IL DIALOGO DEI MONACI

Capitolo X

IL COMANDO NUOVO
pag. 154-171

Non sono venuto per i sani
  «Caro Teofilo, come ben sai, nell’amore cristiano c’è una dimensione radicalmente nuova, predicata da Gesù e specialmente vissuta da Lui. Alcuni testi possono disporci a comprendere questo nuovo comando. Quando Gesù disse che non era venuto per i sani, ma per i malati, la seconda affermazione: “Non sono venuto per i giusti ma per i peccatori” diventò più comprensibile. E a chi gli chiese quante volte occorre perdonare, rispose che bisognava perdonare sempre (settanta volte sette). Perdonare non vuole soltanto dire perdonare un’offesa, ma continuare ad amare nonostante le offese ricevute. Volendo descrivere l’amore cristiano, San Francesco scrisse queste parole in una lettera a un confratello: 
  E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo e tuo servo, se ti comporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo il quale, avendo peccato quanto è possibile peccare, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non lo chiedesse, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: perchè è peccatore, perchè è sbagliato dalla testa ai piedi. Proprio perchè è peccatore ha bisogno di amore. Non devi amarlo nonostante sia peccatore, ma proprio per quella ragione, perchè è tutto ferito dagli sbagli e peccati fatti. Tu dirai che è una disgrazia ed è vero, ma è anche una grande grazia che lo Spirito Santo ha posto vicino a te per allenare il tuo cuore a diventare cristiano, perchè se ami solo quelli che ti amano, questo non viene considerato, ma solo se amerai chi non è capace a voler bene o non ti ama nel modo in cui ti aspetti. Ti aspetti questo gesto e te ne arriva un altro, ti aspetti una parola e ne arriva un’altra. In questo modo tu attirerai il fratello al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli.
  Il primo impatto con questo testo ci può lasciare un momento sconcertati. Francesco dice esattamente ciò che dice il Vangelo, semplicenente con un linguaggio diverso e forse più vicino a noi. Se uno ha peccato quanto è possibile peccare merita ancora il tuo perdono. Se quindi uno ti ha offeso: ha parlato mille volte male di te, ti ha diffamato dicendo il falso contro di te, buttandoti nell’umiliazione e nella vergogna di fronte a tutti, se uno quindi ha tentato mille e più volte di farti del male perchè ti ha odiato e ha desiderato la tua morte o ha attentato alla tua vita o ha fatto fallire tutti i tuoi progetti a causa di invidia e gelosia, se sei cristiano devi continuare a perdonare questa persona. E perdonare significa che devi continuare ad amarla».
  «Ma Padre, se questo prossimo è tua moglie o tuo marito, che non ti rispetta più, che ti ha tradito/a, che ha preferito un’altra persona a te, che ha distrutto l’onore della tua famiglia e con i suoi vizi ne ha provocato il fallimento economico e morale; e, inoltre, se a causa sua hai perso i tuoi figli e poi ancora... se sei cristiano/a devi continuare ad amare?».
  «Sì, se sei cristiano/a non hai alternative, devi continuare ad amare. Francesco sottolinea soltanto la ragione, già chiara in Gesù: “Devi amarlo/a proprio per questo”. Proprio perchè è sbagliato dalla testa ai piedi, proprio perchè è diventato criminale incallito, proprio per questo devi amarlo e non per altre ragioni. Nemmeno perchè sei buono o puoi trovare attenuanti nella malvagità di questo tuo prossimo: devi amarlo perchè lui è malato. Dirò subito che amare non significa sempre accarezzare o dire parole dolci (c’è sia il consiglio, sia la punizione, ma solo perchè l’altro guarisca). 
  Immagina una madre con tre figli: uno sano, un altro malaticcio e un terzo gravemente malato. Il terzo è a letto, ha dolori fortissimi con febbre e rischia di morire a ogni istante. La madre ama tutti e tre i figli, ma il secondo ha certo più bisogno di attenzione del primo e il terzo ha più bisogno di cure e affetto di tutti e tre. La madre deve
passare lunghe ore seduta accanto al letto del terzo figlio malato. Deve confortarlo e animarlo più di ogni altro. Se il primo figlio è intelligente, non si sentirà escluso anche se vede sua madre dedicare tanto tempo, cure, carezze, baci e affetto al fratello malato. Perchè la madre deve ‘amarlo’ di più? Solo per una ragione: perchè è malato.
  Fai  ora  un  secondo  passo,  che  anche  un  adolescente  sveglio  può capire. C’è  una  madre  con  tre  figli:  il  primo  è  molto  buono:  è diligente a scuola, fa i lavori prima che la madre glieli comandi. Ogni mattina va  in chiesa, aiuta gli altri, forse è anche  in seminario: è un figlio proprio  fortunato. C’è poi un  secondo  figlio. Questi non è nè un santo, nè un criminale. Di tanto in tanto fa le sue scappatelle. Non è proprio un bravo ragazzo, ma poi si recupera. E c’è  il  terzo figlio: un  vero  criminale.  Comincia  a  ubriacarsi,  poi  il  fumo,  la droga pesante,  amicizie  sbagliate,  prostituzione,  poi  rapine,  omicidi,  etc. Oggi è un giovane che tutti additano per parlarne male. Chi di questi tre figli ha più bisogno di amore da sua madre?».  
  «Certo,  tutti  e  tre  hanno  bisogno  di  essere  amati,  quello  molto buono, quello buono per metà e quello criminale, ma  se ce n’è uno che ha più bisogno degli altri di affetto, di attenzione, in una parola, di amore, questi è certamente il terzo».  
  «E  perchè  il  terzo  figlio  ha  più  bisogno  di  essere  amato?  Solo perchè  è  cattivo. Questa  è  la  ragione  sufficiente, non per  il  fatto di meritare  più  amore, ma  per  avere  più  bisogno  di  amore.  Se  questa madre vuole seguire le orme di Gesù, amerà più di tutti questo figlio 
e  la ragione è solo una: è un cattivo, un malato,  è come il figlio del Vangelo che pascola i porci, è la pecora perduta, la moneta smarrita. A  poco  a  poco  si  spiega  così  il  testo francescano: “Se  questo  tuo fratello  peccherà  mille  volte  davanti  ai  tuoi  occhi,  devi  amarlo proprio per questo”. Perchè ha peccato? Sì, proprio per questo. Gesù l’ha detto chiaramente: “Se amate solo coloro che vi amano e fate del bene a coloro che vi fanno del bene... che merito ne avete? Anche  i pagani  (i  non  cristiani)  sono  capaci  di  far questo... ma  voi  amate  i vostri nemici”, ossia  coloro  che non vi  sanno  amare o vi  amano  in modo sbagliato».  
  «Per  questo  a  Gesù  –  che  riduce  tutti  i  comandamenti  a  due: amare Dio e  il prossimo – viene chiesto: “Ma chi è  il prossimo che devo amare?”».  
  «Nella  domanda  entra  in gioco  la  comprensione  della  novità  di Gesù  e  della  sua  predicazione.  Per  gli  ebrei,  infatti,  non  era  così scontato  chi  fosse  il  prossimo  da amare. Per  quelli  di stretta osservanza,  il  prossimo  era  solo  chi  era  fedele  alla Torà,  a  tutte  le leggi – anche le più piccole – che scaturivano dalla Grande Legge di Mosè,  mentre  per gli  altri  il prossimo  era  costituito  dagli  ebrei, almeno  dai  circoncisi,  non  certamente  dai  nemici,  che  si  dovevano invece  combattere.  Per Gesù,  il  vicino è  ogni  persona  che io  posso raggiungere e che mi può raggiungere. Alla domanda: “Chi è  il mio prossimo?”, Gesù  risponde  parzialmente,  in modo  che  possa  capire anche un bambino, raccontando la parabola del buon samaritano, che in  altre  parole  dice:  “Se  qualcuno  fa  un  incidente  e  tu  lo  soccorri portandolo  all’ospedale,  ti comporti da prossimo, o meglio da buon prossimo”. Ma,  in maniera  piena,  risponde  quando  è  sul  Calvario. Proprio  là Gesù dice  chi è  il  suo prossimo. Mentre  lo  inchiodano e preparano  la  sua  morte,  Gesù  non  solo non  inveisce  contro  i crocifissori, ma  li  difende  di  fronte  al  Padre:  “Padre,  perdona  loro perchè non sanno quello che fanno”. Gesù sta dando la vita per quei giovani  che  lo crocifiggono. Gesù  li  ama  più  di  tutti,  perchè  sono coloro che su quel monte compiono l’azione più criminale di tutta la storia. Saranno additati per  tutti  i  tempi come  i peggiori: per questa ragione Gesù li ama e insegna a noi come e chi dobbiamo amare».

Ama Dio e il tuo prossimo  
  «Padre, allora noi dobbiamo amare Dio nel nostro prossimo, che è il nostro vicino e proprio perchè è il più vicino a noi?». 
  «Gesù  arriva  alla  sintesi.  Ad  alcune  grandi  sintesi.  Di  tutte  le disquisizioni  teologiche  ebraiche,  Gesù  giunge  all’essenziale:  “Chi vede  me,  vede  il  Padre”.  Delle  grandi  e lunghe  preghiere,  Gesù propone il nocciolo: “Pregate così: Padre nostro...”. E tutta la morale, la Legge è ridotta alla sintesi: “Ama Dio e il tuo prossimo”.  
  Chi è più prossimo a me? Più vicino a me di uno che mi pianta  i chiodi  nelle  mani?  Quell’uomo  non  è  solo  vicino  a  me,  ma  entra dentro  di me,  dentro  la mia  carne:  questo  è il mio  prossimo  più  di ogni altro ed io debbo amarlo. Se uno mi diffama dicendo ogni sorta di falsità contro di me, non riesco neppure più a dormire, tanto sono turbato  e  scosso. Chi  è più vicino a me di uno che non  solo mi  sta fisicamente  vicino, ma  è  entrato  nel  profondo  dei miei  pensieri  al punto  da  scuoterli  e  non  lasciarmi  più  dormire? Questi  non  è solo vicino  a me, ma  dentro di me:  ebbene,  in  questo momento  è  il  più prossimo a me, che devo amare». 
  «Padre, non c’è una contraddizione in termini nel dover amare?» 
  «Nessuna religione ha il coraggio di chiederlo ai suoi fedeli, ma la religione cristiana sì. Questo è il comando nuovo di Gesù e da questo i  cristiani  si  distingueranno  dagli  altri,  dal modo  di  amare.  “Da questo capiranno che siete miei discepoli”, dice infatti Gesù.  
  Mentre ero in India, chiesi a un amico di gestire alcune scuolette e a un certo punto mi accorsi che per cinque anni aveva dato solo metà salario  a  un  insegnante.  Questi  era  stato minacciato:  non  doveva dirmi la verità, altrimenti avrebbe perso il lavoro. Io mi ero fidato di quella persona perchè era anche segretario in Parrocchia e quindi ben conosciuto dal parroco stesso. L’uomo che gestiva le scuole aveva un figlio  solo, mentre  il maestro  derubato  aveva  sei  figli  e  per  cinque anni  dovette  limitarsi molte  volte  a mangiare  una volta al  giorno. Così lui e la moglie si ammalarono di tubercolosi: una vera e propria tragedia, consumata tra due battezzati. Appena appresa la notizia, mi sarei precipitato da quel direttore per  stritolargli  le ossa,  se ne  fossi stato capace, ma mi  fermai, perchè non ero  emozionalmente pronto ad affrontarlo. Quando venne il momento, parlai con lui di giustizia, di restituzione e altro ancora. 
  Qualche  tempo  dopo  mi  chiesi:  “Come  devo  amare  questa persona?”. E la risposta fu: “Quando mi presenterò al giudizio finale, il Signore non mi chiederà quanto ho amato mia madre, mio fratello, gli  zingari,  tutte  le  persone  che  hanno  contraccambiato  la  mia amicizia al cento per uno, ma quanto ho amato quel direttore ladro e criminale”.  Sì,  mi chiederà quanto  gli  ho  voluto  bene.  Da  quanto riesco  ad  amare  chi  più  di  ogni  altro  mi  ha  offeso  (anche  se indirettamente), posso mostrare al Signore quanto vale il mio amore per gli altri: da quanto riuscirò ad amare questo mio prossimo che è entrato così dentro di me, potrò  io  stesso capire  se  l’amore che uso nelle mie relazioni è oro, argento, ferro, terracotta o plastica».  
  «Mi pare di  risentire  le parole:  “Non  sono venuto per  i  sani, ma per i malati”; “Non sono venuto per i buoni, ma per i cattivi”; “Ama il  prossimo  quanto  devi  amare Dio  stesso”; “Se  il  tuo  prossimo  ha peccato  settanta  volte  sette  tu  perdonalo  e  amalo”;  “Se  ami  solo coloro che  ti amano, che merito ne hai?”; “Da questo  tipo di amore capiranno quanto siete miei discepoli”. E sembra  impensabile che in 
una società cristiana con una predicazione così pura ci sia stato posto per guerre, violenza, vendette e prevaricazione contro questo nostro prossimo che avrebbe dovuto essere sempre oggetto di misericordia».  
  «Ecco perchè Francesco d’Assisi scrisse: Se tuo fratello peccherà mille volte davanti ai tuoi occhi, devi amarlo proprio per questo. Proprio perchè ha peccato, ha sbagliato ed è sbagliato dalla testa ai piedi devi amarlo; proprio perchè ha offeso te, Gesù, la Chiesa, devi amarlo; proprio perchè ha disonorato la creazione...».
  «E se questo prossimo non solo ha fatto violenza e reso schiavo un uomo, una donna, un bambino, ma adesso è diventato organizzatore di schiavitù e crea una catena per moltiplicare il crimine; se questo prossimo, oltre a consumare droghe e quindi suicidarsi, le spaccia perchè siano in tanti a sbagliare, dovrei amarlo? Se questo prossimo ha violentato un bambino innocente che probabilmente porterà per tutta la vita le conseguenze di queste azioni e se organizza aerei di quattrocento uomini per fare turismo sessuale con bambini in Thailandia, nelle Filippine, in India e da mille altre parti, dove la povertà delle vittime crea un terreno fertile perchè tale peccato si moltiplichi, dovrei ancora amare questo vicino? Ha venduto bambini per il commercio dei loro organi e organizzato una catena tra commercianti e ospedali dove i bambini rubati e venduti sono considerati non più di un coniglio, un topo, una gallina. E dovrei amarlo?». 
  «Caro Teofilo, potresti dirmi: “Posso arrivare a dimenticarlo, semmai con una grazia speciale a perdonarlo, ma amarlo?”. Mi dirai che ad amarlo non ce la fai, vero? E perchè da quest’ultima pagina ti sei sentito scuotere e invece, con molta superficialità, hai letto nel Vangelo che Gesù è venuto non per i giusti, ma per i peccatori? Perchè non hai strappato il foglio su cui era scritto: “Se ami solo coloro che ti amano che merito ne hai? Amate i vostri nemici”. Pensavi forse che peccatori e nemici fossero un’entità astratta, semmai di disturbo, persone non così corrette? No, i peccatori sono questi e possono essere tuoi vicini di casa».

Amare i peccatori
  «Il peccatore non è un birichino che merita un po’ di comprensione. Se poi il peccatore non è solo un omicida, ma ha cercato di uccidere te; se poi non è solo uno che qualche volta
tradisce la moglie, ma è entrato nella tua vita privata e ti ha rubato la tua, considerandola sua, e l’ha fatto ripetute volte; se il peccatore non è solo un maniaco, ma ha violentato il tuo bambino, allora capisco che tu ti senta turbato e non comprenda più il Vangelo tradotto da Francesco, un uomo molto simile a noi: Se tuo fratello peccherà mille volte davanti ai tuoi occhi … devi amarlo proprio per quello». 
  «Se almeno avesse detto ‘nonostante quello’, se avesse detto ‘nonostante tuo fratello sia peccatore, devi amarlo’, forse lo capirei di più. Ma ha detto: Devi amarlo proprio perchè è peccatore». 
  «Sì, proprio per quella ragione tanto ripugnante (che nell’esempio ho cercato di ‘portarti in casa’). Gesù non ci ha amati nonostante fossimo peccatori, ma proprio perchè eravamo tali, perchè eravamo una pecora persa, perchè lo inchiodavamo sulla croce. E se ti accorgi
che il peccatore è in casa tua, se chi commette i crimini che ho chiamato per nome è tuo figlio, tuo padre, tua madre, tua sorella, è il tuo compagno di scuola, di lavoro, dovresti perdonarlo e amarlo?». 
  «Dopo che ha dissipato tutti i miei beni, che mi ha diffamato di fronte a tutti, senza lasciarmi il tempo materiale per riparare il disonore e sapendo che sulla terra il mio nome resterà macchiato per sempre... dovrei amarlo lo stesso? E proprio perchè ha commesso quei crimini?» Teofilo era stupito. 
  «Perchè, allora, leggendo le beatitudini, non hai telefonato al Papa per chiedere se era vero? E nel leggere: “Quando avranno detto ogni sorta di male contro di te… rallegrati!”, perchè non hai strappato almeno quella pagina? E dovresti pure rallegrarti? Allora sai chi è il peccatore reale, quello fatto di corpo e anima che incontri tu, quello che da bambino era bellissimo come tutti i bambini e adesso è diventato un mostro? Sai chi è? È colui che non riesci ad amare nonostante ti chiami cristiano, è colui che fatichi senza fine ad amare. Teofilo, fermati un istante a pensare alle tue relazioni familiari e sociali. Quali persone ami di più? Probabilmente quelle che più ti vogliono bene, vero? E coloro che pensi non ti amino? Li odi? Li sopporti? Cerchi di dimenticarli? Riesci a perdonarli? Riesci ad amarli?».
  «Padre, da queste poche domande ci rendiamo conto quanto siamo pagani, quanto siamo poco cristiani. Che Gesù sia venuto a predicarci il comandamento nuovo o che non sia venuto affatto, per la maggior parte di noi non cambia assolutamente nulla. E invece, chi erano gli amici di Gesù? Dell’affetto verso i suoi familiari, non una parola: non ce n’era bisogno. Gesù ama gli apostoli e dal comportamento finale si può capire di che stoffa fossero e quanto sia stato difficile amare gente come Pietro, Giuda e quei due fratelli che, senza  voler  togliere nessun merito,  erano  più  interessati  a  un  posto come vicerè o primi ministri di un regno nuovo che non aveva nulla in comune con quello predicato dallo stesso Gesù Cristo».  
  «Gesù  ama  dei  peccatori:  uomini  e  donne,  peccatori  pubblici  e privati. Non  li ama per  le  loro virtù, ma perchè  sono peccatori. Per l’epoca una donna adultera o pluridivorziata o prostituta non merita nessuna considerazione. Esattori di  imposte che  schiacciano  la  testa dei poveri, ricchi che si sono guadagnati quei soldi sulle spalle della povera  gente:  uomini che  non  hanno  nulla  di  ammirevole  in  questi peccati. Sono quindi dei peccatori e Gesù  li ama e si occupa di  loro proprio perchè sono peccatori. Io non ho nessun potere di convertirti, mi preme  solo  chiarire  che  il Vangelo non  è uno dei  tanti  libri  che riempiono  le  biblioteche,  ma  il  più  difficile  di  tutti  i  libri,  il  più pretenzioso.  E  che,  tra  i ‘fondatori  di  religione’,  Gesù  è  il  più disobbedito.  Egli  infatti  ha  preteso  ciò  che  nessuno  ha  osato pretendere: chiedere di amare chi ‘non si può amare’».  
  «Padre, voi mi insegnate che forse l’uomo non può amare il nemico con le sole forze umane, ma il cristiano non è fatto solo di carne e ossa: è lui-più-Gesù-Cristo. Così il cristiano-Gesù può vivere il comando nuovo: amare chi lo inchioda. Quando poi il santo zelo accende in me la rabbia contro le ingiustizie, i soprusi, le prevaricazioni, devo allora lottare, urlare e gridare non solo contro il peccato, ma anche contro il peccatore, perchè il peccato non sta nell’aria scollato dal mondo, ma è sempre frutto dell’azione di un uomo. Può essere che debba manifestare contro il peccato di mio fratello, può essere che lo debba denunciare e chiedere che venga rinchiuso in carcere, se non è più capace di vivere civilmente nella società. Ma come possono restare nello stesso cuore umano, insieme all’amore, il furore, la rabbia contro di lui, e la condanna, richiesta, pretesa e imposta? Posso essere furioso contro il mio fratello, condannarlo e tuttavia amarlo con lo stesso cuore?».
  «Gesù dice di sì, altrimenti dobbiamo strappare tutto il Vangelo. Senza il comando nuovo, le altre pagine del Vangelo perderebbero l’anima. Un giorno Gesù va al Tempio, intreccia delle corde, ne fa delle fruste che usa contro i mercanti e ribalta tutte le loro mercanzie con rabbia, con furore, con grida. Eppure non possiamo pensare che Gesù abbia amato un poco meno uno solo di loro. Non possiamo pensare che li abbia amati meno di quei bambini che chiamava vicino a sè per benedirli. I bambini avevano bisogno di abbracci e baci e Gesù glieli ha dati perchè li amava. I venditori del Tempio avevano bisogno di frustate e gliele ha date perchè li amava. Gesù voleva educare i mercanti, i sacerdoti, i fedeli e usò quel linguaggio, ma il suo cuore di amante non rimase scalfito.  
  Il cuore di Gesù, che ama in questo modo, è la nuova alleanza, il nuovo testamento. Gesù è il santo dei santi non perchè è stato crocifisso o è morto su quella croce. Noi due potremmo essere flagellati, incoronati di spine e crocifissi in meno di una giornata. È sufficiente un tribunale criminale che ci condanni, il tempo necessario per trovare chiodi, martello e legno e in meno di una giornata saremmo crocifissi anche noi. Gesù è Gesù non perchè è stato crocifisso, ma perchè ha amato chi lo crocifiggeva. Questo è il Nuovo Testamento». 
  «Pare che nella rivoluzione degli schiavi di Roma, guidati da Spartaco, circa seimila di loro siano stati crocifissi lungo la via Appia e molti libri se ne siano dimenticati, ma non di Gesù Cristo, che ha addirittura diviso la storia in due parti, prima e dopo di Lui».
  «Se credo a questo Gesù e al suo comandamento nuovo, potrò capire che non è solo la sintesi di tutta la morale cristiana, ma che mi fa luce su tutta la teologia, mostrandomi chi è Dio Padre, cioè un Dio che ama sempre tutti, buoni e cattivi. Quando, nel profondo della mia coscienza, troverò l’amarezza del peccato, non mi sentirò escluso da questo Padre-Madre, ma abbracciato da Lui, incoraggiato a non peccare più. E se dovessi rifare la stessa esperienza o se il vizio mi avesse reso schiavo, saprei di certo che questo Dio continuerebbe ad amarmi e ad amarmi di più, perchè sarei un malato grave. Che cosa potrebbe aiutarmi di più a risorgere dal mio peccato? La minaccia di un castigo o il caloroso abbraccio paterno-materno di Dio? Nel Vangelo, quindi, c’è questa bomba atomica, che maneggiamo come fosse un petardo di carnevale».

Non giudicare  
  «Padre, com’è difficile il cammino per diventare cristiani!».  
  «Per allenare il cuore a questo arduo lavoro, possiamo tentare di guardare il nostro prossimo senza giudizi di malvagità. Gesù ci ha aiutati con un ordine che ci alleggerisce: “Non giudicare” il tuo prossimo, perchè potrebbe essere innocente! Non pensare mai che il tuo vicino sia un peccatore, perchè non è dato a nessuno di noi leggere nella coscienza altrui.
  Anche il prete che confessa deve giudicare le azioni del penitente come azioni storiche e umane. Di fronte ad esse deve porre consigli, espiazioni, penitenze o castighi, ma non potrà mai entrare nella coscienza di un solo penitente per affermare che questi ha commesso un peccato. In duemila anni di storia non possiamo dare il giudizio di un solo peccato veniale nei confronti di una persona. Nella coscienza umana solo Dio può leggere e pronunciare il giudizio finale. Strettamente parlando, non abbiamo nemmeno il diritto di giudicare in modo definitivo la nostra stessa coscienza.
  Un prete che ha confessato tutti i giorni per quarant’anni non potrà mai sapere se ha perdonato cento, dieci, uno o nessun peccato. Solo a Dio appartiene questo giudizio. Pur trovandomi di fronte a uno sterminatore di popoli che ha massacrato milioni di persone, non saprò mai se abbia commesso dei peccati gravi o veniali o nulla di tutto questo. Le schizofrenie gravi o parziali o qualunque tipo di perturbamento psicotico anche leggero possono essere causa di una coscienza ferita e, quindi, non tanto responsabile come appare ai
nostri occhi. Ciò che Dio permette attraverso il comportamento criminoso del prossimo potrebbe essere semplicemente un mezzo per allenare il nostro cuore pagano a perdonare e a diventare cristiano.
  Un giornale riportava un fatto terribile: “Madre lega i cinque figli e li butta nel fiume”. Accanto a me un uomo, che si era avvicinato per vedere la pagina, scoppiò in un grido istintivo: “Che criminale!”, al che io risposi: “Chissà quante ferite, quanto dolore e disperazione per arrivare a buttare i propri cinque figli nel fiume! Povera Madre!”. E, senza guardarmi attorno, misi il giornale per terra e m’inginocchiai di fronte alla foto di quella madre annegata». 
  «Perciò, Padre, la persona considerata in apparenza criminale potrebbe essere innocente».
  «Se lavassimo lo sguardo con questa riflessione, la nostra visione della vita potrebbe cambiare radicalmente: indipendentemente dalle loro azioni, coloro che ci passano accanto potrebbero essere dei santi.  Così,  la  fatica  di  amare  un  prossimo  malvagio  diventa  persino ragionevole,  in  quanto  possiamo  trovarci  di  fronte  non  a  un criminale, ma a un malato.  
  Se ciò  che ho cercato di  ripetere,  ritradotto dal Vangelo,  fosse  il pensiero di un filosofo, di un teologo o di uno spiritualista, o ancora di un moralista o del fondatore di una grande religione, ci si potrebbe rifiutare  di  crederlo, ma  l’ha  detto Gesù Cristo. E  la  testimonianza che  è  tutto  vero  è  data  dalla  sua  stessa Resurrezione,  con  cui Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, ha sottoscritto che il comando nuovo di Gesù agli uomini è vero e che è veramente comando di Dio e Parola di Dio, anzi è la Parola di Dio che è diventata carne, è diventata Gesù Cristo, il quale ha predicato e vissuto tutto questo».

Misericordia
  «Ma che significa, Padre, avere misericordia?».
  «Avere misericordia dell’altro, caro Teofilo, non vuol dire solo perdonarlo, ma anche avere pietà di lui, curare le sue ferite, caricarselo a spalle e aiutarlo a guarire, affinché sia capace di
riprendere il cammino. E, dopo aver sentito dal Vangelo che dobbiamo amare il prossimo, quello che è vicino a noi, ci occorre fare un ulteriore passo: prendere in consideazione non solo il vicino, ma anche il “prossimo” lontano da noi geograficamente, quello che é venuto, per così dire, ad abitare proprio vicino a noi.
  I mezzi di comunicazione hanno portato in casa nostra il mondo lontano, il mondo che prima non si poteva vedere. Quel mondo chiamato “terzo o quarto mondo” lo raggiungevano solo i missionari zelanti per far conoscere il Vangelo in terre lontane a costo di disagi, persecuzioni e morte. Raggiungevano ancora quel mondo gli eserciti dei politici per colonizzare, rubare e schiavizzare».
  «Oggi le dinamiche sono diverse, ma il Sud del mondo é entrato in casa nostra e tutti noi, senza eccezioni, abbiamo assistito alla devastazione e a un vero e proprio genocidio – indiretto ma globale – frutto d’ingiustizia, di sfruttamento o, per lo meno, di abbandono».
  «Invece d’impegnarsi nella solidarietà internazionale, l’uomo del Nord del mondo preferisce voltare pagina, chiudere gli occhi, dimenticare, per poter continuare a vivere il più tranquillo possibile. La crisi economica iniziata nel 2008 (è sempre quella a cui ci si riferisce negli ultimi anni) non è sufficiente ad alleggerire la nostra coscienza. Papa Francesco chiede che si agisca per alleviare le sofferenze dei poveri, per ridurre la disparità tra ricchi e poveri e per sormontare tutti quei modelli di esclusione che sono causa di tanti conflittti e violenze. 
  Non neghiamo la solidarietà degli ultimi decenni, con cui tutta una serie di interventi da parte di governi e istituzioni religiose o a sfondo filantropico hanno fatto registrare una riduzione significativa dei tassi d’indigenza nel mondo, passando così da un tasso del 44% a quello attuale (2015-16) del 12,7%. Tutto questo fa crescere in noi un poco di speranza. Riconosciamo però che, se ci fosse solo più un bambino che muore di fame, sarebbe ancora troppo e, con vergogna, dobbiamo accettare la triste realtà che ancora 800 milioni di bambini muoiono a causa della denutrizione; che metà della popolazione mondiale non dispone di alcun patrimonio e due miliardi di persone vivono con meno di 2 dollari al giorno ma che, tra queste ultime, in
Paesi come il Bangladesh, gran parte della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno per famiglia».
  «Già il Concilio Vaticano II (G.S. 69) ricordava che “I beni creati devono essere partecipati equamente a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla carità”. In ogni caso ci siamo abituati a sentire di tutto, ma anche a voltare pagina in fretta, prima che la coscienza venga disturbata. Dopo quanto abbiamo detto, Padre, il rischio è di non riuscire nemmeno a chiedere perdono: se non intravediamo strade nuove, piste di speranza e concrete prospettive di conversione, tanto vale restare come siamo, nella contraddizione di un nostro mondo inguaribile. Ma io voglio gridare che il nostro mondo è guaribile e noi non siamo i primi a curarne le ferite».
  «Una strada nuova è stata aperta duemila anni fa, la strada della consegna, e oggi stesso non mancano testimoni di questa rivoluzione di amore. Nessuno potrà sostenere che davanti a migliaia di bambini che ogni giorno muoiono di fame non ci sia niente da fare e che l’unica soluzione sia rimanere muti o semplicemente spaventati e angosciati. Massimiliano Kolbe, come ti ho già detto, non si accontentò di commuoversi. Alla fine del luglio 1941 nel blocco 14 di Auschwitz mancò un prigioniero. Per ogni fuggitivo venivano condannati venti internati. Quella volta ne furono scelti solo dieci. Quando il Lagerfuhrer li scelse per mandarli nel bunker a morire di fame, una di loro si lasciò sfuggire un gemito soffocato: “Mia moglie e i miei bambini: non li vedrò mai più!”. Massimiliano Kolbe, numero 16670 degli internati, lo udì e si offrì al suo posto. Si avviava a concludere così la sua Eucarestia, adempiendo alla parola di Gesù:
“Fatelo anche voi in memoria di me!”. Giovanni Paolo Il lo ha detto nell’omelia della canonizzazione: “Padre Massimiliano non è morto, ma ha consegnato la vita per il fratello”».
  «E di fronte alle scelte sbagliate, alle politiche di oppressione, alla logica di guerra resteremo impotenti e inoffensivi?».
  «Gandhi non è rimasto inattivo. Piccolo fragile uomo di fronte al potente esercito di un grande impero: che cosa poteva fare? Egli consegna se stesso. Studia, riflette, prega, entra nella politica del suo paese, entra ed esce dalla prigione più e più volte. La sua grande arma è combattere la violenza con la non-violenza, ma una non-violenza attiva. Egli lavora come ogni indù e insegna a fare altrettanto. Vive le cose semplici e i momenti straordinari con la stessa dignità e semplicità. Non accetta il compromesso. Cerca la coerenza della pace, non la violenza della guerra. A tutti i costi, con tutte le forze, rimettendoci in salute, con prolungati digiuni, perfino col voto di castità, consegnando tutte le forze della sua grande anima
per la causa della pace. E non si può certo dire che non abbia ottenuto niente».
  «Di fronte alle difficoltà di dire “Padre nostro”, resteremo con il fiato mozzo e basta?».
  «Un profeta del nostro tempo, Raoul Follereau, ha smesso di aver paura della morte, si è appassionato alla vita degli altri, consegnando tutto il suo tempo, la sua intelligenza, le sue energie per vincere non solo la lebbra della carne, ma anche e più ancora la lebbra dello spirito. Ha fatto oltre quaranta volte il giro del mondo, ma non da turista o come gli astronauti, guardandolo dall’alto. È passato di villaggio in villaggio per stare vicino a chi moriva, per incoraggiare a vivere, facendosi tutto a tutti. E, quel che è più, migliaia lo hanno seguito, stimolati dal suo esempio».
  «Di fronte al ladro che è in ciascuno di noi, di fronte alle ingiustizie della nostra società nei confronti dei più poveri resteremo solo emozionati?».
  «Marcello Candia vende la fabbrica e va a costruire un ospedale alla foce del Rio delle Amazzoni. Consegna denaro, tempo e salute per la salute dei fratelli: forse uno dei tanti gesti di semplice riparazione? Qualcuno gli obietta: “Così si rischia di fare dell’assistenzialismo, mentre occorre la rivoluzione”. “È vero – risponde Marcello – penso che abbiate ragione; ma io non la so fare e intanto che voi vi preparate, io faccio questo”. La Didaché dice che quando uno fa tutto ciò che sa di bene, questo è il bene. Madre Teresa di Calcutta affianca i moribondi perché non siano soli nel momento in cui non valgono più nulla per nessuno. E a chi, di fronte alla povertà e alla miseria di Calcutta, le fa notare: “Madre, questo che voi fate, per quanto grande, non è che una goccia nel mare”, risponde: “Sì, questa è la nostra goccia”. E non è certo la sola».
  «Allora, Padre, di fronte alle minoranze etniche marginalizzate, di fronte agli schiavi di tutto il mondo, non si rischia semplicemente di dire che questi sono problemi troppo grandi, che ci superano?».
  «Martin Luther King non ha accettato passivamente il razzismo. Ha lottato con tutte le forze contro di esso, dicendo: “Un giorno i miei figli neri siederanno a tavola con i bianchi, nella pace”. Lottò con tanta energia da spaventare i razzisti, che uccisero lui, ma non il suo ideale».
  «E di fronte al potere delle multinazionali che dilapidano il terzo mondo, di fronte ai diritti umani più elementari ogni giorno conculcati, di fronte alla disappropriazione di casa, campi e della stessa sopravvivenza di intere famiglie resteremo a guardare?».
  «Margherita, una giovane donna del Nord-est brasiliano, informata da un mio amico che la sua vita era finita se non smetteva immediatamente la sua lotta in difesa della terra, disse: “Dalla lotta non esco: meglio morire lottando che morire e veder morire di fame”. Due ore dopo veniva uccisa. Al funerale il corteo di contadini si trasformò in una manifestazione nazionale in difesa dei diritti dei lavoratori; nella foresta di scritte uno striscione di cento metri diceva:
“Avete sradicato una margherita, ma ne sono già nate altre mille”. La lotta contro l’ingiustizia cresce ogni giorno. Una statistica del settembre 1986 dice che in Brasile in quell’anno moriva una persona ogni 36 ore in difesa dei diritti umani. E quelli che venivano uccisi erano sindacalisti, leaders politici, religiosi e preti, contadini, etc. All’inizio del 2016 é stato dato un allarme via internet: in Africa c’é bisogno di 5 mila volontari per combattere l’ebola, che – si sa – mette ad altissimo rischio la vita. E in meno di 10 giorni oltre 3 mila giovani hanno dato la loro disoponibilità a partire».
  «Sono migliaia i giovani professionisti e non professionisti che si affiancano ai fratelli nella lotta per recuperare i loro diritti fondamentali: lottano e rischiano insieme, facendosi maestri e
insieme discepoli gli uni degli altri per un mondo migliore».
  «Certo, caro Teofilo, esistono decine di persone che fanno esattamente ciò che hanno fatto Kolbe, Gandhi, Follereau, Marcello Candia, Luther King, Margherita. In modo diverso vivono le stesse cose, consegnandosi ogni giorno per arrivare a consegnare tutto. Perché non dev’essere possibile anche per noi?».

Speranza
  «È dunque chiaro, Padre, che non dobbiamo cedere al pessimismo. Se oggi Caino cammina ancora sofferente e disperato nel nostro mondo, se si continua a costruire la torre di Babele e il diluvio continua a inondare la terra, possiamo comunque cogliere segnali di speranza».
  «Sulla fronte di Caino c’é un segno di misericordia e di speranza; e gli uomini cercano di aggregarsi nonostante le differenze di lingua, ideologia e religione: sotto le nuvole appare anche oggi l’arcobaleno, segno di pace. E ancora, i faraoni d’Egitto non sono morti, né i loro aguzzini, né il popolo oppresso: in mezzo a tutto ciò c’è una storia di liberazione. Mosè e Aronne continuano a gridare e stimolare il popolo affinché non si perda d’animo nel deserto, ma lotti per la terra promessa. Pure noi cantiamo l’Alleluia come Maria, ogni volta che attraversiamo il Mar Rosso con i nostri fratelli; ma anche quando Dio ci dà la forza di attraversare un fiume o un ruscello, celebriamo la vita. Così tutti dovremmo portare il vino quando andiamo a nozze a
Cana o in un altro paese, perché la festa sia più piena. E uccidere il vitello grasso, quando un fratello o un figlio torna a casa e non importa se gli altri si scandalizzano.
  Spezziamo pure noi il vaso di alabastro pieno di profumo che costa una fortuna, e versiamolo sulla testa del fratello, anche se gli altri non capiscono e si scandalizzano e parlano sempre dei poveri, pur di arricchirsi. Ma se passiamo vicino a 5 mila uomini affamati con le mogli e i loro bambini, non andiamo oltre senza dar loro da mangiare. Diamo loro il pane, se l’abbiamo, altrimenti andiamo a comprarlo; e se siamo senza soldi, facciamo dei miracoli; ma non dobbiamo passare oltre come un levita o un fariseo, altrimenti come faremo a dire: “Padre nostro che sei nei cieli”? O come potremo, il giorno dopo, parlare a questi fratelli dell’Eucarestia?».

L’ultima scusa
  «Padre, per anni ho cercato una scusa, una qualche motivazione, per dirmi che andava bene anche così, e non l’ho trovata. Avrei voluto collocare quella risposta da qualche parte, per tranquillizzare la coscienza mia e dei miei amici, ma non l’ho trovata. Nessuna riga in tutto il Vangelo, negli Atti degli Apostoli, nelle Lettere e nemmeno nell’Apocalisse, che mi potesse dar ragione. Volevo trovare una parola che mi dicesse all’incirca così: “Anche se mangio tre volte al giorno e ho una certa sicurezza, mentre altri mangiano tre volte la settimana, in fondo non è poi così grave”: è questa la parola che ho cercato e non ho trovato».
  «Nelle parole di Gesù, caro Teofilo, non ci sono attenuanti: l’ingiustizia, la discriminazione, tutto questo è peccato. E adesso voglio dire una parola che brucia la pelle: mi sono lasciato
scandalizzare da televisori a colori in case religiose a pochi metri da chi vive la miseria. Mi sono lasciato scandalizzare da una casa con 164 stanze, tutte libere, tutte vuote, accostate alla strada dove dormivano dei bambini sul marciapiede, coperti da giornali.
  Mi sono lasciato scandalizzare da queste cose, pensando che io avrei fatto diversamente, avrei fatto meglio; invece io, come molti di noi, non ce l’ho fatta. E per di più, in molte comunità ho sentito un grande desiderio di essere più povere, senza riuscirci. Mi dicevano di voler essere più coerenti col Vangelo, di voler essere dei testimoni viventi della Parola, di voler dividere tutto con chi soffriva più di loro, senza riuscirci».
  «Padre, ho sentito anch’io il grido d’impotenza: “Perché faccio il male che non voglio e perché non faccio il bene che vorrei?”».
  «Tutti questi amici, con molta buona volontà, non ci sono riusciti (eccetto pochi), come io non ci sono riuscito. Non ce l’ho fatta. Mi costa confessare pubblicamente questo peccato, come mi costerebbe dire pubblicamente che ho ucciso, che ho rubato, che sono stato adultero o che ho bestemmiato Dio. Con la stessa vergogna e umiltà dico: non ci sono riuscito. Ma il fatto che altri non ci siano riusciti, che io non ci sia riuscito, non giustifica nessuno a dire: “Allora, anch’io posso continuare come prima”. 
  Se Dio ti chiede di più di quello che ti ha chiesto ieri, ti dà anche la sua forza per dire di sì e camminare in avanti. Non chiudere il cuore a Dio, se lui stesso cerca di aprirtelo. E se Dio, in questo momento, ti dà una luce che non ha dato a nessuno? E se Dio, in questo momento, ti chiede ciò che non ha chiesto a nessuno? E se Dio, in questo momento, ti dà una forza che non ha mai dato a nessuno? Guai a non rispondere! Guai a tornare indietro! Resteresti eternamente triste».

Fraternamente
  «Padre, non sono stati gli Apostoli con la comunità, superando l’elemosina e l’assistenzialismo, a fare la rivoluzione, una grande rivoluzione sociale cristiana?».
  «Con la prima comunità cristiana, gli Apostoli vollero fare ciò che aveva comandato il Signore Gesù, in quella notte, prima della morte, quando aveva spezzato il pane e si era consegnato, per i fratelli, nelle mani del Padre. Gesù infatti aveva chiesto ai suoi di fare altrettanto. Respirando la genuinità e la freschezza di quel bambino appena nato che era la nuova storia, si riunirono per celebrare l’Eucarestia. Ma l’Eucarestia non fu per essi ripetere un rito: con un cuor solo e un’anima sola nessuno reputò proprio ciò che gli era appartenuto, ma
ogni cosa fu tra loro comune. Con grande forza gli Apostoli resero testimonianza della Resurrezione del Signore Gesù».
  «E nessuno tra loro fu bisognoso, perché quanti avevano posseduto campi o case li avevano venduti deponendo l’importo ricavato ai piedi degli Apostoli; poi era stato distribuito a ciascuno secondo il bisogno».
  «Sì, e spezzarono il pane come aveva detto Gesù. Mentre uscirono dalla riunione, sentirono forgiare i chiodi nella bottega del fabbro e inchiodare legni incrociati. Sentirono ancora i ruggiti dei leoni nei sotterranei dell’arena e il rumore di una pioggia di pietre che si scagliava contro di essi. Ma, in mezzo a tutto questo, contemplarono i Cieli aperti sopra di loro e il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio. Queste parole ci ripetono che non abbiamo ancora pagato fino al sangue, ma che ogni giorno dobbiamo fare la nostra piccola, grande consegna, per entrare a far parte dei “beati” del Vangelo: perdere tutto per il Regno, al fine di non avere più nulla da perdere nel momento in cui Dio ci chiederà tutto». 
  «Padre, dopo queste riflessioni forse domani non dovrei più venire a Messa e a far la Comunione. O forse andrò un’ora prima, per prepararmi con un atto penitenziale vero. Forse domani mattina, allo spezzar del pane, riconoscerò i suoi occhi e deciderò di consegnare tutto e di consegnarmi, anche se non cambierà nulla nel mondo».
  «In ogni caso, la Comunione ti attende. Gesù ha preso il pane e il vino e ha detto: “Questa è la mia vita che io consegno per voi: fate anche voi questo”. Se non ci consegneremo, tutte le volte che celebriamo l’Eucarestia faremo solo una drammatizzazione piena di grazia, pur bella e ricca di genio, ma non faremo ciò che lui ci ha comandato: la nostra consegna»[6]
 
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[6]
 Cfr. R.Rosso (1987), La consegna, EDB.