima.
Intanto Pietro aveva seguito Gesù da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacerdote: mentre si riscaldava vicino al fuoco, comprensibilmente frastornato, stava seduto con i servi, cercando di capire ciò che sarebbe avvenuto in quel processo..
Il Sinedrio si avvicina alla condanna
Di fatto, però, il Sinedrio non arrivò a una condanna formale di Gesù. Il sommo sacerdote lo interrogò: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di’ a noi se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio». E Gesù, dopo essersi rifiutato in precedenza di rispondere al sacerdote, rispose andando ben oltre le aspettative del gran sacerdote: «Io lo sono e vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo». A questo punto, praticamente, per il Sinedrio, Gesù conclude lui stesso il processo firmando, con quella risposta, la propria condanna a morte.
L’amicizia di Gesù e le autorità del Tempio
Intanto Simon Pietro e Giovanni seguivano Gesù da lontano. Giovanni era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò nell’atrio con Gesù. Questo particolare ci dice che, almeno ufficialmente, il gran sacerdote, negli ultimi anni della vita di Gesù, non si metteva contro di Lui né contro il suo gruppo di discepoli, considerati taumaturghi e uomini amati dal popolo. Gesù Come avrebbe potuto predicare nel Tempio senza un consenso non tanto formale, ma di reciproca amicizia con Caifa, Anna e altri capi religiosi?
Il capo degli apostoli rischia per Gesù
I servi avevano acceso un braciere, attorno al quale si riscaldavano e Pietro stava con loro. Per timore di incorrere nella stessa condanna del Maestro affermò ben tre vote di non conoscere quell’uomo.
Le ore drammatiche
Questa pagina dolorosa sembra chiudersi con una serie di fatti drammatici. In poche ore, Gesù ha visto le guardie del Tempio venute a catturarlo, il tradimento di Giuda, il proprio arresto, l’abbandono dei discepoli, lo snervante processo e, da ultimo, il tradimento di Pietro, ma non è questo delitto che chiude l’attacco dei Giudei sferrato contro di Lui. Al termine di questa notte, infatti, alla prima luce del giorno, le lacrime di Pietro, intraviste da lontano, ridanno a Gesù la speranza, anzi la certezza che il suo gruppo, proprio come questo apostolo, si rialzerà e, se la violenza dei giudei e dei romani arriverà anche ad uccidere il Maestro, non riuscirà però a spegnere la fede nel cuore dei discepoli. Si è concluso così il primo processo a Gesù con il tradimento di Pietro, ma il nuovo giorno si apre con le sue lacrime.
Dopo questo conforto, Gesù è pronto a iniziare il giorno più drammatico, ma anche il più importante della sua vita.
Nell’ultima sessione del Sinedrio, a causa delle divergenze, fu presa comunque una decisione anche se non unanime, cioè di consegnarlo a Ponzio Pilato, che venne avvisato di dover affrontare un processo urgente, perché probabilmente si doveva risolvere quel caso prima della festa di Pasqua.
Pilato, nel Pretorio, chiamò Gesù e, per prima cosa domanda: «Sei tu il re dei giudei?». E, per tutta risposta, lui ribatte: «Lo dici da te stesso o altri te l’hanno suggerito?». Poi Gesù tranquillizza Pilato, soggiungendo: «Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno venisse da questo mondo, i miei avrebbero lottato perché non fossi consegnato ai giudei. Ma stai tranquillo che il mio regno non è di quaggiù». E, di rimando, Pilato si chiede come mai i capi dei sacerdoti lo abbiano consegnato a lui, se non è giudeo. E domanda ancora: «Ma che male ha fatto?». L’assemblea incomincia ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che sobillava la gente, proibiva di pagare le tasse a Cesare e diceva di essere il Messia re». E il governatore lo interroga: «Tu sei (davvero) il re dei giudei?». Dopo aver risposto che il suo regno non è di questo mondo e dopo aver proclamato poco prima la propria identità davanti al gran Sacerdote, ora anche davanti all’autorità civile Gesù dà testimonianza di chi è, a prezzo della propria condanna: «Tu lo dici, io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla parte della verità ascolta la mia voce». Pilato ribatte: «Che cos’è la verità?». Poi – senza aspettare risposta, che non gli interessa più di tanto –, rivolto ai sacerdoti e alla folla, Pilato dichiara: «Non trovo in quest’uomo nessuna ragione di condanna». Ma quelli insistono: «Solleva il popolo insegnando per tutta la Giudea, dopo aver incominciato dalla Galilea, sin qui».
Allora Pilato, sentito questo, domanda se l’uomo è galileo e, avendo saputo che appartiene alla giurisdizione di Erode, lo manda da Erode stesso, il qualre però dopo averlo interrogato lo rimanda a Pilato,.il quale, radunati i sacerdoti, le autorità e il popolo, disse: «Mi avete portato quest’uomo come sobillatore del popolo. Ed ecco, dopo averlo esaminato davanti a voi, non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui l’avete accusato: e nemmeno Erode, tanto che ce l’ha rimandato. Ecco, non ha commesso nulla che meriti la morte. Dopo averlo castigato con la flagellazione, lo rilascerò». Pilato rientrato ancora nel Pretorio domandò a Gesù: «Di dove sei?». Ma Gesù non gli diede risposta. Allora Pilato ribadì: «Non mi rispondi? Non sai che io ho il potere di liberarti e il potere di crocifiggerti?». Gesù rispose: «Non avresti alcun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto.» Da quel momento Pilato cercava di liberarlo, ma i giudei gridarono: «Se lo liberi, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare».
Di fronte a questo grido, Pilato si spaventò davvero. L’uomo politico non avrebbe mai voluto mettersi contro Cesare, allora cercò di concludere in fretta quel processo. Dopo aver condannato Gesù alla flagellazione, lo consegnò loro perchè fosse crocifisso.
Di fronte a Gesù e a chi lo seguiva si presentò il più drammatico scenario che si possa immaginare. Il Calvario o luogo del teschio è situato fuori città, ma in una zona ben visibile, vicino alla strada. Prima delle crocifissioni, tra le pietre erano già infissi i pali, che dovevano poi sorreggere il legno orizzontale a cui veniva inchiodato o legato il condannato. Ma sulla stessa collina c’erano spesso le ossa scarnificate dei crocifissi non sepolti, le cui carni venivano lasciate per i corvi. Lo spettacolo terrificante, l’odore delle carni in decomposizione e gli scheletri lasciati esposti, tutto questo era là, per scoraggiare la malvagità anche nei più incalliti.
Si è molto discusso sulla responsabilità della condanna a morte di Gesù.
Se, oggi, onestamente, dovessimo schierarci a favore o contro Pilato o i giudei o i romani dovremmo in verità concludere che il vero responsabile della condanna di Gesù è Lui stesso, che pure aveva chiarito come nessuno gli togliesse la vita, mentre era lui a donarla. Infatti, cosa poteva aspettarsi Gesù da Caifa se, avendolo interrogato se fosse il Messia, il Figlio di Dio, ne ebbe da Lui stesso la prova, con l’aggiunta che alla fine sarebbe apparso sulle nubi del cielo alla destra della Potenza di Dio? E cosa poteva aspettarsi da un Pilato spaventato che, domandandogli se Gesù fosse re, ottenne la conferma che non solo lo era, ma per questa stessa ragione era venuto al mondo, anche se il suo regno non era di quaggiù?
Trascinato al Calvario
Mentre uscivano, s’imbatterono in un uomo di Cirene, che veniva dalla campagna: si chiamava Simone. Gli misero la croce sulle spalle perché la portasse dietro a Gesù. Infatti, dopo quella mortale flagellazione, Lui era stato probabilmente legato al legno orizzontale della croce, come si faceva di solito affinché il condannato impegnasse tutte le energie per raggiungere il luogo dell’esecuzione: se si fosse lasciato cadere, infatti, non trovando alcun appoggio, avrebbe picchiato violentemente la faccia a terra e sarebbe ancora stato schiacciato dal legno, con una tortura in più.
Ma, appena uscito, dopo la flagellazione romana, probabilmente già agonizzante, una volta caduto, Gesù, con ogni probabilità, non riuscì più nemmeno ad alzarsi da terra, legato com’era. Per questo si chiese l’intervento di un contadino di Cirene per trascinarlo almeno fino al patibolo.
Giunti al luogo chiamato Golgota, che vuol dire “luogo del cranio”, gli diedero da bere vino mescolato a fiele e mirra. Si trattava di una bevanda che ubriacava e anestetizzava in parte il dolore, ma Gesù, assaggiatolo, non ne volle bere per rimanere cosciente fino all’ultimo istante.
Poi Gesù disse forte: «Padre nelle tue mani affido il mio spirito». Poi, dando un forte grido, spirò. E il velo del Tempio si divise in due, dall’alto al basso. Anche tutte le folle che si erano radunate per assistere allo spettacolo, ripensando a quanto era successo, ritornarono indietro percuotendosi il petto. I nemici tornarono sostanzialmente soddisfatti e vincenti, mentre gli amici avevano assistito fino a vedere tutte le loro speranze inchiodate sul corpo morto di Gesù. Tutto era finito e nessuno poteva capire che invece tutto era compiuto.
Ho cercato di ricostruire a grandi linee la morte di un crocifisso in situazioni molto simile a quella di Gesù Cristo, come ho fatto per la flagellazione.
Dopo l’inchiodatura e dopo aver issato il braccio della croce sullo stipes e inchiodati i piedi, inizia la terribile lotta per aiutare i polmoni a respirare. Il peso del corpo si sposta in avanti e in basso. I crocifissi forzano continuamente sui piedi e si aiutano con le braccia per ottenere un lieve sollevamento del corpo che permetta loro di respirare. I buchi ai piedi e ai polsi si allargano, tutti slabbrati. Normalmente passano tempi lunghi, con brevi perdite di sensi e riprese. Se i crocifissi sono appoggiati al cosiddetto “sedile” con le gambe divaricate, il supplizio si prolunga per tutto il giorno e la notte, estendendo l’agonia a tempi impossibili (per qualcuno durò più di due giorni).
Per il caso di Gesù e dei due crocifissi con lui, poiché la crocifissione avviene di venerdì, probabilmente non si programma un’agonia esageratamente prolungata. Dopo essere stati inchiodati, fissati e sospesi, inizia la tortura più drammatica che si possa pensare. Quando si arriva alle ultime ore di agonia, con il condannato sempre cosciente – altrimenti morirebbe – iniziano i crampi ai piedi. Se sviene, l’asfissia, che arriva subito, generalmente lo risveglia e gl’impone quel continuo sforzo per respirare. I muscoli delle braccia, forzati in quella posizione, iniziano a tremare, mentre la febbre aumenta. Le dita delle mani si raggelano perché il sangue non le raggiunge più, si paralizzano e diventano cadaveriche, ma fino ai polsi la sensibilità è totale, così sui piedi traforati. La respirazione diviene veloce, ma non profonda e sempre più difficile. Lo sforzo affatica all’impossibile, senza poter dare alcun intervallo di sollievo. All’interno generalmente si forma l’edema polmonare che provoca persino una dilatazione delle costole.
Per alleggerire lo sforzo respiratorio, col suo movimento continuo l’addome provoca un inizio di paralisi del diaframma che non ce la fa più. La congestione e l’asfissia aumentano e, in alcuni casi, appaiono grida di delirio. Appare un colore cianotico su tutte le ferite, attorno alle quali avanza la necrosi. La febbre provoca un rosso acceso sulle labbra. Sotto l’arco costale sinistro si può intravedere la pulsazione cardiaca sempre più violenta e irregolare. Appaiono le prime convulsioni. La fatica e la febbre aumentano, mentre la perdita di sangue dalle ferite della flagellazione si arresta. Di tanto in tanto, con i muscoli all’altezza dei reni insieme a tutta la spina dorsale, si curva verso l’esterno, staccandosi dal legno dello stipes dal bacino in su per tornare subito dopo alla sua posizione. Il tetano produce contrazioni che curvano ripetutamente la schiena dalla nuca alle anche, in una curva completa. La morte delle fibre e dei nervi si estende dalle estremità torturate al tronco, paralizzando sempre di più il moto respiratorio. Intanto il movimento cardiaco si fa sempre più disordinato. Il volto poi passa da vampe di rosso intenso alternate a un pallido verdastro a causa di tutta quella perdita di sangue provocando dei crolli dell’intero corpo, che cade in basso, senza più appoggio, con la testa abbandonata in avanti come morto, e questo si ripete. La gola brucia: le carotidi ingorgate, le mascelle irrigidite e la lingua gonfia si intravede dalla bocca semiaperta. Il respiro, ormai impossibile, si trasforma in rantolo. Le distanze tra un respiro e un altro sono sempre più prolungate. Prima si arresta l’addome, mentre il torace si solleva ancora a fatica. I polmoni si stanno paralizzando. Arriva poi un’ultima convulsione violenta e il crocifisso crolla. Potrebbe essere svenuto, ma se non rinviene subito per riprendere i movimenti, l’asfissia lo uccide.
Un particolare da ricordare è che l’esecuzione delle condanne era un affare esclusivamente di uomini: comparivano solo loro dal luogo della condanna al luogo dell’esecuzione e della sepoltura, se questa c’era.
La legge romana non impediva di assistere allo spettacolo, anzi era favorevole che si vedesse che cosa meritano i delinquenti, ma ovviamente era riservato agli uomini maschi e i soldati di guardia avrebbero impedito a chiunque un qualsiasi avvicinamento, che poteva essere un tentativo di soccorrere il condannato. La presenza della madre di Gesù e di altre donne alla passione di Cristo dev’essere considerata possibile, ma meglio se pensata a una reale distanza, forse sulla collina adiacente, che comunque le separasse davvero.
Non si può neppure ipotizzare che ci fossero donne lungo il sentiero dove passavano i condannati. Il macabro corteo era spesso accompagnato da tamburi e comunque molto rumoroso. Se qualche donna avesse dovuto passare lungo la strada dove sfilavano i candidati all’esecuzione avrebbe dovuto aspettare che il corteo passasse prima di immettersi in quel passaggio e avrebbe comunque fatto di tutto per evitare quel percorso e, se avesse dovuto passare vicino alla collina dei condannati, si sarebbe voltata dall’altra parte e avrebbe coperto il volto. La crudeltà dell’esecuzione doveva di per sé tenere distanti le donne e tanto più le parenti. Se fossero state presenti a quella carneficina come mostra tutta l’iconografia delle crocifissioni, quelle donne avrebbero testimoniato di avere un cuore di pietra e, più ancora, avrebbero dimostrato di essere immodeste, essendo i condannati tutti nudi.
Probabilmente solo Giovanni potrebbe aver raccolto le testimonianze delle ultime ore, compreso l’invito di Gesù di occuparsi di sua madre, mentre la richiesta a Maria di accogliere Giovanni come figlio era implicita in quell’affidamento o comunque sarebbe stato possibile anche chiedere a Giovanni di comunicare a Maria quel desiderio di Gesù.
La terra fu scossa e le rocce si spaccarono. Il centurione che stava di fronte a Gesù e quelli che con lui facevano la guardia, avendolo visto morire in quel modo, alla vista del terremoto e di quanto accadeva, furono presi da grande spavento e dicevano: «Veramente quest’uomo è Figlio di Dio».
E affinchè i corpi non restassero sulla croce durante il sabato, chiesero a Pilato di far spezzare loro le gambe e di far rimuovere i cadaveri.
Nei testi della Passione e morte di Gesù, per la richiesta di sepoltura del Signore, troviamo nominato Pilato per l’ultima volta, il nome che più di tutti si è macchiato di una condanna inflitta a un uomo da lui stesso riconosciuto innocente. Pilato era arrivato alla conclusione della condanna dopo aver detto agli accusatori: «Che male ha fatto?». Senza una risposta adeguata aveva chiesto per la seconda volta: «Ma che male ha fatto?». Disse poi che in Gesù non trovava nessun motivo di condanna, e aggiunse: «Non ho trovato nessuna colpa di quelle di cui l’accusate» e affermò per ben due volte che «Gesù non ha commesso nulla che meriti la morte» e, verso la fine del processo, col gesto del lavarsi le mani, pronunciò con solennità, quasi come verdetto finale: «Sono innocente del sangue di questo giusto». Ebbene, dopo tutti quei pronunciamenti in riconoscimento dell’innocenza di Gesù e contro ogni logica processuale, Pilato lo condanna alla flagellazione e infine alla croce. Più che per ogni altro si potevano riferire a Pilato le parole di Gesù: «Perdonalo, Padre, perché non sa proprio quello che fa». Ci sarebbe da dire che gli stessi rappresentanti del potere giudiziario religioso e civile non hanno trovato delle ragioni per condannare Gesù, uomo senza peccato, che aveva compiuto bene ogni cosa.
Lo hanno condannato e basta, ma forse l’uomo di fede fa bene se ricerca la causa di questa condanna non in un tribunale di Gerusalemme, ma in quelle parole di Gesù, rivolte proprio a Pilato: «Non avresti nessun potere su di me se non ti fosse dato dall’alto». Ed ora, ritornando al Calvario dove Gesù ha concluso la sua missione, possiamo inginocchiarci su quelle pietre e pensare alla passione e morte di Gesù che non è una parabola, una riflessione teologica sul dolore, ma un grido di solidarietà che ha fatto tacere tutti i perché sul dolore e la morte, mentre la risurrezione ha dato la risposta a tutti questi perché.
La sepoltura di Gesù
Venuta la sera più dolorosa di tutta la storia, giunse Giuseppe del paese di Arimatea. Era appena andato da Pilato per chiedere l’autorizzazione di seppellire il corpo morto di Gesù. Egli avvolse il corpo di Gesù in un candido lino e lo depose nella sua stessa tomba di famiglia E ora terminata anche la sepoltura bisognava rendersi conto di che cosa era capitato e nessuno era preparato per questo momento.
La notte più lunga
Nell’istante in cui Gesù consegnò lo spirito, quel minuscolo gruppo di discepoli e amici entrò in un dolore che nessuno avrebbe potuto tradurre in parole. Qualunque cosa avessero scritto sarebbe stato a loro detrimento e umiliazione, poiché non erano più riusciti a pensare nulla di buono. Tutti i quattro evangelisti non dissero una sola parola su questa inconsolabile notte, probabilmente senza speranze, senza progetti, senza più entusiasmo.
Qualcuno forse pensò se aveva ancora senso perseguire quei valori che avevano sentito predicare da Gesù e che loro stessi avevano cominciato ad annunciare. Meritava ancora la pena essere buoni, voler bene e perdonare? Sembra che Gesù, negli anni della vita pubblica, non si sia soffermato a fare lunghi discorsi sul senso del dolore. Nei racconti della passione dei quattro evangelisti, racconti scarni e quasi senza emozioni, essi hanno semplicemente scritto che fu flagellato, incoronato di spine, inchiodato su una croce e ucciso.
Gesù aveva semplicemente detto: «Chi vuol venire dietro di me, prenda la sua croce e mi segua» e non si era mai soffermato a fare lunghi ragionamenti per anestetizzare il nostro dolore. Lui semplicemente soffre e pone questa solidarietà come un atto supremo di amore. Come poteva dire che ci voleva bene? Noi non potevamo vedere il fuoco che c’era nel suo cuore, ma abbiamo potuto sentire i flagelli e vederlo burlato con una corona di spine e uno scettro di canna e ancora vedere i chiodi là, su quella croce. Gli evangelisti quando hanno sperimentato che l’uomo più uomo di tutta la storia era stato crocifisso e con la risurrezione anche quella croce era stata firmata da Dio, non hanno più avuto nulla da dire sul dolore umano. Se il dolore ha avuto senso in Gesù di Nazareth, lo ha pure in noi che siamo il suo stesso corpo.
Gesù dà la vita per noi. In che modo?
Quante mamme sono morte per dare alla luce un figlio! Quanti sono morti in guerra per salvare le loro famiglie che erano a casa! Quanti si son fatti scudo davanti a un familiare o un amico per impedire che venisse ucciso! Ma Gesù come dà la vita per noi? Gesù semplicemente viene condannato e ucciso da un tribunale che non lo ha capito.
Gesù muore come muore ogni uomo condannato per qualsiasi ragione e ucciso, su una croce, muore come chi schianta tra i rottami di un’auto, o chi muore avvelenato da una malattia. Gesù non muore da eroe con un coraggio e una forza in più degli altri. Gesù non muore brandendo la spada sugli spalti delle mura, invitando all’attacco o alla difesa e cadendo martire della patria.
Gesù non muore come Socrate, luminoso e sereno quasi senza considerare la sua morte. Gesù non muore nemmeno come il pavido Stefano o altri milioni di martiri che si sono dimostrati più forti dei loro nemici. Gesù potrebbe evitare la morte ma nessuno lo sa e lui muore come chi è stato forzato a morire. Gesù muore come ogni uomo. In tutta la sua vita, dà la vita per noi, insegnando, guarendo, pregando, proprio come siamo invitati anche noi a dare la vita per gli altri in ogni momento con la fatica del lavoro, con gli atti di giustizia e di carità con il dolore e la preghiera per i vicini. In questo modo anche noi possiamo dare la vita per gli altri. Sempre per rispondere in che modo Gesù dà la vita per noi e ci salva, soggiungo che Se noi noi, con la nostra umanità unita al Figlio Gesù, formiamo il Figlio di Dio, è incompleto dire che Gesù con la sua Croce ci salva, ci redime, ci guarisce: è più completo dire che Gesù, con la sua grande croce unita alle nostre piccole croci, salva il mondo; con il suo grande amore unito ai nostri piccoli atti d’amore ama il mondo e, ancora, con il suo grande perdono unito ai nostri piccoli atti di perdono, perdona il mondo: Lui Redentore e noi corredentori con Lui.
A Gerusalemme dicono che un uomo è risorto
Nella periferia di Gerusalemme la gente si era svegliata presto, per sistemare sui carri tende e masserizie varie e andarsene. La festa di Pasqua si protraeva per una settimana, ma specialmente chi abitava distante, ripartiva già il primo giorno della settimana, prima dell’alba. Anche nella città di Gerusalemme, dove molti erano stati ospiti dei parenti, si cominciava ad uscire per aggregarsi alle carovane dei parenti. Intanto si avviavano i primi carri, che dovevano passare davanti a quella collina bianca, sulla cui sommità si vedevano i pali di coloro che erano stati da poco crocifissi. Quel mattino stesso, in quanto era ancora buio, Maria di Magdala era andata da sola a visitare quella tomba e vide che era vuota e le guardie poste dalle autorità ebraiche a custodia del sepolcro non c’erano, infatti erano fuggite. Si disse poi che erano state pagate per testimoniare che, mentre dormivano, i discepoli avrebbero rubato il cadavere di Gesù. Ma come ribaltare la pietra e trafugare il corpo senza svegliare nessuno? E poi, se dormivano, come potevano dire che i discepoli erano andati a rubare quel corpo? Se invece fossero state sveglie, perché non avrebbero impedito quel furto?
Comunque Maria, trovando la tomba vuota, vi tornò più tardi con Giovanna, Maria, Salomé la madre di Giacomo, e altre. Arrivate al sepolcro, le donne lo videro aperto e due uomini in abiti celesti le invitarono a non cercare tra i morti colui che era vivo, poiché Gesù era risorto. Alcune di loro, con Maria Maddalena, avvisarono gli apostoli che però non le credettero, anche se Pietro e Giovanni, pur rimanendo scettici, corsero al sepolcro. Giovanni vide le bende e il sudario e credette, anche Pietro vide, ma tornò ancora incredulo. Intanto Maria Maddalena, che non poteva vivere senza il suo Gesù, se ne stava di nuovo là, all’esterno del sepolcro, a piangere. Due angeli in bianche vesti le domandarono perché piangeva e lei rispose che qualcuno aveva rubato il suo Signore. Detto questo, si voltò e vide Gesù in piedi che le chiedeva: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”, ma pensò che fosse il custode del giardino, e solo quando la chiamò per nome lo riconobbe, chiamandolo: “Rabbunì!”, che significa “Maestro”. Gesù la inviò dai suoi discepoli a dire: “Salgo al Padre mio, e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria riferì come gli aveva detto il Signore.
Intanto anche Erode aveva disposto di fare tutti i preparativi per la partenza. Non vedeva l’ora di lasciare Gerusalemme perché a Pasqua c’erano sempre tensioni da risolvere. Ora la gente stava svuotando il grande accampamento di tende che si era formato tutto all’intorno delle mura dalla cima della collina di Sion, fino all’intera valle del Cedron e al Monte degli Ulivi. Anche tutto il seguito dei militari di Erode stava uscendo, per scortare solennemente il monarca sul suo cavallo bianco. Passando davanti alla collina dei crocifissi, il re, probabilmente, si sarebbe rallegrato che anche Gesù fosse stato messo fuori gioco, come poco prima lui stesso aveva provveduto a farla finita con Giovanni Battista, ma mentre Erode usciva, era stato disturbato da una notizia che stava già circolando tra i suoi soldati: “Dicono che Gesù non sia morto”. Qualcuno aveva detto che, dopo la morte, era addirittura risorto. Il re, passando davanti agli stipes conficcati su quell’enorme teschio di roccia bianca, si voltò verso destra e non volle guardare in quella direzione. Scese verso la valle, carico di quell’incubo. Anna, Caifa e gran parte dei sacerdoti compresi i trecento incaricati per l’offerta dell’incenso e i trecento che nella stessa settimana li avrebbero sostituiti trascorsero una delle Pasque più belle dopo che erano stati presi in considerazione da Pilato sul caso Gesù ed erano riusciti ad eliminarlo definitivamente. Ma, proprio nella mattinata di quel primo giorno della settimana, una nuvola nera scese sul Sinedrio, la peggior notizia che si potesse diffondere tra i nemici di Gesù: dicono che la tomba è vuota, altri dicono che hanno rubato il cadavere di Gesù, altri ancora dicono che a Gerusalemme Gesù è risorto.
La sera di quello stesso giorno, due discepoli, che stavano tornando a casa nel villaggio di Emmaus attanagliati da una tristezza e delusione infinite, incontrarono il Signore pensando che fosse un pellegrino. A sera lo invitarono a casa loro e, allo spezzar del pane per la cena, lo riconobbero. Dopo aver capito che si erano incontrati proprio con Gesù, ripresero subito il cammino di ritorno a Gerusalemme, per comunicare l’accaduto agli altri discepoli, i quali confermarono che, nel frattempo, Gesù era apparso anche a Pietro. Ora, mentre i due discepoli tornati da Emmaus raccontavano la loro esperienza agli altri, lo stesso Gesù apparve loro e disse: “La pace sia con voi”. Spaventati, i discepoli pensarono di vedere un fantasma, ma Lui mostrò le mani e i piedi feriti, per aiutarli a credere. Sull’onda di quelle emozioni, che non lasciavano nemmeno più dormire la notte, alcuni discepoli, insieme a Pietro, una sera decisero di andare a pescare, non foss’altro che per distrarre la mente sul lago, ma non pescarono nulla, perché la loro mente era ben lontana da quelle reti e da quel mare. Solo al mattino, quando videro il Signore pensando che fosse un pescatore che stava arrostendo dei pesci sulla brace, solo allora riempirono la barca di pesci e il loro cuore della fede che timidamente stava ritornando a occupare quel vuoto.
Questa era la terza volta che il Signore Gesù si mostrava ai discepoli dopo la risurrezione, ma i loro occhi facevano ancora fatica a credere che fosse risorto. Maddalena l’aveva scambiato per il giardiniere. I discepoli di Emmaus l’avevano creduto un pellegrino come loro e, quando lo videro sulla riva del lago intento a preparare una colazione per loro, l’avevano scambiato per un pescatore. Evidentemente era loro apparso con una fisionomia e una voce diversa da quella a cui erano abituati e questo era un segno che ciò che vedevano non era un’allucinazione altrimenti lo avrebbero visto come sempre.
Davanti a un capitolo particolarmente difficile, un biblista consigliava ai suoi lettori di prendere un buon caffè. Mi permetterei di dare lo stesso consiglio prima di leggere gli articoli che seguiranno. Se si trattasse di ricette culinarie sarebbe facile, ma parlare del mistero di Dio è molto più impegnativo.
La Risurrezione aveva aiutato i suoi a capire che quel Gesù, crocifisso pochi giorni prima, non era stato solo un uomo come gli altri. Ma come si arrivò a quell’atto di fede nella Risurrezione stessa? Il sepolcro vuoto non era stato sufficiente a far parlare di risurrezione neppure da parte di discepoli intelligenti e abbastanza smaliziati com’erano loro. Né la Maddalena, né Pietro pensarono che il sepolcro vuoto fosse segno di quella realtà che non riuscivano per nulla a immaginare, mentre piuttosto ragionevolmente pensarono che qualcuno avesse trafugato il cadavere, se non che, dopo la morte del loro maestro, i discepoli e non solo loro lo incontrarono vivente. Essi fecero perciò un’esperienza straordinaria. Un dato fondamentale è che non si è trattato di questa o quella apparizione, ma tutta quella comunità primitiva, per lo più disperata, fece l’esperienza comunitaria di incontrare Gesù risorto, aiutata ovviamente da segni straordinari che noi non conosciamo e da una luce speciale offerta dallo Spirito Santo.
I dubbi dei discepoli
Dopo aver visto la tomba vuota e le bende piegate, Pietro torna a casa, ma senza fede nella risurrezione. I discepoli di Emmaus, dopo essere tornati indietro dalla straordinaria esperienza fatta con il Salvatore, raccontavano agli altri il loro incontro con Gesù: Matteo riferisce però che c’erano ancora dubbi nel loro cuore e alcuni non riuscivano a credere, al punto che meritarono il rimprovero di Gesù per questo ritardo nella fede. Anche dopo aver ascoltato la testimonianza degli altri apostoli che gli parlarono del loro incontro con il Signore, Tommaso non riuscì a credere. Prima degli altri, alcune donne, che avevano avuto apparizioni di angeli e di Gesù stesso, erano corse ad annunciare agli apostoli ciò che avevano visto e sentito, ma non erano state credute. Altre donne, pur dopo una visione, si spaventarono soltanto e si chiusero nel silenzio. A noi, oggi, il dubbio di tutte queste persone serve molto di più che non l’immediata fede della Maddalena. Di fronte al fatto Gesù, l’ultima vera risposta che può alimentare la nostra fede è comunque la sua risurrezione. La tomba vuota è la prima sorpresa, le apparizioni a diverse persone in condizioni diverse confermano che il fatto è assolutamente inaspettato, quindi dicono chiaramente che non potevano essere stati gli apostoli a crearlo. Il fatto poi che essi siano morti tutti martiri induce a pensare che, se avessero inventato loro la storia della risurrezione, avrebbero perso la vita solo per una fiaba ben raccontata da loro stessi o comunque da quella comunità che essi conoscevano bene.
Con la risurrezione di Gesù i discepoli diventano dei credenti
I cristiani non venerano un corpo imbalsamato, o il messaggio di un maestro, ma credono che Gesù è vivo, oggi, perché il Padre lo ha resuscitato. I discepoli credono perché hanno fatto l’esperienza di incontrarlo vivo. Paolo afferma che «si è reso visibile». Lo stesso Gesù dice alle donne: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». Se non ci fosse stata l’esperienza di Gesù vivo, il Cristianesimo sarebbe morto come è rimasto morto in quei tre giorni dopo la sepoltura di Gesù stesso.
Sepolcro vuoto e apparizioni
Non si può dire che il sepolcro vuoto o le apparizioni siano state una prova della risurrezione ma sarebbe stato altrettanto difficile parlare della risurrezione di Gesù se il sepolcro non fosse stato vuoto e se i discepoli non l’avessero visto o comunque se non si fossero imbattuti in una realtà così inequivocabile che potesse dar loro la forza di credere che da poche ore o pochi giorni Gesù era veramente resuscitato, ormai vivo per sempre, vivo presso il Padre e che Gesù stava mettendo in pratica la sua promessa in cui aveva detto che sarebbe andato da suo Padre e poi (a suo tempo) sarebbe tornato per prenderci e portarci con Lui. Risurrezione vuol dire che Gesù è vivo al di là della nostra storia fatta di spazio, tempo, misure, pesi, colori, profumi, gusti. La resurrezione non è un fatto storico come quelli che viviamo tutti i giorni, infatti è un avvenimento che va oltre la nostra esperienza di sempre. Si è detto che Gesù non è stato rianimato come Lazzaro o il figlio della vedova di Naim o la bambina figlia di Giairo, capo della sinagoga, resuscitati dallo stesso Gesù in quanto questi erano tornati alla vita storica di prima.
Gesù non è tornato indietro,ma ha proseguito nella dimensione metastorica (oltre la storia) da vivente, nelle realtà ultime, nella storia di Dio, che speriamo di raggiungere anche noi alla fine dei tempi. A causa della nostra struttura mentale, quando pensiamo a Gesù resuscitato, lo ripensiamo come era quando viveva a Nazareth, ma a Gesù non deve dispiacere se, con il pensiero, lo riportiamo nella nostra storia perché Lui stesso l’ha amata al punto che si è fatto storico Lui stesso per quasi quarant’anni.
Quaranta giorni dopo la Risurrezione: l’ultimo saluto
Dopo la Risurrezione e dopo le sue solenni promesse: «Ora vado a preparare un posto anche per voi» e ancora «Io resto con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» e dopo l’ultimo comando: «Ora partite voi, in tutto il mondo e predicate il Vangelo (quello del Regno di Dio, del perdono e dell’amore), predicatelo a tutti e battezzate tutti in nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo», Gesù lasciò visibilmente gli apostoli e la comunità cristiana, che non lo cercarono più perché avevano ormai capito di non averlo mai perso, ma di averlo ritrovato per sempre. Mancava solo più la forza di uscire allo scoperto e di sfidare pericoli, persecuzione e morte, perché ormai potevano credere nella Risurrezione.
Gesù era stato atteso come un liberatore di Israele, un salvatore. Dopo la sua morte e risurrezione, la prima comunità cristiana non ha avuto dubbi che il salvatore atteso fosse veramente Gesù Cristo, ma non poteva capire in che modo ci avrebbe salvati.
La nostra salvezza è Gesù Cristo
La salvezza non è qualcosa da relegare nei cieli, alla fine dei tempi, ma un paziente lavoro di restauro da compiere su questa terra, in questa storia. Salvezza è quindi impegnare tutte le forze della terra e del cielo per realizzare in noi il progetto-uomo – così come è voluto da Dio stesso – che, nella sua pienezza, si chiama Gesù Cristo. La maturità umana è vivere come Gesù ha vissuto, amare come Gesù ha amato, morire come Gesù è morto e quindi ricevere il dono della Risurrezione come Gesù l’ha ricevuto. Con l’aiuto dello Spirito Santo proclamiamo il Credo, in cui si afferma che Gesù, il Figlio di Dio, per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal Cielo. Certamente non fu il salvatore che alcuni ebrei si aspettavano come Messia, cioè un altro re Davide molto più potente, tanto da vincere il mondo intero e instaurare un nuovo regno di pace (anche se probabilmente non erano in molti ad avere questa concezione). In questo, certo Gesù li deluse. Gesù è divenuto re, ma con una corona di spine, uno scettro di canna e per trono la croce. Noi crediamo che Dio è Amore e il fine per cui ci ha creati è che possiamo amare anche noi come ci ha amati Lui stesso. E, poiché noi siamo sempre stati così incapaci di realizzare questo progetto, nei millenni, per la nostra salvezza, Dio ha mandato santi e profeti a manifestarci il suo progetto, la sua volontà, ma il lavoro è stato arduo: com’era prevedibile con creature così fragili come quelle di patriarchi e profeti, non è stato possibile realizzarlo fino in fondo. Essi erano riusciti tutt’al più a proporre di amare il vicino, i membri della propria famiglia e del proprio clan.
Ma come si poteva andare oltre? Proporre di amare uno che non mi ama o mi odia o mi perseguita, amare un nemico… Come si poteva pretenderlo? Amare un nemico è disumano (non si può amare un nemico con le sole forze umane), quindi solo se riceviamo del “divino” in noi possiamo compiere un simile atto. Per tanti secoli, nemmeno Dio l’aveva proposto, sapendo che i tempi non erano maturi. Per questo è stato necessario un intervento in più: quello dell’Incarnazione. Infatti i santi e i profeti inviati in missione tra di noi in realtà erano impastati di tanta fragilità che non potevano guidarci con un’autorità sufficientemente divina. Una domanda si fa ancora impellente: “In che modo Gesù ci salva? In che modo la vita, morte e risurrezione di Gesù portano a noi la salvezza?”. La soluzione non può che consistere nel riconoscimento di uno strettissimo legame tra Cristo e l’umanità che rende Gesù e tutti gli uomini un unico organismo vivente. Questa nativa e indistruttibile solidarietà trova la sua sorgente nel progetto di Dio che dall’eternità ha pensato e voluto Cristo come l’inizio e il fine di tutti gli esseri umani esistenti. Biffi sottolinea ancora che il peccato, la pigrizia di fare il bene, non impedisce a Dio di realizzare il suo progetto, perché «il Figlio di Dio non si dissocia dai suoi fratelli divenuti colpevoli ma, restando il capo sano di un organismo malato, si fa per l’umanità sorgente di risanamento e di vita nuova”. Possiamo dire che Gesù diventa antibiotico che guarisce tutto il corpo che è la nostra umanità. Sappiamo però che alla fine, noi saremo simili a Lui e lo vedremo così come egli è.
Gesù ci salva dalla morte e dal peccato
L’umanità che tende a un progetto così divino, essendo ancora carente e pigra nel fare il bene, nel suo cammino storico ha bisogno di “salvezza”. Essa cammina con le doglie del parto, per dare alla luce l’uomo nuovo – non più carente, ma salvato, cioè diventato pienamente uomo – e Gesù, il Figlio di Dio, essendo parte di questa umanità, la rende umana, cioè salvata. Con la sua risurrezione, Gesù Cristo, l’apice di questa umanità, il suo capo medesimo, abilita l’umanità a risorgere con Lui. Gesù ha infatti detto: «Vado a prepararvi un posto, poi tornerò a prendervi con me». E così nella storia umana abiterà ormai per sempre la speranza della risurrezione. Ma in che modo ci salva Gesù? Tutta la sua vita, tutti i suoi atti, tutte le sue parole sono redentrici, cioè curano le ferite causate dal peccato, crescono di intensità lungo tutto il percorso della sua vita fino alla passione, morte e risurrezione, fino al culmine che lo colloca «alla destra del Padre». In che cosa è salvifica la vita di Gesù? Se la nostra primordiale immagine e somiglianza con Dio è per così dire decaduta, si è ammalata, ebbene in Gesù ripristina la sua bellezza originale, la salute iniziale che non contempliamo all’inizio della nostra storia, ma nell’originario disegno di Dio quando ha pensato l’uomo. Rimanendo il capo sano di un corpo malato, come ho già accennato, Gesù diventa sorgente di guarigione e vita nuova per l’umanità intera. Con la preghiera, i sacramenti e l’amore radicale proposto nel Vangelo assomiglieremo sempre di più a Lui che, uomo totalmente sano, diventato parte di noi, guarisce e salva noi.
I discepoli e la comunità ripensano a tutto ciò che hanno visto e sentito in quei tre anni di grazia col Signore Gesù, che sono culminati nella morte e poi nella risurrezione. La Chiesa primitiva ormai crede che Gesù morto e risorto ora è Vivo (Lui, l’autore della vita, non poteva rimanere prigioniero della morte): Gesù ora è veramente, realmente, corporalmente, vivente. È quello stesso Gesù di Nazareth. Non è solo vivo nel suo messaggio, nel suo esempio, nei poveri, nella comunità dei credenti, che sono tutte immanenze di Cristo, vere e indispensabili per la vita della Chiesa, ma vengono dopo la verità di Gesù Cristo corporalmente vivo nella sua identità personale. Ormai i discepoli avevano capito chiaramente – e le Scritture lo avevano confermato – che Gesù era il Messia, non quello che esattamente avevano aspettato nei loro sogni, ma un Messia che superava l’identikit che si erano fatti di lui. Il Messia era stato atteso come salvatore (forse un religioso salvatore politico), ma poi questa salvezza era andata molto oltre le loro aspettative. Avevano poi accolto nella fede la risurrezione e, ora, rimaneva da compiere l’ultimo passo decisivo, quello di riconoscere la divinità nell’uomo Gesù Cristo. Ma, per dei Giudei fedeli al monoteismo solido dell’Eterno Israele e quasi fanatici difensori di esso, l’atto di riconoscere la divinità di Gesù e di inginocchiarsi di fronte a un uomo, necessitava ancora un lungo cammino. La sua santità, la sua libertà, il suo essere senza peccato e tutta una serie di sentenze e di comportamenti cominciarono a gettare una luce nuova sull’identità di Gesù.
Anche se Gesù, mentre viveva tra noi, non aveva mai detto chiaramente chi veramente era e non aveva mai parlato esplicitamente della sua divinità, aiutò però i suoi discepoli a capirlo dopo la sua risurrezione. Le sue parole, i suoi miracoli, i discorsi pronunciati davanti ai suoi discepoli con tanta autorità, avrebbero aiutato in seguito la comunità primitiva ad accogliere il mistero della divinità stessa di Gesù Cristo. Per meglio accogliere questo mistero, contempliamo un momento Dio che crea l’uomo. In questo atto c’è un progetto straordinario: questo bambino, questa creatura è destinata a incarnare Dio sulla terra. L’uomo sarà così: un Dio incarnato; questo è il sogno di Dio: incarnandosi, Lui potrà fare amicizia con gli uomini. Dio accompagna il lungo cammino della storia umana, che va da quando l’uomo era ancora molto simile alla realtà animale da cui si era appena sganciato con un salto qualitativo che lo costituiva uomo, fino alla pienezza dei tempi. Dio accompagnerà questo “umano” ad amare sempre di più, a vincere la pigrizia di fare il bene che chiamiamo peccato e a diventare sempre di più uomo e sempre più donna, cioè a realizzare il progetto di Dio fino a quando, nella pienezza dei tempi, in una famiglia preservata dal peccato nasce un bambino che è totalmente umano.
A Nazareth il progetto di Dio arriva al suo culmine. In tutta l’esistenza storica di Gesù, nella sua morte e nella sua risurrezione c’è la pienezza dell’essere umano, cioè il Dio incarnato, ovvero il progetto iniziale di Dio. In Gesù Cristo noi abbiamo la Direzione, la Strada su cui camminare. Ora noi sappiamo come dobbiamo vivere. E tutta la verità che l’uomo cerca, ormai in Gesù la trova e in lui c’è la pienezza della vita umana. L’uomo perfetto quindi si chiama Gesù Cristo, che compie però un salto qualitativo dalla nostra condizione. «Noi tenderemo a questa pienezza che però non raggiungeremo su questa terra, ma solo nei Cieli nuovi e Terra nuova, mentre Gesù l’ha già realizzata qui, nella nostra storia».
Gesù parla con autorità
La sua parola è creatrice ed efficace, è come quella del Padre che crea. Il Padre dice: «Siano il cielo, la luna, il sole, le stelle, la terra e il mare, le piante, gli animali. E tutto esiste». Allo stesso modo, Gesù dice: «Alzati, cammina, sii guarito, apri gli occhi, le orecchie, la bocca, sii purificato, rinasci» e tutto avviene. Gesù non parla come gli altri maestri. Egli parla con autorità e anche la gente semplice capisce che in Lui c’è un fuoco attorno al quale non si erano ancora mai riscaldati.
Uomo senza peccato
Il fatto di essere senza peccato per Gesù significa che ci ha superati con un salto qualitativo: Gesù è tutto ciò che siamo noi, eccetto il peccato. In Lui, la fatica, la stanchezza, il dolore, sono espressioni del suo limite umano (non può correre alla velocità di un ghepardo, né volare). Il suo stesso carattere e temperamento sono in evoluzione e modificabili dall’ambiente, dalle persone che incontra e da Lui stesso, ma nulla intacca la sua etica divina. La santità di Gesù non è simile a quella di un santo, no, perché nel santo ci può essere assenza di peccato, almeno di peccato grave, ma tutte le sue azioni sono perfezionabili al punto che deve vivere in uno stato di permanente conversione; non così in Gesù, che non necessita di perfezionarsi, altrimenti qualunque limite morale gli avrebbe impedito di chiedere: «Chi può accusarmi di peccato?». La libertà offerta da Dio all’uomo affinché diventi capace di compiere il bene, in Gesù ha raggiunto la sua totalità, per cui ha compiuto solo il bene come Dio stesso. Di fatto Gesù ha sempre compiuto il bene, anzi il meglio. Gesù, senza peccato, perdona e abilita anche noi a perdonare. Gesù risorge e abilita anche noi a risorgere. E, vincendo la sua morte, come capo del nostro corpo, ha vinto anche la nostra. Un generico apprezzamento di Cristo non sta in piedi. O lo si rifiuta e si disprezza o davanti a lui ci si inginocchia.
Pentecoste
Tutto ciò che abbiamo meditato negli articoli precedenti riporta ciò che i discepoli hanno pensato e scritto nel periodo tra la Risurrezione e Pentecoste, che possiamo chiamare il Tempo di Pentecoste. Dopo la morte di Gesù, sia il Sinedrio, sia i politici si erano resi conto che il gruppo dei suoi amici non era composto da partigiani rivoluzionari e guerriglieri violenti e quindi venne giudicato innocuo. L’esplosivo che di fatto esisteva in incubazione, nascosto in quei discepoli, stava per cambiare la storia del mondo, ma quel pericolo nessuno era in grado di vederlo. I discepoli, comunque, non perdevano certo le occasioni per ritrovarsi a pregare e a riflettere con quella porzione di Chiesa che sapeva ormai di essere portatrice della più preziosa testimonianza della storia.
Il dono dello Spirito Santo
I campi di grano erano pronti per la mietitura e si cominciava il raccolto nei campi più soleggiati, che avevano maturato il grano alcuni giorni prima. In questo periodo c’era sempre bisogno di manodopera e alcuni dei discepoli più adatti alla fatica si preparavano ad aiutare nei campi per guadagnare qualche denaro per la loro piccola comunità, che ormai con meno paura si preparava a uscire nuovamente allo scoperto, sia per la pesca, sia per qualche lavoro stagionale di manovalanza. Mentre stava compiendosi il giorno di Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatté impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono sopra ciascuno di loro, e tutti furono «colmati di Spirito Santo». Fu certamente un giorno di grandi rivelazioni, perché da quel momento i discepoli furono radicalmente trasformati. Quando poi uscirono per incontrare le comunità di giudei, almeno di quelli osservanti, cominciarono a parlare delle grandi opere di Dio con un linguaggio nuovo e lo Spirito Santo faceva loro il dono di farsi capire da gente delle varie province dell’Asia, così diversa per lingua e cultura. Tutti erano stupefatti e perplessi e si chiedevano l’un l’altro: «Che cosa significa questo?». Altri invece li deridevano e dicevano: «Si sono ubriacati di vino dolce».
Poi Pietro spiegò che questo tempo straordinario era stato annunciato dai profeti e continuò a proclamare la morte e la risurrezione di Gesù: «Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso», poi invitò tutti alla conversione e a farsi battezzare nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei peccati e per ricevere il dono dello Spirito Santo. Quel giorno circa tremila persone accolsero la predicazione di Pietro e si fecero battezzare. Ormai era nata una comunità che andava strutturandosi per raggiungere tutti i confini del mondo. Stefano fu il primo bersaglio. Egli si era presentato in piazza con tale coraggio, direi con tanta sfacciataggine da gridare in faccia ai suoi ascoltatori le verità più amare, come la colpa di aver ucciso un innocente inchiodandolo a una croce e per di più testimoniare quasi con arroganza che vedeva i cieli aperti e proprio lui il Figlio, Gesù Cristo, «venire sulle nubi del Cielo». Qualcuno pensò che stesse iniziando il Giudizio Finale, ma fu solamente il Giudizio per Stefano, che cadde sotto una pioggia di pietre, consegnando lo spirito al suo Signore. Quando i discepoli sentirono che Stefano diceva di vedere il Figlio Gesù Cristo venire sulle nubi del cielo, si ricordarono di quel “Figlio dell’uomo” raccontato dal Profeta Daniele. Altri discepoli si lasciarono flagellare e risero in faccia ai persecutori, rallegrandosi e dicendo che ormai i nemici non avevano più nessuna forza per fermare questo esercito di angeli ribelli che, di fronte ad ogni ingiustizia, dichiaravano che il Nuovo Regno di giustizia si stava impiantando e ancora che nessuna autorità avrebbe ormai potuto arrestare la loro predicazione.
Credo in un solo Signore, Gesù Cristo,
unigenito, Figlio di Dio,
nato dal Padre prima di tutti i secoli:
Dio da Dio,
Luce da Luce,
Dio vero da Dio vero;
generato, non creato:
della stessa sostanza del Padre;
per mezzo di lui tutte le cose sono state create.
Per noi uomini e per la nostra salvezza
discese dal cielo;
e per opera dello Spirito santo si è incarnato
nel seno della vergine Maria
e si è fatto uomo.
Fu crocifisso per noi,
patì sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto.
Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture;
È salito al cielo, siede alla destra del Padre.
E di nuovo verrà, nella gloria,
per giudicare i vivi e i morti:
e il suo regno non avrà fine.
Signore, Figlio Unigenito, Gesù Cristo, Signore Dio,
Agnello di Dio, Figlio del padre;
tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi;
tu che togli i peccati del mondo, accogli la nostra supplica;
tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi.
Perché tu solo il Santo, tu solo il Signore,
tu solo l'Altissimo, Gesù Cristo, con lo Spirito Santo;
nella gloria di Dio Padre.
O Cristo, re della gloria,
eterno Figlio del Padre,
tu nascesti
dalla Vergine Madre
per la salvezza dell'uomo.
Vincitore della morte,
hai aperto
ai credenti
il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio,
nella gloria del Padre.
Verrai a giudicare il mondo
alla fine dei tempi.
Soccorri i tuoi figli, Signore,
che hai redento
col tuo sangue prezioso.
Accoglici benediciamo,
lodiamo il tuo nome
per sempre.
Degnati oggi, Signore,
di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi
la tua misericordia: in te abbiamo sperato.
Pietà di noi,
Signore,
pietà di noi.
Tu sei la nostra speranza,
non saremo confusi in eterno nella tua gloria
nell'assemblea dei santi.
Salva il tuo popolo, Signore,
guida e proteggi i tuoi figli.
Ogni giorno
ti benediciamo,
lodiamo il tuo nome
per sempre.
Degnati oggi, Signore,
di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi
la tua misericordia: in te abbiamo sperato.
Pietà di noi,
Signore,
pietà di noi.
Tu sei la nostra speranza,
non saremo confusi in eterno.