IL DIALOGO DEI MONACI

Capitolo IX

CATECHISMO PER UN GIOVANE RICCO
pag. 131-153

La perfezione di Gesù 
  Era una sera di giugno e la giornata era stata stancante: i primi ospiti dell’estate erano arrivati all’eremo e vi avevano sostato tutto il giorno. Lo starez e Teofilo si scambiarono le loro impressioni: 
  «Molti di coloro che arrivano qui, specialmente d’estate, vorrebbero entrare un poco nella Cultura di Gesù Cristo, ma fanno una fatica immane, anzi, spesso con tutta la buona volontà non ce la fanno proprio. Essi sono legati ai mille fili che li tengono prigionieri del benessere, del denaro che è aumentato, dei divertimenti e, quando sentono la Beatitudine: “Beati i poveri...”, restano confusi, o coltivano desideri di distacco, di maggior appartenenza a Lui, ma poco dopo si ritrovano sui propri passi. Dovremmo preparare un testo, quasi un catechismo, per aiutare i nostri ospiti a svuotare il loro cuore di tutto ciò che occupa indebitamente il posto di Dio». 
  Nel preparare gli incontri per gli ospiti, i due monaci annotavano citazioni e riflessioni e, verso la fine dell’estate, raccolsero quasi un opuscolo, intitolato “Catechismo per un giovane ricco” che, dopo il primo capitolo diventò un testo non più specifico per ricchi o poveri, ma l’esposizione del “Comando nuovo di Gesù per diventare Cristiani” e, da ultimo, il testo raccolse una vera e propria “Regola per diventare Cristiani”. Ecco il testo: 

  Gesù ci chiede di essere perfetti com’è perfetto il Padre che è nei Cieli, e per dirci che questa non è un’utopia, ci ha dimostrato con la sua vita che è possibile. Gesù non è un Angelo, un Puro Spirito che imita il Padre, ma un uomo in carne e ossa, con tutti i limiti di ogni essere umano: ha bisogno di nutrirsi, si stanca quando lavora, ride e gioca con i bambini, piange quando un amico muore, vive momenti di amarezza, di solitudine e anche di tentazione, per essere superata. In alcuni momenti fa pure dei miracoli, per aiutare la fede dei suoi 
discepoli, ma la sua vita feriale è molto simile alla nostra, eccetto 
nel peccato. Gesù non è un Angelo che svolazza da un pinnacolo del tempio all’altro, per far vedere che Egli è Dio, ma cammina normalmente con i piedi per terra, avanza faticosamente quando è stanco e crolla quando deve salire l'ultima montagna. 

  Deve farsi aiutare a portare la croce quando le forze fisiche e psichiche vengono meno. Grida, consola e accetta la consolazione. Non è un Superman dei cartoni animati. Gesù non lotta con forze sovrumane, ma con le nostre stesse forze. In questo modo ci annuncia, con la vita, che è possibile vivere come Dio stesso con la vita che ci è stata data e con il corpo che ci è stato dato. Sua madre, Maria, donna e madre, ha vissuto come Lui. Quindi almeno un uomo e una donna hanno vissuto di fatto, in questa storia, come avrebbero dovuto vivere il primo uomo e la prima donna della pagina biblica. 
  Per vivere questa perfezione ci dà due comandamenti, più uno. I primi due li aveva già ricevuti Mosè e Gesù li fa propri: 
  1- amare Dio con tutta la mente e con tutte le forze del cuore; 
  2- amare il vicino: il padre, la madre, la moglie, il marito, i figli, i parenti, i vicini, quelli della comunità, i vicini della comunità, fin dove le forze umane riescono a dilatarsi. 

  A questo punto, però, bisogna fare una restrizione. Per l’ebreo, il vicino, il prossimo era sempre un ebreo e per alcuni gruppi più integralisti era solo colui che seguiva la Torà, cioè il complesso totale della Legge ebraica. C’è poi un terzo comandamento, che potremmo chiamare l’undicesimo perchè non era tra i dieci comandi di Mosè, ridotti poi a due. Possiamo pure chiamarlo il Comando nuovo, cioé quello di amare come Gesù ha amato: è il comando che ci fa diventare Cristiani. Se poi volessimo ancora semplificare, potremmo dire che il Nuovo Testamento è semplicemente l’Antico Testamento vissuto da Gesù: i Dieci Comandamenti, vissuti da Gesù, diventano tutti nuovi. Mentre i Comandamenti dati a Mosé si trovano 
non solo nella religione ebraica ma, con sfumature diverse, anche in altre, il Comandamento nuovo lo ricevono solo coloro che conoscono Gesù Cristo e che per Grazia di Dio lo mettono in pratica, diventando “Beati”. 

   Nel comando nuovo non ci sono delle norme in più. La stessa Legge di Mosè, che era fatta per giudicare in un normale tribunale umano, Gesù la fa propria e la trasforma, portandola a un livello nuovo: “Vi è stato detto di non commettere adulterio, ma io vi dico 
che anche solo desiderarlo è già peccato”. In un tribunale giudaico non si condanna per aver desiderato un adulterio. Ma Gesù educa ad amare in un modo nuovo. 

  Ancora una parola su questa nuova pedagogia di Gesù. Gli ebrei usavano lavarsi e lavare molti oggetti come rituale di purificazione. Gesù aiuta ad andare oltre. Omicidi, adulteri e furti non si lavano con l’acqua, che serve a pulire le membra del corpo. Il peccato che ferisce l’anima è a un altro livello. Se faccio una macchia su un quadro, poi la dimentico, metto vetro e cornice e, dopo un altro poco, comincio a lavare il quadro, ma solo sul vetro, con l’intenzione di eliminare la macchia, mi rendo conto che fiumi di acqua, sapone e detergenti vari non potranno raggiungere la macchia, perchè è ad un altro livello. Così Gesù aiuta la sua gente a scendere in profondità, per lavare le violenze e ogni desiderio cattivo. Per questa purificazione non ci vuole acqua, ma pentimento, preghiera e digiuno. Gesù aiuta ancora a fare un passo in avanti quando incontra un uomo molto ricco. 

Riporto il racconto come lo propone Marco: 

Mentre Gesù usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettatosi in ginocchio davanti a Lui, gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Gesù rispose: “Perchè mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre”. Egli allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse:“Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, perché aveva molti beni. 

  «Colui che si è presentato a Gesù era certamente uno di quei ragazzi buoni, puliti e con tanti sogni come ogni giovane ha diritto di avere. Probabilmente ha fatto molte domande a Gesù, anche se il Vangelo riporta solo l’ultima. È possibile che abbiano dialogato a lungo. È pure possibile che si siano incontrati tante volte e, alla fine, 
quando Gesù suppone che il giovane sia in grado di capire, gli fa una proposta che lo sorprende: “Se vuoi contiuare ad essere un buon Ebreo, continua a seguire la legge di Mosé, che é già ma se vuoi diventare “cristiano”, lascia tutto, vendi i tuoi beni e dalli ai poveri, poi vieni a vivere con me”» commentò infine lo starez.


Vendere i beni 
  «Padre, cosa chiede in realtà Gesù a quel giovane?». 
  «In primo luogo, Gesù invita il giovane a staccarsi da tutto ciò che è importante per lui. Non possiamo vivere affettivamente legati a Dio e ai beni di quaggiù. Dio e Mammona non sono compatibili nello stesso cuore: dobbiamo scegliere l’uno o l’altro. Se scelgo Dio posso certamente anche usare dei beni di questo mondo, ma essi restano un oggetto fuori del mio cuore, non coinvolgono la mia affettività e il mio amore rimane per Dio. Solo se percorro questo cammino sperimenterò ogni giorno che la sete di Dio è insaziabile, che Lui pretende tutto e non accetta che lasciamo un solo angolo del nostro cuore per qualcos’altro. 
  Se, invece, scelgo i beni di questo mondo, essi certamente mi permetteranno che io mi serva di Dio, purchè questo bene immenso resti un oggetto fuori del mio cuore e non coinvolga la mia affettività: il mio amore deve rimanere esclusivo per i beni della terra. Se percorro questo cammino sperimenterò ogni giorno che la sete dei beni di quaggiù è insaziabile ed essi pretendono tutto per essi stessi e non accetteranno che lasciamo un solo angolo del nostro cuore per qualcuno che si chiama Dio. 
  Potremmo scrivere interi libri sul significato dei beni che il buon Dio ha messo nelle nostre mani e di cui ci possiamo servire. Possiamo riflettere sul bene che possiamo fare se abbiamo a 
disposizione tante ricchezze. Possiamo pensare a lungo che Dio stesso ha dichiarato tutti questi beni come cosa buona la sera stessa di ogni giorno della creazione ma, prima di tutte queste riflessioni, dobbiamo prendere una decisione: o Dio o le cose di Dio. Questa è l’alternativa che Gesù pone al giovane, ricco di molti beni: “Vendi tutto, staccati da tutto, svuota il tuo cuore di tutte queste meraviglie perchè c’è un altro tesoro da mettere dentro al tuo cuore». 


Dà i tuoi beni ai poveri [5] 
Teofilo interrogò ancora lo starez: 
  «È proprio necessario che tutti i cristiani diano i loro beni ai poveri? Quando Gesù dice che per un ricco è difficile entrare nel Regno di Dio, non sta esagerando o usando una metafora? Se i ricchi sono educati e gentili e sovente sono pronti ad aiutare i poveri facendo la carità, perchè allora essere così duri con loro? Sono infatti i ricchi che aprono la porta ai poveri e li ospitano nelle loro case. Sono generalmente i ricchi che, andando a scuola, possono approfondire le Sacre Scritture e, a loro volta, insegnare teologia a chi vuole conoscere di più i misteri di Dio. Sono spesso i ricchi che possono entrare nella vita religiosa, quindi dedicarsi anche ai poveri. Perchè, dunque, il Vangelo è così duro contro i ricchi?». 
  «Facciamo anche noi un passo per volta, come Gesù chiede al 
giovane ricco. Lui lo invita a distaccarsi dai beni, gli dice di venderli, poi di darli ai poveri. In altre parole, lo incoraggia ad andare dai poveri e prima di tutto vederli, vedere che esistono, che sono fatti di carne ed ossa come i ricchi, con la sola differenza che sono poveri. Lo sprona ad occuparsi di loro. Lo incita, come primo passo, a fare la scelta dei poveri e a diventare loro amico. Se il giovane diventerà amico vero dei poveri, non potrà che diventare povero anche lui, uno di loro, nè potrà tenere i suoi beni chiusi in cassaforte, mentre i suoi amici mancano di medicine, di scuola, di lavoro. Gesù dice al giovane: “Diventa povero”. Solo allora diventerai beato, così potremo fare il terzo passo. 
  Molti dei succitati aspetti positivi dei ricchi potrebbero appartenere anche a chi ha iniziato il cammino di conversione. 
Vendere i beni non significa mettersi all’angolo di una strada e 

svendere tutto oggi stesso. Certo, è possibile fare anche questo ma, se voglio costruire un ospedale o una scuola in un paese del terzo mondo, non posso farlo in un giorno. Ciò che mi viene chiesto è di innervosito di fronte all’espressione diventata comune dopo il Concilio Vaticano II: “L’opzione per i poveri”, “La Chiesa deve fare  mettermi in quel processo che porterà, il più presto possibile, alla conversione chiesta da Gesù Cristo. Sovente mi sono letteralmente la scelta dei poveri”. Mi sono sempre detto che chi fa la scelta dei poveri sta ancora da questa parte dell’abisso tra ricchi e poveri, quello descritto tra Lazzaro ed Epulone per cui chi sta da una parte non riesce a passare dall’altra: è davvero tanto difficile quanto vedere 

un cammello o una grande fune passare per la cruna di un ago.  

  Gesù non ha detto: “Beati coloro che fanno la scelta dei poveri”, ma: “Beati i poveri”. Perchè noi Chiesa continuiamo ad insistere sulla scelta dei poveri? Per me c’è una ragione: la Chiesa è umana e ci invita a fare un passo per volta, come Gesù ha invitato il giovane a fare un passo per volta. Se non faccio prima la scelta dei poveri (che non è il culmine della vita cristiana), se non mi lascio coinvolgere da loro, non arriverò mai a dividere i miei beni con loro e a diventare beato anch’io, cioè povero come loro». 
  «Ma è proprio vero che se uno è ricco non può entrare nel Regno? Se la ricchezza non è un male, perchè può diventare un impedimento sostanziale per entrare nel Regno?» insistette Teofilo. 
  «Forse la chiave della risposta sta in questo: chi vuole entrare nel Regno deve avvicinarsi a Gesù Cristo e, quando lo incontra, sia giovane (come il giovane ricco) o anziano, Gesù gli farà la stessa proposta: “Se vuoi essere di Gesù Cristo, cioè cristiano, vai, distaccati dai beni e incontra i poveri. Se non li vedi vai a cercarli, perchè i poveri li avrete sempre con voi. Quando li avrai incontrati, non potrai più continuare il cammino da buon cristiano-ricco, ma dovrai lasciarti coinvolgere. Se non sarai anche tu un buon samaritano per chi ha bisogno del tuo aiuto, a quel punto diventi colpevole. Quando aiuti l’altro nel bisogno, non credere di fare un’azione speciale, perchè fai solo ciò che devi e se non lo fai diventi criminale e un criminale-cristiano non è cristiano e non può entrare nel Regno, ovvero nella mentalità di Gesù”. 
  Il comandamento nuovo di Gesù, cioé l’invito di amare gli altri come ha amato Lui, non è un’opzione, ma un comando. Se non diventi povero, Gesù non dice che sarai meno beato, ma sarai maledetto: “Guai a voi ricchi!”. Condividere con i poveri e diventare come loro non è un cammino speciale, nè una vocazione di qualche privilegiato, ma la vocazione cristiana. Se voglio ubbidire al comandamento nuovo – amare gli altri – come posso amarli se li lascio nella sofferenza e proseguo?». 

  «Quindi Francesco d’Assisi, Madre Teresa e altri non sono stati eroi, ma cristiani, solo cristiani? Se Francesco, dopo aver incontrato i lebbrosi, e Madre Teresa, dopo aver incontrato i moribondi di Calcutta, li avessero lasciati dov’erano e non si fossero occupati di loro, non sarebbero stati meno santi, ma dei criminali?» Teofilo non nascose il suo stupore. 
  «Gesù invita a una scelta radicale. Lo fa con il giovane, quando gli chiede l’ultimo passo: “Quando ti sarai staccato dai beni, quando ti sarai coinvolto con i poveri e li avrai scelti, condividendo tutto con loro e diventando povero come loro, allora e solo allora, vieni e seguimi”. Il cristiano nasce in questo momento, quando inizia il cammino al seguito di Gesù. Il resto – tutto il lavoro fatto prima, per arrivare a seguire Gesù – è stato un catecumenato, una preparazione al battesimo. A questo punto possiamo farci una domanda: “Colui che, pur essendo ricco, ci sembra molto buono, educato ed onesto, quale cristiano è?” La risposta è semplice: “Non è ancora cristiano”. Forse ha già incontrato Gesù che gli ha fatto la grande proposta 
rivolta al giovane ricco e, adesso, forse cerca di staccarsi dai beni, sta facendo il primo passo o sta già incontrando i poveri, quindi può essere al secondo passo, ma un ricco, chiunque sia, specialmente se veste gli abiti di un religioso/a, non è ancora cristiano. 
  Il giovane del Vangelo, nonostante abbia ricevuto la Grazia necessaria per fare questi passi, non c’è riuscito ed è rimasto profondamente triste. Quel giovane avrà certamente pensato: 
“Cos’ho fatto a voler incontrare quell’uomo chiamato Gesù? Prima ero felice e mi sentivo buono, adesso mi sento colpevole”. E, di fatto, colpevole lo è diventato. Se fosse rimasto distante, se non avesse saputo, sarebbe rimasto in buona fede con un peccato in meno. Conoscere la verità e rifiutarla è un peccato in più. Incontrare i poveri e lasciarli nella loro miseria significa disubbidire al comandamento di Gesù e ci si carica del peccato più grave (perchè si disubbidisce al comando più grande). 
 Il giorno del Giudizio saremo giudicati su un comandamento solo. Non ci verrà chiesto se siamo musulmani, indù, cristiani o atei. Ci verrà chiesto se abbiamo amato chi ci stava accanto, semplicemente colui che abbiamo incontrato. Ci verrà chiesto se lo abbiamo amato sempre, sia quando eravamo felici o tristi, di buono o di cattivo umore, se lo abbiamo amato quando aveva fame, o sete o era nudo 
o in carcere. Amare il prossimo, il vicino nel bisogno, significa rimboccarsi le maniche per lui, altrimenti si rimane distanti dal comando di Gesù. Quindi il ricco che rimane ricco è un maledetto e scomunicato perchè non ha condiviso». 

  «Già. Se in passato qualcuno avrebbe potuto dire: “Io vivevo in un’isola felice e non sapevo che ci fosse tanta sofferenza sulla terra”, oggi il mondo è piccolo. Le più grandi ingiustizie, povertà e miserie non sono distanti da noi più di un’ora o dieci ore. Non abbiamo scuse. Resta forse una piccola scusa per qualche privilegiato: quella dell’ignoranza, quindi una buona coscienza erronea, ma sono pochi a potersi vantare di questo privilegio per essere giustificati. Non sono quindi riuscito a difendere questo ricco che c’è in me e in tanti di noi. La conclusione sarà che è impossibile entrare nel Regno?». 
  «No! Gesù non dice che è impossibile, è solo molto difficile: è almeno tanto difficile quanto per una fune entrare per la cruna di un ago. È possibile solo se la fune sicura, forte e potente accetta di sciogliersi e disfarsi di se stessa, della propria identità al punto di dividersi e condividersi con gli altri. Divisa in mille fili, condivisa con altrettanti che non ne hanno nemmeno uno, così anche la fune può diventare un unico filo spogliato di tutta la sua forza: solo allora potrà entrare nella cruna dell’ago. 
  Entrare nel Regno non equivale certo ad entrare in Paradiso, nella Vita Eterna: quest’ultimo dono Dio può darlo come regalo insieme al nostro desiderio di riceverlo, ma entrare nel Regno significa entrare nella mentalità di Gesù, nel suo progetto di salvezza, nella sua politica che abbatte la potenza del potente e innalza l’umiltà del piccolo (il potente e il piccolo che c’è in ciascuno di noi). Entrare nel Regno di Dio significa dunque entrare nel suo cuore. 
  Se poi qualcuno fosse superficiale nel fare questo passo e pensasse che vendere i beni è solo una questione di economia, è bene che sia informato su tutte le conseguenze che implica voler entrare nel Regno di Dio e quindi nella sua mentalità. All’inizio della sua predicazione, Gesù ha cominciato a parlare del Regno nuovo e ha cercato di far capire che quel Regno non è gestito come i regni e gli imperi che comunemente conosciamo. Non è gestito con la forza, con il potere, con la violenza: è tutt’altra cosa. Diamo uno sguardo ai due regni: quello del mondo e quello di Dio». 
 

  «Il regno degli uomini ha palazzi e fortezze che devono scoraggiare i nemici: in India, una fortezza ha ventisei chilometri di strada al suo interno. La Muraglia cinese é lunga 7.500 Km. Il muro di sabbia e mine che divide Marocco e Algeria è di 2.400 Km. Gli eserciti degli imperi hanno soldati che devono essere forti, violenti, senza scrupoli. Durante le guerre mettono a ferro e fuoco i nemici con tutto ciò che loro appartiene, distruggendo ogni cosa senza fare distinzione tra palazzi, case, ponti, uomini, donne e bambini».   «Caro Teofilo, sai bene che il primo Palazzo-Fortezza del Regno di Dio è stata una grotta-capanna della massima fragilità, a Betlemme. L’esercito del Regno di Dio è composto di uomini e donne, di molti giovani che si sono lasciati torturare, impiccare, segare, bruciare come torce per illuminare i giardini dei regni di questo mondo, altri che si sono lasciati macinare dai denti di animali feroci, che sono finiti inchiodati o squartati per divertire coloro che desideravano vedere la fine del cristianesimo. Il loro Re, che invita alla battaglia in prima fila, è un uomo crocifisso, Gesù Cristo. Il Regno di Dio è tutto questo. 
  Gesù cerca di far capire – senza riuscirci sempre – che entrare nel suo Regno, cioè diventare cristiani, significa fare il suo stesso percorso e in mille modi spiega che passerà dal Calvario attraverso una passione cruenta, portando una croce: chi vuol seguirlo dovrà caricarsi della propria croce e andare dietro di Lui. La madre di Giacomo e Giovanni gli chiede un grande favore: che i suoi due figli possano sedere nel suo Regno, uno alla destra e l’altro alla sinistra (potremmo dire uno Primo Ministro e l’altro Segretario di Stato). Gesù, senza rimprovero, dice solo: “Ma vi rendete conto di quello che chiedete?”. Ricorda ancora che seguirLo in tutto significa essere disposti a dare la vita come Lui e i due fratelli, baldanzosamente – non per nulla erano chiamati figli del tuono – accettano, ma con molta probabilità sono disposti a combattere al fianco di Gesù in una sperata guerra che Gesù stesso avrebbe dovuto fare per diventare il Re del mondo. I due fratelli, quindi, assicurano che saranno disposti a combattere in prima fila, all’arma bianca e quindi anche a morire per un Regno di quel tipo. Gli altri dieci s’infuriarono con i due, perchè anch’essi si sentivano dei soldati altrettanto valorosi, ma Gesù voleva aiutarli a capire che il suo Regno era ben altro». 

  «Per  spiegare  il  nuovo  Regno  di  Dio,  Gesù  aveva  parlato  con 

molte parabole » osservò Teofilo.  

  «Sì,  aveva  paragonato  il  Regno  a  un  granello  di  senape –  tanto piccolo  che  quasi  non  si vede  –  anche  se  dentro  ha  una  forza straordinaria per diventare albero. Gesù aveva paragonato il suo regno a un poco di polvere di lievito; pare nulla, ma dentro ha la forza di dilatare una grande quantità di pasta. Un certo giorno Gesù mise un ragazzotto nel mezzo, quello che nella casa è il più giovane, il servo di tutti, comandato da tutti, considerato senza valore alcuno perchè ancora piccolo. Non ha ancora nessuna importanza, anche se 

ha dentro una forza che lo farà diventare un uomo: Gesù spiega che il Regno di Dio è come quell’adolescente, anzi si identifica con lui. E una parabola in particolare deve aver catturato l’attenzione dei discepoli di Gesù: quella della perla preziosa, per cui chi la trova è disposto a vendere tutto per acquistarla». 
  «Ma gli apostoli continuavano a pensare a preziosità come oro, argento, denaro, potere, etc. E come avrebbe potuto Gesù far capire che la Perla preziosa per Lui era la morte in croce? Sì, è una morte che comporta anche la Resurrezione, ma come spiegare questo prima che gli apostoli avessero avuto la possibilità di farne esperienza? E come si spiega che quando preghiamo o rivolgiamo le preghiere e invocazioni anche durante la liturgia chiediamo sempre di star bene, chiediamo la salute per noi, per i nostri parenti ed amici, la soluzione di tutti i problemi che ci fanno soffrire, la serenità e ogni benessere? Chiediamo la pace che è però la pace del mondo e non la Pace di Dio. Questa preghiera come s’incastona nella predicazione del Regno di Gesù?» rifletteva ancora Teofilo. 
  «Vedi, quando Isaia descrive il “Servo sofferente”, se non legge in una bolla di cristallo, descrive la strada dell’uomo giusto, di ogni uomo giusto e di ogni vero servo del Signore che è un uomo maltrattato, flagellato, caricato di sputi e di insulti. È vero che, quando chiediamo al Signore di essere giusti, di seguire il cammino della sua volontà e chiediamo che venga il suo Regno, noi non ci rendiamo conto che domandiamo tutte le conseguenze di un “Servo del Signore”, un “Servo sofferente” (quando chiediamo di essere degno Tempio dello Spirito Santo, in realtà chiediamo anche la conseguenza di diventare “verme di Giacobbe”). 


  Gesù stesso leggendo questi testi di Isaia li applica a sè quando preannuncia la passione e la preannuncia perchè sarà così per tutti coloro che vogliono seguire il cammino della giustizia e della verità. Penso sia per questo che ci dice di prendere la nostra croce e di seguirLo. La croce sarà diversa per ciascuno, ma il grido umano sarà lo stesso». 
  «Non ci rendiamo conto di ciò che desideriamo quando chiediamo di entrare nel Regno di Dio: appena un mal di denti ci ferisce, urliamo di dolore e una prova più grande ci può far perdere la fede in Lui e gridare che è cattivo. In realtà Dio ci dà semplicemente ciò che chiediamo tante volte nel Padre nostro: “Venga il tuo Regno” e “Sia fatta la tua volontà”».

Poi vieni e seguimi 
  «Mi ricordo di un prete brasiliano, quarantenne, il quale aveva accolto l’invito che il Signore gli aveva fatto di lasciare nuovamente tutto e vivere con gli zingari Calòn brasiliani. La Grazia di Dio gli aveva dato tutta la forza necessaria per lasciare una prestigiosa parrocchia e tanti amici. Da bravo figlio di Francesco d’Assisi, volle partire senza portare con sè nè zaino nè altre cose. Mentre era sull’autobus dove aveva speso gli ultimi soldi per il biglietto, iniziando il viaggio in piedi, appeso con una mano alla barra di sostegno, a un certo punto si rese conto di avere in tasca ancora qualcosa: un paio di calze. Allora le buttò immediatamente dal finestrino, come se fossero incendiate e mi disse che iniziò a sentire una pace e gioia così profonde, che non aveva mai sperimentato nella vita, prima di quel giorno. 
  Così una sorella in Italia mi disse che, prima di entrare in convento e vestire quell’altro abito che a lei non piaceva – ma rappresentava l’ubbidienza a una chiamata di Dio – raccolse i suoi vestiti più preziosi, preziosi al punto che nessuna donna povera avrebbe potuto vestirli, li guardò con gusto cercando di ricordare la gioia che le avevano dato, li accatastò e... fuoco! Mi disse che mentre bruciavano si sentiva alleggerire ed entrare in una dimensione che non si può spiegare a parole. Sia chiaro che le ultime due calze 
buttate dal finestrino e i vestiti bruciati non sono il nuovo Regno di Dio, ma dei sacramentali di esso». 

  «Padre, vorrei porre una domanda che può essere venuta in mente a molti: tanti cristiani, religiosi/e hanno beni per essere usati a favore dei poveri: sono anch’essi scomunicati?». 
  «In primo luogo, non sono così tanti e, se ci sono, devono aver fatto i tre passi proposti da Gesù al giovane ricco. In qualche momento di grazia devono aver bruciato tutto o venduto tutto o comunque consegnato tutto. Se poi, seguendo Gesù, Egli stesso chiede di provvedere pane e pesce per cinquemila uomini, donne e bambini, si può e si deve farlo. Non possiamo però dimenticare che la quantità di pane e pesce riferita dal Vangelo, pur essendo un grande bene anche economico, non è però una proprietà privata nelle mani dei discepoli ma, semplicemente, passa nelle loro mani senza fermarsi e va direttamente ai poveri: senza raffreddarsi, quei pani e pesci passano nei loro canestri. Anche San Paolo non condanna i beni, ma invita a usarli come non fossero nostri, come se non ci appartenessero. Quindi, se hai avuto la grazia di fare i passi richiesti al giovane ricco e adesso ti trovi ad amministrare dei beni, di tanto in tanto devi ripetere in modi diversi la consegna dei beni per non appiccicarti nuovamente ad essi». 
  «Come fare questi distacchi?». 
  «Dapprima accettando i distacchi forzati, che possiamo accettare perchè non abbiamo alternativa, oppure offrendoli con serena rassegnazione, o ringraziando per averli ricevuti. Per questo terzo tipo di offerta ci aiuta la testimonianza di un ragazzino giapponese di soli 11 anni, il più giovane in un gruppo di 26 crocifissi a Nagasaki il 5-2-1597: la liturgia lo ricorda il 6 febbraio con San Paolo Miki e compagni, martiri. Jap, il più giovane del gruppo, era figlio di una famiglia buddista. Un giorno era entrato in una chiesa cristiana dove sentì parlare di Gesù Cristo. Tornato a casa, chiese alla madre se gli permetteva di tornare in quella chiesa. La madre acconsentì e il giorno dopo, alla stessa ora, tornò là, dove incontrò Padre Paolo Miki, che predicava ai suoi compagni preparandoli al probabile martirio. Jap fu affascinato da questo Gesù che si era lasciato crocifiggere per darci una vita eterna e che anche noi avremmo 
potuto dare la nostra vita a Lui in ringraziamento. 

  Il terzo giorno Jap tornò alla chiesa, ma la trovò chiusa con un militare alla porta che, quando seppe che voleva entrare, lo invitò a scappare in fretta. Jap insistette. Il militare gli spiegò che la chiesa era diventata una prigione per il gruppo di cristiani che sarebbero stati probabilmente uccisi. Non sappiamo con quali ragioni il bambino abbia potuto far valere il diritto di entrare in quella chiesa-prigione, il fatto è che riuscì a farsi introdurre, sapendo certamente il rischio che correva. Quel giorno e tutta la notte pregarono e cantarono. Jap ricevette il battesimo. Verso il mattino alcuni militari entrarono e fecero ancora la proposta di rinunciare alla loro fede in cambio della libertà, ma nessuno accettò. Ai 26 cristiani fu amputato un orecchio. Jap non diede alcun segno di dolore, per timore di non essere ammesso. Al mattino, con i militari, il gruppo fu condotto a Nagasaki. Le 26 croci erano già pronte. Quando Jap ne vide una più piccola delle altre, capì che era per lui. Appena furono slegati, Jap si staccò e corse verso la sua, l’abbracciò e la baciò prima di essere crocifisso e infine appeso alla croce. La sua gioia di essere associato alla passione di Gesù, con i suoi compagni, stupisce ancora oggi.   

  Questa testimonianza, come migliaia di altre nella storia della Chiesa, ci mostra come possiamo accogliere le sofferenze che vengono messe spesso sul nostro cammino dal buon Dio perchè non ci appiccichiamo troppo alla terra. Poi ci sono i distacchi volontari. Anche se vivi in una casa di altri (o una casa religiosa) troppo ricca, nessuno ti può ostacolare nel digiunare dai cibi o dal sonno per fare spazio alla preghiera nella notte. Non incolpare mai altri con la scusa che sono loro a impedirti di essere povero/a». 

  «Nessuno, a questo mondo, può quindi precluderci la povertà evangelica. Bisogna difendersi dagli alibi che spesso ci impediscono di vedere la realtà così com’è». 
  «Una sorella mi diceva: “Sono proprio fortunata: mi sento veramente povera. Non ho nulla, assolutamente nulla”. Ed era vero, nel senso che non aveva delle proprietà registrate a nome suo, ma cominciando dal mattino: dentifricio, sapone, shampoo, acqua calda per una doccia ristoratrice dopo un buon sonno fatto in un letto, vestiti puliti, etc., cibo abbondante (ovviamente per poter lavorare di più, ma è diverso dal non avere). Questa sorella, che diceva e credeva di essere povera, in realtà non sapeva minimamente cosa fosse la povertà. Ho un amico che ama far foto e dipingere. Egli mi ha 
confidato che offre la decima dei suoi beni – come facevano già gli ebrei – al Signore. Tra dieci foto ne sorteggia una e su dieci quadri 

pure e li brucia. Mi spiegava che fa questo per non attaccarsi a nessuna di queste sue “creature” che ama tanto. 
  Uno zingaro diventato francescano, dopo alcuni anni di lavoro pastorale, incontrando anche molti poveri si è accorto che si stava affezionando troppo al frutto di un suo hobby: aveva infatti trentacinque volumi di francobolli, selezionati con cura e scrupolo filatelico e una raccolta numismatica molto preziosa, tra cui oltre quattrocento monete, tutte in oro e argento, di grande valore numismatico (in parte arrivate da una preziosa eredità). Si accorse che non era più libero di fronte a questo tesoro. Consegnò il tutto a un’istituzione caritativa e iniziò nuovamente la collezione». 
  «Il problema è dunque l’attaccamento alle cose» notò Teofilo. 
  «Ti racconto un fatto capitato proprio a me. Qualche anno fa arrivai all’aeroporto di Roma, ma rimasi senza bagaglio. Tra l’altro avevo messo per sbaglio in valigia un’agenda con oltre quattrocento indirizzi. Andai a compilare il modulo di denuncia per lo smarrimento e con me c’erano altre nove persone: alcune isteriche, altre visibilmente tese o molto nervose. Ad un certo punto, una signora mi chiese: “Ha perso anche lei il bagaglio, vero?”. Annuii e lei proseguì quasi aggredendomi: “E non le importa nulla di non averlo trovato?”. Con discreta calma, le risposi: “Vede, signora, fra qualche tempo arriveremo a un aeroporto e sarà l’ultimo, non ci sarà più nessun bagaglio; non dico un bagaglio da venti chili, ma quello della casa, dei campi, delle proprietà, il bagaglio dove c’è il libretto degli assegni e tutti i soldi in banca, ma anche il bagaglio di figli, amici e di tutte le cose più preziose. Non ne arriverà uno, non 
arriverà nulla, assolutamente nulla. Vero che venti chili non sono una gran cosa?”. Ti assicuro che la signora mi ascoltò, anche se in un momento di caos, e si calmò. In questo modo ci rendiamo conto come tutti i distacchi, sia quelli scelti, sia quelli forzati ma accettati, ci accompagnano al nuovo Regno». 
  «Svuotare il cuore dei beni del mondo, significa quindi predisporlo a lasciarlo riempire di Dio stesso con tutto il cuore e con tutta l’anima e predisporlo ad amare come Gesù ha amato». 


La grande povertà 
  «Padre, la povertà evangelica descrive il messaggio di Gesù come guarigione o redenzione dell’umanità. La storia del giovane ricco ci introduce a comprendere le beatitudini, “beati i poveri” e le altre, quindi offre un tassello in più per comprendere la povertà evangelica che, insieme alla castità e all’ubbidienza, ci prepara a guardare a Gesù crocifisso e a giungere al mistero della Resurrezione». 
  «Parlare oggi di povertà evangelica non consente di escludere la dimensione politica di Gesù e siamo forzati a guardare al nord e al sud del mondo, a coloro che vivono con una quantità eccessiva di risorse e con sempre più bisogni per soddisfare la loro vita e a coloro che vivono sotto la linea della povertà, senza il necessario per una vita dignitosamente umana. Gli uni e gli altri leggono lo stesso Vangelo, partecipano alla stessa Eucarestia e gli uni e gli altri li chiamiamo cristiani. Anche i meno sensibili, però, possono intendere che c’è una grande contraddizione». 
  «Quando Gesù dice: “Beati voi poveri” non vorrà significare: “Non credetevi così disgraziati come vi sembra e come sembra ai ricchi, ma sappiate che per me siete importanti, siete amici, siete miei figli. Carissimi, comincio col dirvi che la vostra dignità è la stessa dei santi, voi siete amati da me per questo, vi ripeto che non siete disgraziati ma beati”?». 
  «Questo discorso oggettivo spesso non è compreso nè dai poveri, nè dai ricchi. Solo la solidarietà autentica – e non l’elemosima – può curare il povero dalla miseria e dall’oppressione, aiutandolo a prendere coscienza di esistere come uomo o donna e capire più facilmente di essere amato da Dio, di cui è figlio». 
  «In questa convivenza di chiesa ricca e povera, chi avrà il coraggio di parlare di chiesa-popolo di Dio? Come facciamo a sentirci fratelli e sorelle, tutti figli e figlie dello stesso Padre e nostro Dio se gli uni siamo ricchi e gli altri sono poveri?» incalzò Teofilo. 
  «Ho parlato di solidarietà, ma non è sufficiente, anche se chi vuole raggiungere la povertà evangelica dovrebbe aver già praticato precedentemente la solidarietà. La povertà evangelica è ancora a un passo oltre la solidarietà. Sì, la solidarietà di un Camillo de Lellis, padre Damiano, Roul Follerau e sua moglie, madre Teresa e tanti religiosi, papà, mamme e giovani che anche noi conosciamo è stata 
dipinta dai loro biografi o comunque da chi ha scritto su di loro con toni epici. I biografi hanno raccontato di come si sono comportati questi santi quando hanno fatto ciò che il giovane ricco del Vangelo avrebbe dovuto fare come primo passo. Essi, infatti, in modi diversi, hanno venduto i propri beni e li hanno dati ai poveri, ma la vera 

povertà evangelica si situa oltre il: “Poi vieni e seguimi”. Per questo gli scrittori di vite di santi spesso si sono limitati a lasciarla in secondo piano, scambiandola semplicemente con la solidarietà o addirittra dimenticandola». 
  «Padre, mentre vi ascolto, comprendo sempre più che essere poveri è una grande grazia, ma una delle tante, mentre essere ricchi è la peggiore delle disgrazie». 
  «Le beatitudini sembrano essere l’introduzione per prepararci a capire il grande grido: “Guai a voi ricchi!”. Il vero problema per Gesù è la ricchezza: chi si attacca ai beni, si allontana da Dio e dal prossimo, diventa cieco e sordo al grido di chi soffre. Chi è povero merita di entrare nella mentalità di Dio, cioè nel suo Regno, ma chi è ricco merita la peggiore delle condanne. Ci aiuta a capirlo la parabola del ricco Epulone, il quale merita la massima delle punizioni. 
  Un teologo sostiene che Francesco d’Assisi è semplicemente un cristiano che ha vissuto la povertà evangelica e si domanda: “Cos’avrebbe fatto se, avendo tanti soldi, non avesse trovato nessun povero a cui darli?” e risponde che li avrebbe buttati in qualche crepaccio della roccia nel bosco, ma non li avrebbe tenuti. Se Francesco lascia la ricca casa di suo padre e consegna al Vescovo gli stessi abiti che veste; se preferisce mendicare anzichè portare il cibo ai poveri e, ancora, se un giorno comincia a distruggere il tetto del convento, fa questo e altro non tanto per diventare povero, ma per evitare nel modo più assoluto di restare o diventare ricco». 
  «E, per metterci in guardia dalla ricchezza che ci incolla alle cose per staccarci da Dio, non c’è forse una grande tentazione, posta sul nostro cammino proprio perchè la vinciamo e diventiamo evangelici?» il volto del giovane monaco s’illuminò all’improvviso. 
  «Certo, caro Teofilo. Si tratta di un rischio strano, ma reale: l’attaccamento alle nostre povertà. Le tentazioni in questo settore sono molto sottili: comincio col rispondere all’invito di essere solidale con gli altri e lo divento con uno, con tanti, poi posso coinvolgere uno, due, tanti ad essere solidali come me. 
Possiamo diventare un’istituzione di solidarietà e cominciamo a fare dei veri e propri miracoli. Impieghiamo alcuni mesi per far alzare e camminare un paralitico, alcune settimane per far vedere un cieco, ma con la buona volontà questi “miracoli” cominciamo a farli anche noi. La buona volontà ci entusiasma e noi entusiasmiamo gli altri. I vicini, il mondo e coloro che vanno sempre a caccia di notizie sensazionali si accorgono di noi, scrivono di noi, ci fotografano, parlano bene di noi in fin di bene, proprio perchè il bene che facciamo si estenda a tanti: questo è il tranello. 

  In certi casi, la solidarietà può diventare la peggior nemica della povertà evangelica. L’orgoglio e semplicemente la gioia di fare del bene possono farci dimenticare che non siamo noi gli operatori di bene, ma la grazia di Dio in noi. Non siamo noi che convertiamo, è lo Spirito Santo che cambia l’anima degli altri, ma possiamo illuderci di essere noi con la nostra intelligenza, creatività, forza e buona volontà che compiamo azioni di solidarietà e quindi di fatto diventiamo apparentemente poveri, ma attaccati a queste povertà che ci allontanano dalla povertà evangelica, se il nostro cuore non è puro. 
  Del resto, fare grandi opere di bene, di solidarietà con umiltà, restando poveri nello spirito, è quasi umanamente impossibile; diventa possibile solo con una grande grazia di Dio. È più vicino al Vangelo chi dà un bicchiere d’acqua a un fratello con umiltà di chi manda cento aerei carichi di cibo con orgoglio». 
  «Fare, costruire, produrre è relativamente facile se si hanno materia prima, forza e denaro, ma come fare a non fare?». 
  «Sì, anche le missioni sono piene di questa produzione, ma è difficile, molto difficile buttarti tra la gente nudo, senza nulla, solo con il tuo tempo da regalare, la tua amicizia gratuita, la tua attenzione alle lacrime degli altri e, ancora di più, al loro sorriso. Spogliato, chiederai vestiti per andare insieme a vestire chi ha freddo. Nella carestia chiederai l’elemosina per portare il pane a chi è povero come te. Assetato, scaverai il pozzo con gli amici perché l’acqua non manchi almeno ai bambini». 
  «Adesso mi rendo conto che possiamo solo chiedere grazia su grazia per ottenere il dono della povertà evangelica, cioè quella di Gesù» e Teofilo si raccolse in preghiera. 


Castità e obbedienza 
  Dopo alcuni giorni di raccoglimento nell’eremo ormai deserto, alla fine dell’estate, Teofilo tornò dallo starez per approfondire le sue riflessioni sulle virtù indicate da Gesù nel Vangelo. 
  «La povertà evangelica si completa con due altre grandi virtù: la castità e l’obbedienza, che la integrano e sostanzialmente la arricchiscono. La castità non è rinuncia alla famiglia, ai figli, all’affettività, ma è semmai l’affettività e l’amore coltivati per una famiglia estesa, se siamo dei consacrati o è l’affettività e l’amore vissuti come sposi o genitori o figli, chiedendo sempre grazia su grazia per non vivere esclusivamente per noi stessi, per non coltivare i nostri egoismi che sono le principali tentazioni contro la castità. Ecco quindi che la povertà evangelica è casta, non si appartiene, è sostanzialmente la virtù dell’amore, la virtù che ci indica tutte le strade per legarci a Dio e agli altri senza possesso e senza frustrazioni, ma con una libertà sincera. È la virtù del tutto-per-te e non del tutto-per-me». 
  «Ma, Padre, quando si parla di castità generalmente si parla pure di sessualità, dell’impulso biologico e affettivo per legarci all’altro/a, da vivere nella gioia di poter donare specialmente la vita». 
  «La sessualità nella vita consacrata è anche offerta e, se vogliamo usare l’espressione “sacrificare la sessualità” per Dio o per il prossimo, dobbiamo tradurre sacrificare con “rendere sacra” quindi rendere sacra la sessualità per offrirla a Dio e ai fratelli. Anche gli sposi che vogliono vivere la castità devono “rendere sacra” la sessualità per offrirla a Dio e allo sposo/a. La castità ci aiuta quindi a scoprire che, anche quando amo Dio, posso usare la parola amore come eros, termine greco che traduce tutta l’energia di corpo e anima impiegata per amare. Quando poi ci troviamo di fronte al celibato o alla verginità, dobbiamo riconoscere che l’uomo o la donna che hanno fatto tale scelta testimoniano che Dio non è un fantasma, ma un vivente: non ci si innamora di un fantasma o di un’astrazione». 
  «Quindi l’amore, da umano, diventa divino e viceversa?». 
  «Quando tutti gli impulsi dell’eros affluiscono nell’umano, chi ha Dio come amante testimonia che Lui è un vivente. Ma c’è ancora una ragione. Mons. Luciano Mendez, presidente della Conferenza Episcopale brasiliana, parlò della ragionevolezza del proprio celibato 
a un gruppo di preti: “Da sposato non potrei lavorare così tanto nella parrocchia, avendo come primato la responsabilità di una famiglia? No, perchè saremmo addirittura in due a dividerci gli impegni. Da sposato potrei pregare di meno? Non c’è ragione per affermare questo! L’esercizio della sessualità nel matrimonio aperto alla vita, portatore di gioia e piacere, non energetizza la coppia dando una forza in più, una gioia in più, un coraggio in più nell’affrontare le difficoltà? Penso che nessuno possa negarlo. Dovrei concludere che la vita coniugale è più ricca di quella del celibe. 

  Rimane un vantaggio nella mia vita di celibe, concluse Mons. Mendez. Se incontro un giovane che desidererebbe immensamente sposarsi ma non può – per malattia, per un’impotenza sessuale, perchè fratelli e sorelle di maggiore età hanno un certo diritto in più, perchè è povero e non riesce ad affrontare la responsabilità di mantenere una famiglia e per altre cause ancora – posso dirgli: anch’io sono come te. Vedi che la vita non ha un solo modo di esprimersi, ne ha molti. Vedi come vivo io? Potresti vivere anche tu in modo simile, occupandoti seriamente nel volontariato e bruciare la vita lavorando per i più poveri, per chi non ha più forza, per chi non ha più coraggio. Ecco: il mio celibato é ragionevole, specialmente per la mia solidarietà con chi è celibe non per scelta”. 
  In conclusione, il celibato o la verginità non sono una ricchezza in più. In questo stato di vita non ci sono vantaggi particolari, ma semmai una povertà in più dal punto di vista sociale, umano, dal punto di vista di una minor energia: proprio perchè non si esercita la sessualità nella gioia della famiglia è però una povertà che mi avvicina con le mie mani vuote alla povertà evangelica, alle mani di Gesù vuote che stringono soltanto più i chiodi”». 
  «Padre, ditemi una parola sull’ubbidienza, che è pure una grande povertà, certo una delle maggiori. Perchè ubbidire a un uomo o a una donna? Il religioso-a ubbidisce al suo superiore, il prete al Vescovo e, nella coppia di sposi, l’uomo e la donna si ubbidiscono a vicenda». 
  «Quando un consacrato fa il voto o la promessa di ubbidienza a una persona che riconosce come suo/a superiore/a, in quel momento Dio s’impegna a far sì che, quando questo figlio/a ubbidisce anche a un comando non comprensibile o non del tutto ragionevole, quell’ubbidienza diventi un percorso sicuro che porta al Regno. La ragione di questa affermazione è in Gesù stesso. 

  Gesù è un ebreo, e come tale ha dei superiori. Il gran Sacerdote è il suo superiore come lo è il Sinedrio. A un certo momento della vita, Lui può dire: “I miei superiori non mi capiscono, i miei superiori mi vogliono condannare, mi stanno mandando in croce”. Eppure Gesù, come ebreo santo, ubbidisce. Spesso diciamo che Gesù ha fatto la volontà del Padre, ed è giusto, ma non per ciò che si riferisce all’oggetto dell’ubbidienza. Gesù ha ubbidito a uomini in carne e ossa con intelligenza e bontà limitata. Gesù ubbidisce sulla terra. La volontà del Padre non è che il Figlio vada sulla croce, ma che il Figlio sia ubbidiente, ubbidiente ai suoi superiori sino alla fine, sino alla morte in croce. In certi casi, forse in molti, l’ubbidienza può apparire peccato di irresponsabilità e pigrizia nel gestire invece una delle più grandi responsabilità umane, che è la propria libertà di fare il bene. Ma, se vissuta coscientemente ad imitazione del Cristo, può diventare la massima povertà, in grado di svuotare le mani di una delle più belle preziosità che fa di noi degli uomini e delle donne: ecco la grande povertà che ci accompagna alla povertà evangelica».

       
La confessione di Teofilo
 La pioggia di fine autunno flagellava da tempo le solide mura 
dell’eremo quando Teofilo, al riparo nella sua cella, quella sera prese 
a scrivere sul suo taccuino: 

  Signore, nella vita io continuo a offrirti delle monete e tu continui a rifiutarle e me le ributti in faccia, dicendomi che non t’interessano. Continuo a chiederti di aiutarmi a superare le tentazioni, specialmente le piccole, quelle di tutti i giorni, quelle nelle quali inciampo ogni momento. Ecco i peccati che credo di avere e di cui ti prego di liberarmi: i peccati contro la povertà, la castità e l’ubbidienza alla tua volontà. Mi lamento dei miei attaccamenti a piccole cose e spesso non riesco nemmeno ad aiutare chi chiede soccorso con la scusa di non sapere che tipo di soccorso domanda veramente o se finge di chiedere un’elemosina per poi assaltarmi del tutto; è il peccato del soprappiù che incontro nella mia vita che a volte mi pesa e mi fa sentire incoerente. 
  Ecco alcune monete che vorrei saperti dare, Signore, e quando riesco a dartene qualcuna, Tu me le ributti in faccia e mi dici che 
non vuoi delle monete da me, ma il mio tesoro. Ed io non capisco. Ti chiedo poi, come San Paolo: “Perché faccio il male che non voglio e non faccio il bene che voglio?”. E ti chiedo di liberarmi dalle tentazioni contro la castità: ecco i miei pensieri stupidi, i desideri e le tentazioni dei commercianti del mondo che mi spingono sempre a curiosare tra le sue immagini, le sue proposte, i suoi colori, le sue musiche, i suoi spettacoli. Sempre mi tentano di curiosare se incontro qualcosa per farmi felice, perché ho bisogno di felicità, il tempo passa e corre in fretta e in me diventa sempre più forte la 

malinconia di non essermi divertito, la paura di non sapermi divertire più, di perdere le feste che i commercianti del mondo mi propongono. 
  Eppure io ho promesso a te, Signore, che non volevo vivere di queste cose, ma solo per Te; questo grido mondano nella mia carne mi divide e vorrei superarlo. E vorrei poterti offrire ogni giorno le mie consegne con coerenza, essere vincitore su tutte queste tentazioni, e quando ci riesco mi pare di avere finalmente qualcosa da offrirti. Ecco altri peccati che credo di avere: quelli contro l’ubbidienza alla tua volontà. Io conosco le cose che mi chiedi e sono pigro, mi ribello, contratto con te i tempi della preghiera. 
  Spesso ho cose da fare, ho molte cose da fare, importanti e urgenti, che mi scusano di celebrare in fretta i tempi che avevo promesso a te. Saranno così importanti le cose che credo di dover fare? Se per milioni di anni io non le ho fatte e tra milioni di anni io non ci sarò più a farle, saranno tanto indispensabili da non poter essere dilazionate? E spesso mi sento frustrato, perché vorrei avere più monete da darti, essere più generoso, più attento, più vero, e quando riesco a fare in parte questo e a darti qualcuna di queste monete, tu me le tiri in faccia e mi dici che vuoi il mio tesoro, perché là c’è il mio cuore. Ed io continuo a non capirti... 
  Ma forse oggi, dopo la mia confessione, mi dirai qualche parola nuova: “Figlio, i tuoi peccati contro la povertà non sono quelli: fin quando ti occuperai dei poveri o ti preoccuperai di non occupartene, o fin quando piangerai per non riuscire a fare una coerente scelta per essi, e fino a quando tu pregherai per i poveri, tu starai ancora cercando monete da darmi, che io rifiuterò. Tu sarai ancora al di là della barricata e non farai parte dei beati. Quando, invece, non avrai più nulla e sarai tu a chiedere l’elemosina; quando qualcuno ti 
hiederà il pane e tu, a tua volta, chiederai ad altri se hanno qualcosa da darti; e quando, ricevendo cinque pani e due pesci, li darai ancora agli altri, allora io compirò miracoli e tu sarai beato. 

  Figlio, chiedi pure di essere liberato dalle tentazioni contro la castità. Assomigli a certuni che fanno lunghi esercizi per dimenticare il corpo e la materialità di loro stessi. Ti lamenti di non essere totalmente insensibile ai richiami dei commercianti del mondo, ma questa è soltanto un’eco lontana, quasi impercettibile, che tu credi ancora di sentire. Il tuo vero peccato contro la castità è che la tua carne è morta, il tuo corpo è diventato insensibile al grande grido urlato del mondo. Tu non reagisci più, non senti più che gli altri esistono davvero e nella tua ascesi, con la pretesa di avvicinarti a me che sono il tuo Dio, ti sei solo allontanato da essi, dai tuoi fratelli, sorelle, figli e figlie. Sei diventato infecondo e impotente, senza più la forza di trasmettere la vita al mondo che grida aiuto, immerso nel grande terremoto sociale. 
  Il tuo peccato è che hai rinunciato alla paternità, ad avere dei figli e sentirti responsabile per essi, specialmente per gli indifesi; e tu non li senti più, non li vedi più: ti passano davanti solo sullo schermo della televisione o sfogliando il giornale, ma non t’interpellano più di tanto. Sono “altri” da te, e non vuoi assumerti la tua paternità responsabile; ti dimentichi che sono carne della tua carne. Figlio, la castità è una virtù attiva e non passiva, è la virtù dei vivi e non dei morti. Non è una virtù di anestetizzati, di ipnotizzati, ma dei lottatori e dei rivoluzionari, che hanno la forza di mettersi in prima linea di fronte al pericolo per difendere gli altri. 
  Quando, davanti alla condanna a morte, un giovane pianse per la moglie e i figli, e un prete si fece avanti dicendo all’aguzzino: “Lascia libero lui, vado io a morire al suo posto”, in quel momento il celibe si è assunto la responsabilità di quei figli e di quella moglie: non ha rinunciato alla vera paternità, li ha fatti suoi e, per difenderli, ha mandato a casa il loro papà e marito. Il celibe non ha rinunciato ad essere fecondo, per questo è morto per loro. Adesso capisci perché non m’interessano le tue monetine, né quando le spendi male, né quando riesci con mille sforzi a risparmiarle per darmele: io voglio il tuo tesoro, perché la c’è il tuo cuore.   Figlio, tu mi vuoi pure dare le monete dell’ubbidienza; dici di 
conoscere i miei desideri e invece ti senti negoziante del tempo per 
me, quando il tempo non ti appartiene. Ebbene va’, butta via l’orologio, il breviario; getta all’aria il messale, il pane, il vino, tutto quello che hai nella sacrestia, i libri di devozione, se ne hai: tutto; poi vieni qui disarmato, vieni qui a sederti un poco accanto a me, che sono il tuo Dio. Smetti di celebrare la Messa, smetti tutto e considerati sospeso a divinis, perché sei diventato un agitato del tempo; occupati solo di venire, senza preoccupazione di orari, vieni da solo, senza libri, che ti suggeriscono le cose da dirmi – ti immagini un fidanzato che legge su un libro le parole dolci e adatte da dire a lei? – senza oggetti sacri, senza incenso, senza parole. Vieni tu, da solo, porta solo il tuo cuore. Ho qualcosa da dirti o, meglio, da darti. Ho del fuoco da mettere nel tuo cuore, e se questo riuscirà ancora a bruciare e incendiarsi tu sarai salvo. 

  Se, tornando nella tua vita quotidiana, invece di dire: “Mancano ancora cinque minuti prima di finire l’ora di adorazione”, riuscirai a rallegrarti: “Signore, che bello! Ho ancora cinque minuti per stare qui”; e se, terminato il tuo tempo di preghiera, qualche volta comincerai a ripetere: “Signore, mi permetti di stare ancora cinque minuti qui? Lo so che mi fai pressione per il servizio, ma concedimi ancora cinque minuti, poi vedrai che recupererò e non lascerò mancare nulla al lavoro che mi chiedi per i miei figli”, ecco, quando comincerai a pensare così col cuore, allora potrai nuovamente prendere il breviario, ricollocare i segni al giorno, alla settimana, agli inni, alle memorie dei santi. Poi riprenderai il messale, raccoglierai il pane e il vino da dove li avevi buttati; li riprenderai con rispetto e li collocherai sulla tovaglia dell’altare tra le candele, l’incenso, le luci, la musica e i canti. E sarai riammesso ad alzare il 
calice della salvezza e a invocare il nome del Signore, perché non ti preoccuperai più delle monete, in quanto il tuo tesoro, che é il tuo cuore, sta già bruciando”. Amen. 


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[5]

Lc 18,18-23; Mt 19,16-22; Mc 10,17-22.