IL DIALOGO DEI MONACI

Capitolo XI

I MONACI ATEI
pag. 172-185

Figli fedeli della più antica tradizione monastica  
  All’inizio di dicembre, le visite all’eremo si erano ormai diradate e la neve  aveva  cominciato  a  scendere,  isolando  sempre  più  quelle  due creature,  figli  fedeli  della  più  antica tradizione  monastica  ed eremitica. Ma, in certi momenti, una comunità così piccola rischia di sentirsi  soffocare.  Per  questo  lo  starez,  forse  un  poco  disanimato, forse pensando alla sua comunità o a san Francesco, su un pezzo di carta che puzzava di formaggio vecchio, scrisse: Ho la tentazione di pensare  che  tutte  le  cose  radicalmente  evangeliche  siano piccole. Ahimè!  Temo  di  aver  pensato  una  stupidaggine,  ma  preferisco chiedere  scusa per averla  scritta  che cancellarla. E dimenticò quel pezzetto di carta tra le pagine della Bibbia.  
  Di  fatto,  pensando  alle  comunità  di  qualunque  tipo,  è  difficile immaginare interi eserciti di santi, di martiri, di monaci. Gli apostoli di Gesù  erano  dodici,  i  discepoli  di  Francesco d’Assisi  la metà  e  i monaci di Santo Benedetto sono rimasti  in due. Eppure Teofilo e  lo starez hanno continuato a proporre quello stile di vita a tanti giovani, per essere  in  tanti nella comunità. Quindi quel pensiero del vecchio monaco era  forse una  tentazione per non  sentirsi  frustrato di vivere una comunità tanto piccola.

Un alveare di preghiera e di lavoro  
  Comunque, anche quando l’inverno rinchiude i due eremiti nella loro prigione monastica,  l’attività  non  diminuisce:  semplicemente muta; ma la casa santa continua a essere un alveare di preghiera e di lavoro. 
  Teofilo  travasa  il  miele,  accudisce  le  api;  poi  prende  badile  e cazzuola,  sabbia,  cemento  e  calce  e  riforma  i muri  più  vecchi;  con chiodi e martello ripara il tetto, riassesta i pavimenti; e, come se non bastasse,  lavora  nella  falegnameria  e  nel  laboratorio  di  artigianato. L’anziano dipinge  icone. Prepara  la  tinta di  fondo, poi,  con  tecnica non comune, passa la prima mano sulla tavola di legno ben levigato. Cominciato  l’abbozzo,  già  vede  l’immagine,  ma  non  ha  fretta: prepara le tempere, il tuorlo d’uovo con l’aceto bianco, i pennelli, le vernici  naturali  con molta  religiosità:  sa  che  dipinge  un’immagine santa  In  quel  periodo  prolunga  il  tempo  della  preghiera  in  chiesa  e parla di meno proprio per meglio accogliere l’anima dell’Invisibile.

Signore, mostrami il tuo volto  
  Mentre  dipinge,  prega:  “Signore,  mostrami  il  tuo  volto.  Signore, mostrami  il  tuo  volto”.  E  continua  a  passare  le  tinte  più  chiare  su quelle  scure,  lasciando  emergere  la luminosità  dell’espressione. “Signore, non nascondermi  il  tuo volto”:  lo ripete  tante volte quante sono le infinite pennellate. Poi l’oro, poi la cornice e da ultimo porta l’icona a Teofilo perché  la benedica; così nuovamente s’inginocchia e  contempla  l’anima  del Volto.  È  un  poeta  e  un mistico  e,  se  non fosse  che  il  giovane  ha  i  piedi  per  terra,  morirebbe  di fame  e  di freddo come un passero abbandonato d’inverno. Ma la sua comunità lo fa vivere e lui fa vivere la sua comunità.

Natale, poi l’Epifania  
  Era  arrivato  il  Natale,  poi  l’Epifania  e  la  neve  non  era  riuscita  a ostruire  proprio  tutti  i  passaggi;  di  tanto  in  tanto  un  po’  di  sole  ne scioglieva una parte e  l’inverno risultava più mite. Per Natale  i due monaci avevano fatto tutte le celebrazioni solenni e, talvolta, qualche famiglia  di  contadini  relativamente  vicina  era  pure  apparsa  per 
condividere momenti tanto sacri. 
  Tutto  si  svolgeva  normalmente: Teofilo  continuò  a  preparare  un paio di tavoli da cucina per gli ospiti e passò alcuni giorni a rivedere il trattore di un mezzadro non distante da loro (era anche meccanico); poi  ci  fu  da  travasare  il miele  e  sempre  da  accudire  quei  benedetti alveari. Lo starez,  intanto, dipingeva  le  icone per  le comunità che  le avevano richieste, mentre la preghiera ritmava i vari tempi della vita in monastero e tutto il lavoro era dedicato al servizio.

Inaspettato e terribile  
  Ma un certo giorno, verso  la  fine di gennaio, dopo  le preghiere del mattino, capitò qualcosa di inaspettato e terribile in Santo Benedetto. Lo starez se ne accorse per primo; in silenzio, si alzò dal suo sgabello e  andò  a  guardare  a  un  palmo  di  distanza  l’icona  di Gesù Maestro posta sull’ambone. La osservò bene e, con sorpresa, gli sembrò priva della consueta  luce che emanava dal volto. Gli occhi non erano più penetranti,  anzi  sembravano  spenti;  l’icona pareva  senz’anima, anzi sembrava morta, proprio morta.   
  Mentre tentava di spiegare l’accaduto, vide Teofilo che, senza dire una  parola,  corse  ad  accendere  i  due  fari  che  illuminavano l’immagine dipinta sul catino absidale della chiesa. Sperava di fare in tempo,  con  più  luce,  a  rianimare  quel  volto,  che  era  già  spento. Quindi  accese  tutte  le  candele  che  c’erano  in  chiesa,  perché  la fiamma è molto più calda, più viva, ma nulla valse a ridare vita alle icone: anche quelle dei santi a lato erano spente. E pure il volto della Madonna della  tenerezza, che  lo starez aveva provato a  toccare, era rimasto senz’anima.

Il pane  
  Mentre  il  vecchio  monaco  passava  uno  a  uno  i  quadri  della  Via crucis, Teofilo andò in sacrestia a prendere la chiave del tabernacolo e tornò visibilmente agitato, al punto che non riusciva nemmeno più ad aprire  la porticina. Si accese  la  lampada dell’ostensorio e questo, tutto  dorato,  mostrò  tra  i  riflessi  dei  raggi  tutta  la  sua  bellezza  e solennità. Sì, anche questa volta si presentava solenne come sempre. 
  Ma  quando  Teofilo  guardò  bene  l’ostia  che  stava  nel mezzo,  là dove incontrava sempre il cuore del mondo – la presenza di Cristo – vide  solo un pezzo di pane bianco. Avvicinò la mano,  lo  toccò: era proprio  solo  pane. Allora  accostò  la  porta  senza  più  chiuderla  e  si avvicinò allo starez, che si era messo a leggere la Bibbia ad alta voce.

Le parole  
  Teofilo si sedette e lo starez declamò ad alta voce l’intera lettura del giorno, con la speranza di sentire almeno la parola di Chi era assente; ma, quando arrivò alla fine, non trovò in sé la forza per dire almeno sottovoce:  “Parola  di  Dio”:  gli  parve  il  romanzo  che  leggeva  per ammazzare  il  tempo,  prima  di  entrare  in  monastero.  Gli  sarebbe bastato che nella Bibbia fossero rimaste almeno le parole di Dio, ma c’erano solo parole. I due monaci non si erano più parlati l’un l’altro.

Per un turista non era cambiato nulla  
  Un signore che dava l’impressione di essere un turista entrò in chiesa dalla porta cigolante,  fece mezzo  segno di croce e  la genuflessione, guardò con stupore le luci e le candele, poi si rivolse allo starez:  
  «Mi hanno detto che avete del miele da vendere, vero?».  
  «Sì  –  rispose  il  vecchio  –  ma  per  il  miele  è  con  lui  che  deve parlare» e indicò il confratello a cui subito lo sconosciuto si rivolse. 
  Teofilo andò a prendere il miele, lo portò in portineria, prese quei due soldi con molta semplicità e si congedò con il passante, che non si  era  reso  conto  di  nulla.  Il  colore  delle icone  era  lo  stesso,  il tabernacolo,  i  quadri  della  Via  crucis,  la  Bibbia  esposta:  tutto sembrava  uguale.  Ma  per  i  due  monaci,  abituati  a  contemplare l’Invisibile, tutto era cambiato, perché l’Invisibile non c’era più.  
  Lo  starez  andò  a mescolare  un  po’  di  granoturco  e  biada  per  le galline, poi munse la mucca, scaldò il latte, fece il caffè e collocò sul tavolo un formaggio, le tazze, cucchiai, coltello, bicchieri, acqua.

Convivere con l’assurdo  
  Suonò  il  campanello  per  la  colazione,  ma  Teofilo  rimase  nel laboratorio. Lui pure non si sedette, lasciò raffreddare il latte, il caffè, dopo di che ritirò tutto dal tavolo, e cominciò a lavare posate, tazze e bicchieri. Nel frattempo Teofilo passò in cucina e si stupì:  
  «Com’è che lavi quella roba pulita?». 
  «Eh!  Bisogna  abituarsi  a  vivere  in  un  altro modo:  vivere  come se... come se esistesse ciò che non vediamo e come se non esistesse ciò  che  crediamo  di  vedere...  Oh,  sta’  tranquillo  che  non  sono diventato filosofo, so appena lavare i piatti sporchi e puliti». 
  «Vuoi dire che bisogna cominciare a convivere con l’assurdo!». 
  «Eh! Eh!».

Che ora era?  
  Prima che uscisse dalla cucina, il vecchio gli domandò:  
  «Teofilo, che ora era?».  
  E lui, intendendo bene, ancora mezzo confuso rispose:  
  «Avevamo  appena  terminato  i Salmi delle  lodi, quindi dovevano essere circa le sette e un quarto», poi uscì. 
  La  domanda  dello  starez  e  la  risposta  di  Teofilo  si  riferivano all’ora  in  cui  Dio  stesso,  la  Madonna,  i  santi,  tutti,  proprio  tutti, avevano abbandonato  il monastero Santo Benedetto,  lasciando  i due poveri monaci atei e soli.  
  Appena si  riebbe un poco e sentì  il cervello più  libero,  l’anziano prese  la  scala  e  una  lattina  di  tinta  per  cancellare  la  scritta  “Santo Benedetto” sulla porta del monastero, perché non c’era più il Santo e il luogo non era più benedetto.

La notte più buia  
  Nel  Vangelo  si  parla  di  un  signore  che,  partendo  per  un  lungo viaggio,  lasciò  i propri beni ai  suoi  servi perché  li amministrassero. Si  racconta  pure  delle  vergini  prudenti che  aspettarono  con  le lampade  accese,  con  la  certezza  che  lo  sposo  sarebbe  arrivato;  che Gesù  stesso  sulla  croce  gridò:  “Dio  mio,  Dio  mio,  perché  mi hai abbandonato?”; e che, dopo la sua morte, anche gli apostoli rimasero atterriti e delusi al punto che qualcuno aveva già ripreso  la strada di ritorno  a  casa  –  verso  Emmaus  –  sapendo  che  quella  storia  di liberazione non si sarebbe mai più realizzata. 
  Questi,  all’incirca,  furono  i  pensieri  che  i  due  monaci  si comunicarono la sera, prima di ritirarsi nelle proprie stanze. Teofilo e lo  starez  sapevano  bene  che  tutti  i mistici  sono  passati  per  queste notti terribili, ma adesso la loro notte era la più buia di tutte.

Tutto come se…  
  Decisero  allora  di  fare  tutto  come  prima:  l’adorazione  in  chiesa proprio  come  se Dio  ci  fosse,  recitare  i  Salmi  e  leggere  la  Bibbia esattamente come se fosse la parola di Dio, celebrare la Messa come se Cristo ritornasse presente come tutte le altre volte e contemplare le icone come se fossero vive, anche se erano morte.  
  L’unica differenza  fu che prolungarono  i  tempi di questa assurda preghiera,  fatta di dialogo  intimo e personale con nessuno, e pure  il tempo di  lavoro. Digiunarono due giorni  la settimana e  tentarono di moltiplicare i gesti di carità nella loro piccola comunità. Ma, di tanto in tanto, uno dei due andava in crisi:  
  «Perché continuare a fare tutto questo?», ossia tutto quel sacrificio quando non c’era nemmeno Dio che dicesse loro grazie. 
  Lo starez, un giorno, si domandò:  
  «Prima che Dio se ne andasse, facevamo forse queste cose per far piacere  a  Lui?  Perché  ci  dicesse  grazie?  Non  sarà  che  bisogna passare per questo assurdo buio per arrivare alla gratuità?». 
  «Eh! La gratuità... la gratuità» bisbigliò Teofilo.

La gloria di Dio  
  Poco dopo  tornò  in cucina con una decina di pezzi passati al  tornio, traforati e scalpellati con infinita pazienza.  
  «Al fuoco al fuoco – gridava, mentre li faceva a pezzi piccoli – Li ho fatti perché piacessero a chi me li ha comandati e li ho aggraziati per  la  gloria  di  Dio!  Ah!  Ah...  Per  la  gloria  di Dio!  Devo  rifare tutto...  tutto da capo! Te  lo  immagini Dio che riceve gloria dai miei legni  scolpiti,  dalle mie  orazioni,  dai miei  digiuni? Ma Dio  non  ha bisogno  di  questo!  Al fuoco, al  fuoco!».  E  continuava  a  mettere quelle opere d’arte nella stufa. 
  Anche lo starez, quando se ne rese conto, corse al piano superiore dove  dipingeva  e  prese  le  ultime  tre  icone. È  vero:  non  avevano  il volto,  ma  i  vestiti,  quelle  infinite pieghe,  il  dorato  di  fondo,  le cornici... Alzò  l’accetta e  le fece  in  tanti pezzi. Non le aveva ancora viste nessuno, proprio nessuno, né Teofilo, né Dio stesso, che aveva già lasciato il monastero quando  le aveva cominciate. E scese anche lui per aumentare il fuoco.  
  Poi  i due monaci  cominciarono a  ridere,  ridere,  ridere,  come  chi ha  perso  il  controllo  dei  nervi:  «Sì,  sì,  questo  diventa  un manicomio...  ma  è  più  bello  un  manicomio dove si  ride  che  un monastero  dove  si  piange».  E  continuarono  a  ridere  come  due ubriachi,  fino  a  perdere  le  forze.  Sembrava  quasi  che  Dio  fosse tornato al monastero, ma no... era stata solo una breve parentesi.

Preghiera e digiuno  
  E la vita riprese normale: lo starez dipingeva, Teofilo lavorava nella sua  bottega.  Preghiera,  digiuno,  tutto  come  poteva  desiderare  la regola più severa. 
  «Teofilo, mi dici perché continuiamo a digiunare?». 
  «Non so perché digiuni tu, da parte mia digiuno perché non ho più nessun motivo per farlo... né per Dio, né per me, né per gli altri... Mi alleno alla gratuità». 
  «E allora anch’io mi alleno alla gratuità». 
  Ma  il momento più difficile era  la celebrazione della Messa. Come celebrare  la  grande  comunione  con  Dio,  quando  proprio  lui  non c’era? Come  celebrare  la  sua  presenza  in mezzo  a  loro, mentre  era assente? Ma i nostri monaci non lasciarono mai di vivere tutto come sempre, facendo  le stesse cose, proprio come se Dio stesse abitando là. Quando non digiunavano, la sera cenavano con castagne e polenta o  latte, e  intanto  raccontavano,  ripetevano,  ricordavano  tutte  le cose che si dicono gli intellettuali e i mistici, ma anche la gente più rozza e rude del campo.

Dio solo  
  Una sera lo starez esclamò:  
  «Teofilo, quella parola scritta su  tante porte dei nostri monasteri: “Dio  solo”,  “Dio  solo  basta”,  spesso  viene  intesa  in  un  modo grottesco. Molti  pensano  che  noi monaci  non abbiamo  bisogno  di molte cose nella vita, che ci accontentiamo di poco, al punto che per noi Dio è sufficiente. Così come si pensa che a quel mendicante basti un pezzo di pane e acqua per vivere e a quell’altro una camicia anche d’inverno, ai monaci può bastare Dio solo, quasi fossero persone che si accontentano di tanto poco. 
  Penso che bisognerebbe correggere questo modo di pensare: “Dio solo” significa che noi siamo i più pretenziosi che esistono al mondo. È  come  dire  a  qualcuno:  “A  te  possono bastare  tutti  i  dollari  degli Stati Uniti,  i  castelli  della Loira  e  le  fazendas  del Brasile, ma  a  un monaco  questo  non  basta;  al monaco  basta  solo Dio,  soltanto Dio può riempire il cuore di un monaco”. Non è così?».  
  «Anch’io  penso  che  bisogna  correggere  l’idea  distorta  che  al monaco basti poco, che gli sia sufficiente Dio. Il peggio è che questo pensiero non è solo di gente profana, ma spesso lo coltiviamo come zizzania  delle  nostre  case...  Ma,  Padre,  cosa  capita  a  un  monaco insaziabile, insaziabile al punto che gli basta soltanto più Dio?». 
  «Ho capito, ho capito... Cosa fa questo monaco insaziabile quando resta senza Dio?».

Né Dio, né polenta, né castagne  
  «A  noi  non  sono  rimasti  dollari,  né  castelli,  né  fazendas,  ma  i pochi  soldi del miele, una casa vecchia e un orto coperto di neve e Lui se n’è andato». 
  Lo  starez mangiò  le quattro  castagne  che  gli  restavano  in mano, poi uscì a prendere altra legna, segno evidente che il discorso doveva prolungarsi fino a tardi, e rientrò già commentando:  
  «Eh! noi, i monaci insaziabili!» e continuò facendo fuoco. 
  Teofilo guardò nella pentola e osservò:  
  «Noi, i monaci insaziabili, non abbiamo nemmeno più castagne!». 
  «Cuociamo un altro po’ di castagne, Teofilo, tanto andremo per le lunghe e domani è giorno di digiuno». 
  «Ah già, domani per gli  insaziabili anche  il giorno di digiuno: né Dio, né polenta, né castagne». 
  L’anziano prese il sale, un po’ d’erba dolce e quattro manciate di castagne  e mise  tutto nell’acqua  che  stava  già bollendo. E  subito  il monaco Teofilo riprese:  
  «Allora? Cosa capita a un monaco diventato  insaziabile al punto che gli basta soltanto più Dio, quando... quando... quando gli capita ciò  che è capitato  a noi?»  e  si grattava  la testa  sembrando nervoso, ma subito tornò calmo. 
  Restarono  a  lungo  in  silenzio.  Lo  starez  appoggiò  la  testa  sul tavolo  e Teofilo  pensò  che  stesse  dormendo,  così  passò  abbastanza tempo.

La gratuità  
  Le castagne  si cucinarono,  il  fuoco  si affievolì al punto che Teofilo andò  a  prendere  un  giaccone  più  pesante  e  non  pensò  che  fosse necessario mettere altra legna: credeva che la serata fosse finita e che le castagne restassero da mangiare. Ma lo starez alzò la testa e, come continuando un discorso già avviato, concluse:  
  «Dunque, se riteniamo che le nostre preghiere e i digiuni facciano contento Dio, se pensiamo che con  i nostri atti di carità  lo rendiamo glorioso,  se  presumiamo  che  con  la  nostra santità  (come  se  fosse nostra!) facciamo Dio più felice, penso che egli stesso non abbia altra alternativa che lasciarci soli, se vuole educarci». 
  «Gratuità... Gratuità…» concluse Teofilo. 
  «Può essere proprio così». 
  Terminarono  di mangiare  le  castagne  e  la  cucina  si  stava  ormai raffreddando.  Ammucchiarono  le  bucce,  ritirarono  la  pentola  dal fuoco e s’incamminarono verso la chiesa per l’ultima preghiera della notte. Prima di entrare in cappella, lo starez disse ancora a Teofilo: 
  «Quindi nella notte dei sensi  il monaco deve vivere come se Dio esistesse». 
  «Sì,  come  se Dio  esistesse,  perché  nella  notte  il monaco  sa  che Dio non esiste più... se Lui stesso non torna».

Tensioni  
  Giorni  e  notti  si  susseguirono  in  quella  scuola  di  gratuità:  ma  il grande  vuoto,  il  digiuno,  il  lavoro  intenso  e  il  sonno molto  ridotto causarono  grandi  tensioni:  in  certi momenti  i  due  monaci  non  si capivano  più,  ogni  gesto  di  carità  che  uno  faceva  si  trasformava  in offesa per l’altro. Si odiavano, si chiedevano scusa, si perdonavano e 
tornavano a offendersi come se  fosse diventata un’esigenza chimica della convivenza. Poi  tornava  la calma e,  in  seguito, nuovamente  la burrasca. Ma ciascuno desiderava  tanto  il bene dell’altro e ciascuno era  così dimentico di  se  stesso  che non  si  adattavano  a vivere quei momenti di tensione che poi si diradavano.

Il tempo della Trasfigurazione  
  L’inverno  era  arrivato  al  culmine,  le  strade  erano  bloccate  per  la neve, che continuava a scendere come se volesse coprire tutte le cose interamente e  seppellirle. Quel mattino, Teofilo  attese abbastanza  il confratello  che  stava  ritardando  come  non  aveva mai  fatto,  poi  lo chiamò,  fuori  da  ogni  consuetudine,  e  salì  per  vedere  se  avesse bisogno  di qualcosa. Entrando  nella  stanza,  lo  vide  inginocchiato  e accasciato  sul  banco  di  lavoro,  dove  troneggiava  una  grande  icona. Questa volta  lo starez aveva deciso di dipingere  il volto: era  l’icona della Trasfigurazione. Quando Teofilo  la guardò e si  rese conto che non era più vivo, si domandò:  
  «Sarà  passato  Dio,  almeno  per  un momento? Almeno  il  tempo della trasfigurazione?». 
  Era  possibile  pensarlo,  anzi  era  probabile, ma  nessun  segno  del divino  poteva  garantire  che  fosse  davvero  accaduto. Ormai  il  volto del Cristo  trasfigurato non  era più trasfigurato  e  il vecchio monaco era morto.

Padre nostro e Ave Maria 
   Teofilo,  allora,  corse  nella  cappella  e  s’inginocchiò  come  se  fosse davanti  a Dio;  si  rivolse  a  Lui  come  se  il  Signore  stesso  lo  stesse ascoltando,  Gli  offrì  la  vita  del  confratello  come  se  la  stesse accogliendo. Recitò il Padre nostro proprio come se il Padre fosse lì, anche  se  sapeva  che  non  c’era.  Recitò  l’Ave  Maria  come  se  la Madonna potesse  intercedere, anche  se  lui, Teofilo,  sapeva che non c’era più. E  adesso non c’era nemmeno più  il  suo  starez. Poi  tornò dal corpo morto del monaco. 
  Rimasto  solo,  non  poteva  nemmeno  chiamare  nessun  vicino, perché la neve lo aveva quasi seppellito. Allora, dopo la chiesa andò nella  cantina,  là  al  buio,  chiuse  la  porta perché  nessuno  potesse sentirlo e gridò con tutta la forza dei suoi polmoni:  
  «Teofilooooooo!  Teofilooooooo!»  per  sentire  egli  stesso  la propria voce; per rendersi conto se c’era ancora, se era ancora vivo, adesso che, dopo tutti gli altri monaci, era morto anche lo starez. 
  «Teofilooooooo!» gridò ancora una volta, forse per spaventare  la morte e dire con forza a se stesso che probabilmente era ancora vivo. 
  Uscì dalla cantina con calma e salì  la scala come  in processione, poi  entrò  nuovamente  nella  stanza  che  era  stata  dello  starez,  ne distese il corpo per terra perché non indurisse in quella posizione, poi ridiscese, preparò acqua e  tovaglia e salì per  lavarlo e  rivestirlo con ciò  che  c’era  di  più  bello  in  casa.  Pettinò  i  capelli  e  la  barba  di 
quell’ultima icona morta. Fece il segno della croce sulla fronte, sulle mani, sui piedi, poi lo lasciò e scese.

La veglia  
  Teofilo  tentò  di  camminare molto  lentamente  e  con  calma,  perché sapeva  che  solo  così  poteva  superare  quella  notte  dentro  la  notte. Andò in cucina, si sedette e preparò un po’ di caffè che bevve a sorsi lunghi  e  stanchi,  poi  si  diresse  alla  falegnameria:  nessuno  poteva aiutarlo. Solo lui, proprio solo lui, poteva cercare gli assi, inchiodarli, 
levigarli per  fare  la bara. Ci  lavorò  l’intero  giorno. Avrebbe voluto stare un mese in quella bottega e scolpire ogni centimetro della bara, ma bisognava fare in fretta. 
  Quando  scese  la  notte,  portò  quattro  grandi  candele  vicino  al corpo  dello  starez,  le  accese,  collocò  l’icona  della  Trasfigurazione davanti a quel corpo morto e passò  la notte facendo  la veglia. Pregò la notte  intera, una preghiera  gelata  come  la neve,  come  il volto di quel Cristo non-trasfigurato e come il corpo del vecchio monaco.

La celebrazione  
  Al mattino  Teofilo  tornò  in  chiesa,  preparò  l’altare  e  ogni  angolo come per le più grandi solennità: Natale, Pasqua, Pentecoste. Accese tutte le luci e le candele. Solo non c’erano fiori, perché la neve aveva congelato tutto. Portò la bara al centro della chiesa, poi salì, caricò il corpo  come  si  porta  un  bambino  e  lo  depose  là,  attorniato  da  tutte quelle  luci e  dal  terribile  silenzio.  Poi  si  preparò  e  celebrò  con solennità, come in una grande basilica gremita di popolo di Dio. 
  «Nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo. Amen!  Il Signore  sia con voi...». Silenzio. Per  la prima volta  in quella  chiesa nessuno  aveva  risposto:  “E con  il  tuo  spirito”, ma Teofilo  continuò fino alle esequie, tutto col massimo rigore. 
  Dopo  la  benedizione  finale  e  l’ultimo  canto,  tolse  i  paramenti  e trascinò  la  bara  passando  nella  portineria,  poi  nella  bottega  di falegnameria  fino  alla  sala  degli  ospiti  e, da  ultimo,  aprendo  e chiudendo  porte,  alla  cucina.  Là  si  fermò  nuovamente,  andò  a prendere piccone, pala e zappa e tornò per togliere dapprima la neve e  poi  preparare  la fossa.  Il  tutto  gli  richiese  diverse  ore  di  lavoro pesante,  finché  fece scendere  la bara;  la coprì e, con un  fil di  ferro, legò provvisoriamente due  legni  incrociati sopra, poi rientrò. Scaldò un po’ di latte e andò a dormire con una febbre altissima.  
  Ecco che cosa può diventare la vita di un monaco: è un uomo che deve avere una fede tanto grande, al punto da riuscire a vivere anche quando non la sente più.

Parecchio tempo dopo 
  Parecchio  tempo  dopo  questi  fatti,  un  monaco  straniero  si  avviò all’eremo,  spinto  dalla  necessità  di  ristorare  la  propria  anima  nel silenzio e nella preghiera. Anche lui, come Teofilo, aveva l’abitudine di affidare le proprie riflessioni a un fedele taccuino:  
 
Mi  trovai  nella  necessità  di  fermarmi  un  poco,  per  risentire  più chiare  le parole del mio Signore che mi accompagna ogni giorno e rivedere con più luce il suo Volto. So che il Signore è sempre con me e spesso è proprio Lui a portarmi a spalle, ma ci sono momenti in cui non  lo vedo più, non  lo sento più; allora divento  triste e ho bisogno di  fermarmi  (è meglio prevenire questi momenti, ma a  volte  la mia pigrizia  me  lo  impedisce).  Allora  faccio  qualche  giorno  di  ritiro spirituale, vado in una casa di preghiera, presso qualche chiesa o in un deserto e sempre un angelo cucina per me del pane – quel santo pane di Elia – che mi ridà la forza di riprendere il cammino.  
  Quel giorno avevo deciso: “Devo reincontrarmi con il Signore, devo rivederlo  un  poco.  Sto  camminando  troppo  al  buio,  e  temo  di 
sbagliare persino  strada. Ho bisogno che egli si  riveli nuovamente. 
Andrò  al  monastero  di  Santo  Benedetto”.  Ma  quando  iniziai  a 
scendere la valle, un terribile temporale mi costrinse a entrare nella 
prima  casa  vicina. Per un momento  pensai  che  fosse  il monastero, 
ma  non  era  così.  Restai  un  poco  con  i  contadini,  le  donne  e  i 
bambini,  poi  ripartii.  Pensavo  che  fosse  finito,  invece  era solo 
l’inizio;  ma  non  mi  rendevo  conto  di  nulla:  volevo  solo  arrivare, 
arrivare e incontrare. 
  Fui  improvvisamente  sorpreso  da  lampi,  mi  parve  di  essere  in 
mezzo al fuoco e al terremoto, e mi rifugiai nuovamente in una casa. 
Pensai proprio che ero arrivato e che Lo stavo incontrando, ma non 
era  il monastero. Era  una  cara  famiglia,  che mi  accolse  con  tanta 
bontà. Ormai ero bagnato e preferii ripartire, poco dopo, in mezzo al 
temporale;  a un  certo  punto,  per  il mio  sforzo  di  camminare  e  la 
paura,  quasi  non  ci  vedevo  più  e  non  capivo  dov’ero,  quando  tra 
piante e pietre vidi un’apertura. A una certa distanza mi sembrò una 
grotta,  ed  entrai. Mi  fermai all’ingresso. Non avevo mai  sentito un 
grido  della  natura  tanto  forte.  Qualche  tempo  dopo,  il  cielo  si 
rasserenò e solo in lontananza vedevo il chiarore degli ultimi fuochi 
tra  le  nubi. Allora  arrivò  un  vento  leggero,  un  vento  che mi  diede 
una pace profonda e restai ad assaporarla su quell’ingresso: pensai 
proprio di essere entrato nella “grotta di Elia”, là dove il Signore si 
rivela, e quando mi guardai attorno, con sorpresa, mi resi conto che 
era davvero la chiesetta del monastero, proprio dove volevo andare. 
  Per un  istante,  in quel  vento  leggero,  sentii un profumo di pane 
che  arrivava  dalla  cucina  e,  a  poca  distanza,  sulla  porta  del 
monastero,  su  una  scala  vidi  il monaco Teofilo  che,  con  lattina  e 
pennello,  stava  scrivendo qualche parola  in precedenza  cancellata. 
Non sapevo nulla di ciò che era capitato durante quel lungo periodo. 
Solo  a  tarda notte  il monaco mi  raccontò  ogni  cosa. Poi mi  disse: 
“Dopo  la morte dello starez ho ricevuto  tante  lettere di giovani che 
chiedevano  di  venire  qui,  in  comunità,  nel monastero,  per  vivere 
insieme  a  dei  fratelli  e  molto  vicini  a  Dio.  A  tutti  risposi:  Certo, 
verrete,  ma  non  in  questo  momento:  sto  facendo  un  periodo  di 
preghiera, digiuno  e  deserto;  appena  sarà  finito  vi  chiamerò”.  E 
soggiunse:  “Come  avrei  potuto  spiegare  che  qui  Dio  non  c’era, 
mentre loro volevano proprio incontrarsi con Lui?”. 
 Era ormai molto tardi, ma andammo ancora in chiesa a ringraziare 
di essere nella grotta di Elia, su cui si possono abbattere temporali, 
terremoti,  fuochi,  ma  dove  arriva  pure  il  vento  leggero.  In  quel 
momento  ero  molto  stanco  e,  forse  per  qualche  secondo,  mi  sono 
addormentato  o  forse  ho  avuto  una  visione,  non  so: ma  certo  vidi 
quella  chiesetta  piena  di  giovani  monaci  che,  insieme  a  Teofilo, 
cantavano  il  Gloria  di  Pasqua  davanti  all’icona  della 
Trasfigurazione. E non fu una fantasia, visto che conservo ancora il 
rotolo della Regola che ciascuno di loro teneva in mano.