IL DIALOGO DEI MONACI

Capitolo VI

I DUBBI DI TEOFILO
pag. 85-107

È bene ribadire quanto già detto nell’introduzione: il capitolo che segue dev’essere considerato come un unico e lungo interrogativo. È uno stimolo alla riflessione e non un risultato dogmatico. Il lettore, specialmente se studente di teologia, dovrà fare un esercizio e cioè estrarre dal proprio bagaglio risposte più vere, oppure confutare quelle errate o incomplete.

 
Satana e Inferno 

  «C’è ancora qualche ombra nel tuo sguardo indagatore!», osservò il Padre il giorno seguente. 
  E Teofilo: «Non pensate però che faccia fatica a mettere a nudo tutti i dubbi e a formulare qualsiasi tipo di domanda, semmai quando gli interrogativi sono più grandi di me temo di non cogliere i concetti e di non essere in grado di riflettere in profondità, specialmente su domande e risposte date per scontate da secoli. Ci sono ancora due parole: ‘Satana’ e ‘Inferno’, che ho forse inconsciamente cancellato dal mio vocabolario, sapendo però di non poterlo fare senza strappare anche alcune pagine del Nuovo Testamento. Padre, vorrei proprio cancellare dalla mia vita la parola ‘Satana’, oppure essere illuminato a leggerla. Troppe volte sento la mia carne flagellata da mille tentazioni, che di solito vengono attribuite a quell’oscuro autore». 

  «Teofilo, la tentazione non è il peccato, è una provocazione alla lotta per diventare più forti e il fine della tentazione non è che tu faccia il male, ma che ti fortifichi, superando la pigrizia e rimanendo vincitore sul peccato. Se il diavolo della religiosità popolare volesse farti del male, certamente non lavorerebbe sulla tentazione e saprebbe molto bene che quella lotta può renderti più forte, diminuendo così la possibilità di sbagliare. 
  Si racconta che un giovane monaco abbia così pregato: “Signore, pensando a quella terribile notte, mentre ero assalito da tentazioni che mi sembravano superiori alle mie forze e gridavo a Te, perché sapevo che solo tu avresti potuto liberarmi, ebbene, quella notte, mentre rischiavo di cadere e peccare, tu, Signore, dimmi, dov’eri?”. Sembra che una voce gli abbia detto: “Ero dentro di te e mi rallegravo nel vederti lottare”. Questa è una parola in più per dirti che la tentazione è solo per fortificarci». 
  Teofilo riprese: «In ogni caso il personaggio in questione, che sembra si sia auto-incaricato di farci fare del male, questo demonio deve sempre avere un qualche permesso da parte di Dio stesso, altrimenti non potrebbe agire in nessun modo. Se però è così, il diavolo sarebbe la creatura più inutile e contradditoria al mondo». 
  «Lo stesso Curato d’Ars, presentato nelle agiografie in continua lotta contro Satana, un giorno disse: “Il diavolo mi fa proprio pena. 
Non so proprio come possa vivere”. E ora, poiché riconosco che non è facile parlare di questo personaggio oscuro e contradditorio, per spiegarmi ho confezionato una parabola, un’immagine plastica: 
  
Un uomo sfortunato aveva un figlio che, molto giovane, era precipitato nella droga, dapprima per scherzo, cominciando a fumare con gli amici, poi con le pasticche di ecstasis, quindi con l’eroina, finché via via imparò a bruciarsi polmoni e cervello, al punto da diventare uno scheletro ambulante. Il padre, disperato, dopo aver tentato di tutto non ebbe più mezzi per salvare quel figlio a cui aveva voluto tanto bene e in cui aveva posto tante speranze. Ad un certo punto gli venne in mente una soluzione per certi versi orribile, ma che, nella disperazione, gli sembrava l’unica strada ragionevole per non vederlo morire giorno per giorno in quel modo. Pensò: “Se riesco a procurargli un incidente che lo forzi a restare in ospedale alcune settimane, chissà che non possa riprendere la disintossicazione e forse salvarsi”. Nello stesso tempo, sapeva bene che non poteva fare un’azione violenta contro di lui: non avrebbe potuto accettare che proprio suo padre potesse fargli del male. 

  Così l’uomo comprò una tuta da carnevale nera, con corna rosse e una lunga coda, che rappresentava il diavolo. Mentre aspettava il figlio, una sera vestì quell’orribile maschera, poi prese una barra di ferro e, con tanto dolore nel cuore, si appostò vicino alla scala. Appena lo vide arrivare, gli spezzò le due gambe in un sol colpo. Il ragazzo ebbe giusto il tempo di vedere quel diavolo e cadde. Allora il padre sfilò la tuta carnevalesca e corse dal figlio che stava gridando. Lo raggiunse e l’abbracciò: “Figlio mio, chi ti ha ridotto così?”. Poi lo tenne tra le sue braccia in attesa dell’ambulanza. Intanto gli ripeteva: “Ma chi ha potuto farti una cosa così orribile?”. E il figlio rispose: “Ho visto un diavolo, poi un grande dolore e sono svenuto dimenticando tutto”. In ospedale ci rimase oltre un mese per risolvere il problema della frattura e iniziare per l’ennesima volta una terapia per liberarsi dalla droga. 
    
Vedi, una persona fragile e debole non riuscirebbe mai ad accettare che suo padre possa avergli spezzato le gambe. Perciò è meglio che pensi a un nemico, a un diavolo, poi quando sarà guarito dalla sua malattia, sarà il padre stesso a confidargli come sono andati i fatti. Penso sempre più che è Dio e solo Lui il Signore della storia e non ha bisogno di nessun nemico che lo aiuti ad allenare i suoi figli per diventare più santi attraverso le tentazioni. 
  Da parte mia ti dirò che, pur non avendo avuto nessuna rivelazione in proposito, penso che esistano degli Spiriti, ma sempre  sottomessi a Dio con incarichi diversi per stimolarci e riportarci alla santità. Possono essere gli Angeli che vanno a incendiare Sodoma e Gomorra o i molti dell’Apocalisse, ma queste e altre potrebbero essere semplicemente immagini di Dio stesso. 

  «Padre, non si parla anche di possessioni demoniache? E pure di esorcismi. Queste parole, allora, non hanno più senso?» 

  «Bisogna semplicemente rivedere il senso che hanno. La possessione può essere un atto di odio che si è scatenato contro un nemico. Come una pietra o un proiettile lanciati contro una persona può anche distruggerla, così un atto di odio è anche più forte di un’arma da fuoco e può creare danni così devastanti, da sembrare in molti casi irreparabili; allora bisogna pregare su queste persone, bisogna pregare e digiunare per esse come ci indica Gesù stesso nel Vangelo. Ma può anche trattarsi di malattie vere e proprie. Una volta portano a Gesù un epilettico e gli descrivono i sintomi: per loro ha un demonio in corpo che lo getta a terra con delle convulsioni e che ha cercato pure di buttarlo nel fuoco e annegarlo nell’acqua. Gesù non sta a dire che tipo di malattia è, non gli prescrive l’E.E.G. Gesù non vuol fare il medico e neppure il teologo. Per Lui c’è un figlio che soffre e vuole liberarlo: se chi lo ascolta si esprime dicendo che ha un demonio in corpo, Gesù risponde che manderà via quel demonio». 

Teofilo domanda ancora: «E quando Gesù manda gli Apostoli e i Discepoli a predicare e scacciare i demoni?» 
  «Gli Apostoli sono invitati a convertire i cuori, a cacciare la pigrizia di fare il bene, a cacciare i vizi, i demoni della superbia, della lussuria, dell’avarizia, dell’invidia, dell’ira e tutti quei vizi che tengono prigionieri tanti fratelli. In una parola, Gesù manda a convertire e cambiare la vita di chi va su strade sbagliate e, siccome il peccato viene considerato una malattia, Gesù li manda a guarire. E, quando i discepoli tornano contenti ed esaltati per aver cacciato tanti demoni e spiriti immondi, Gesù dice che è molto più importante che i loro nomi siano scritti in Cielo: per questo li invita a rallegrarsi. 

  Teofilo, posso ancora ricordarti che, durante il Concilio Vaticano II, i Vescovi chiesero al grande teologo francese Pierre Benoît di dir loro una parola sul personaggio oscuro che è il diavolo. Egli rispose che non possiamo togliere quella parola senza strappare tante pagine di Vangelo ma che – a partire dalle analisi bibliche contestualizzate nella cultura semitica e tenendo conto di com’è venuta a formarsi tale immagine – non si può dare a Satana un’identità attendibile. Bisogna quindi concludere umilmente che non sappiamo cosa sia – se un personaggio reale, simbolico, rappresentante del male o personificazione di esso – ma essere anche molto comprensivi per il fatto che, attraverso i secoli, non sempre la Chiesa ufficiale ha trovato il linguaggio più adatto per parlare del male. 

  Comunque, crediamo in ciò che propone il Credo degli Apostoli che non si perde nelle emozioni dei predicatori: crediamo quindi in Dio Padre, nel Figlio, nello Spirito Santo, nella Chiesa e in tutte le verità rivelate da essa, anche se spesso con linguaggi impropri poiché inficiati dalle modalità di pensiero delle varie epoche, ma sempre in coerenza assoluta con il grande dogma di fede che è Dio Giustizia infinita, Dio misericordia infinita e Dio amore infinito: la Misericordia di Dio è infinitamente giusta, come la sua Giustizia è infinitamente misericordiosa. E crediamo ancora la Comunione dei Santi, la Resurrezione, la Vita eterna; il resto lo deponiamo nel cuore di Dio, che ci spiegherà meglio quando lo incontreremo a tu per tu, nei Cieli nuovi e nella Terra nuova». 
  «Padre, c’è ancora una parola che dovrete aiutarmi a capire: ‘Inferno’. Questo concetto richiama quello di giustizia divina e di libertà dell’uomo che lo stesso Dio rispetta, e di mille altri. Come ben sapete, voglio essere totalmente fedele al Dio della misericordia, al Dio amante e appassionato di ogni creatura ormai carne della sua carne e desidero promettere fedeltà al Gesù che m’invita a perdonare settanta volte sette i nemici, cioè coloro che potrebbero inchiodarmi su una croce come hanno fatto a Lui. 

  Ma mi chiedo: può questo Dio dimenticare tutto per infliggere a una povera creatura umana, fragile dalla testa ai piedi, un castigo come quello riportato in certi catechismi e in certi scritti? Quando si parla di Inferno, si descrive un castigo che l’uomo non riuscirebbe nemmeno a pensare di sopportare un solo minuto, figurarsi un’eternità. Non c’è un angolo nell’umano dove si possa collocare un concetto simile. Quando parliamo dell’uomo dobbiamo pur tener conto delle facoltà che possiede, delle sue resistenze, delle forze e fragilità di corpo e spirito. 

  E ancora, come riferisce Matteo, chi dice “stupido” a un fratello merita di essere processato e chi lo chiama “fallito” merita il fuoco della Geenna, ossia l’Inferno. Questo è ciò che meritiamo e, poche righe dopo, lo stesso Matteo accompagna alla soluzione: devo perdonare il fratello che mi ha chiamato “fallito” e che merita quindi di bruciare nella Geenna. Anzi, se mi trovo a offrire il sacrificio all’altare, devo uscire, andare da mio fratello a perdonarlo e a ricostruire la pace. Se dunque il Signore chiede di perdonare colui che merita la Geenna e lo chiede a me debole, fragile e cattivo, molto di più saprà perdonare Dio stesso. Mi sbaglio, Padre?». 

  «Dio ci chiede un perdono incondizionato, cioè da dare sempre e se Lui dovesse punirci con una vendetta eterna significherebbe che dovremmo essere migliori di Dio stesso. Ma si sa che pensare a un Dio meno buono dell’uomo significa far nascere l’ateismo. A me sembra che le menti umane – compresa quella di chi dice di credere al supplizio eterno – di fatto l’hanno rimosso, coscientemente o no. 

  Un giorno un sacerdote mi confidò che in quasi quarant’anni di ministero presbiterale non aveva mai incontrato una sola persona che abbia evitato di commettere un crimine per sfuggire all’Inferno, quindi vuol dire che non c’è spazio nella mente umana per un luogo così. E, ancora, mi pare di dover dire che, se anche un solo uomo potesse vivere in una dimensione punitiva di quel tipo, allora sarebbe stata inutile l’Incarnazione, mentre il Gesù che conosco sarebbe disposto a morire altre cento volte per salvare un ipotetico condannato a un simile supplizio. 
  Quand’ero bambino, la catechista ci parlò dell’Inferno. Fui molto impressionato e domandai: “Se mia madre, a cui voglio tanto bene, dovesse andare all’Inferno e io in Paradiso, come potrei restare felice sapendo che è là, tra quelle fiamme?”. Senza il minimo dubbio, la catechista rispose: “Dio ti farebbe capire perché è successo, dopo di che tu resteresti felice per la vita eterna in Paradiso, mentre tua madre starebbe dannata per l’eternità all’Inferno”. Avevo solo sette anni, ma non mi conformai a quella risposta, che avevano già dato Tertulliano, San Tommaso d’Acquino e molti altri, pressappoco dicendo le stesse parole della mia catechista. Comunque pensai che era matta». 
  Con tanta pazienza, senza mai innervosirsi neppure di fronte alle domande che Teofilo poneva con tanta passione e irruenza, il monaco soggiunse: 
  «Ecco una breve riflessione che non è tratta da nessuna Enciclica della Chiesa, ma che dev’essere purificata e forse chiarita meglio con altre più profonde. Nessuno compra il Paradiso. Esso è un dono. Siamo invitati a fare il bene e ad amare gratuitamente non per ottenere un premio o per sottrarci al castigo. Una mistica islamica del 1300, camminando con un bilanciere sulla spalla che da una parte sosteneva un secchio d’acqua e dall’altra un’anfora piena di carboni accesi, ammoniva: “Con l’acqua voglio spegnere l’Inferno e col fuoco bruciare il Paradiso, così chi amerà Dio lo amerà gratuitamente e chi vorrà evitare il peccato e fare il bene lo farà non per sfuggire al castigo o avere un premio, ma solo per amore gratuito”. 

  In ogni caso, anche la più grossolana teologia del merito ammette che possiamo fare una piccola parte con le nostre forze e con i talenti ricevuti, ma che alla fine, sulla bilancia, la grande parte di dono sia quella di Dio, che si aggiunge al nostro piccolo contributo per offrirci una salvezza eterna. Non possiamo dimenticare che Gesù ci ha amati di un amore totale ed è morto per noi con un’offerta pura e santa e questo Gesù, la testa, ha fatto corpo con noi, le membra, per cui tutto ciò che Lui è stato completa quello che non siamo ancora. 

Per questo possiamo osare di sperare la salvezza, non tanto per i nostri meriti, ma per quelli di Gesù Cristo e il corpo di qualunque di noi che è stato un pezzo del corpo di Cristo, un corpo in cui ha abitato la Trinità e in cui hanno cantato gli Angeli è difficile pensare che possa essere buttato via per un’eternità, mentre è serio ritenere che venga purificato, come ci dice in diversi modi il Vangelo». 

  Teofilo continuò: «Per ciò che riguarda l’Inferno di una certa tradizione cristiana, che non è quello biblico – gli italiani potrebbero chiamarlo dantesco – chi può meritarlo? Come le azioni buone da sole non potrebbero procurarci il Paradiso, così ancor più  difficilmente le azioni cattive possono avere un potere così grande. Per meritarci un Inferno di quel tipo, bisognava che qualcuno ci avesse odiati così tanto da essere alla pari di Gesù al negativo, un Anti-Dio, appunto. Ma anche quando si parla di Satana, la teologia cristiana non ha mai accettato il dualismo tra Dio e un Satana che sia pari a Lui nel male». 
  Il vecchio riprese: «Teofilo, prima bisogna chiarire che l’Inferno riportato nei Vangeli, cioè la Geenna, luogo dove si bruciavano i rifiuti, sta a significare che la pigrizia di fare il bene, l’orgoglio, il potere e il denaro usati per schiavizzare gli altri, e tutti i vizi capitali che possono essere coltivati da un uomo, al pari della zizzania non hanno futuro, non entreranno nel Regno di Dio che è Regno di giustizia e di Pace senz’ombra di male. Tutto viene bruciato: la pigrizia che ha impedito al nostro frutto di maturare come Gesù, la pigrizia di fare il bene che ha rallentato l’arrivo, sulle nubi del Cielo, del Figlio di Dio, il quale – con il Padre e lo Spirito Santo – concluderà la storia con il Giudizio universale, la più solenne celebrazione della bontà e misericordia di Dio. Questa pigrizia sarà appunto bruciata, poiché non potremo presentarci di fronte al Padre senza essere prima purificati. Ora, la purificazione avviene già qui su questa terra con il dolore, la fatica del lavoro, la preghiera nostra e quella della chiesa in cui abita Gesù Cristo e, da ultimo, prima di presentarci al Padre saremo noi stessi a chiedere un fuoco che purifichi tutto il male che ci ha feriti durante la vita». 

  E Teofilo soggiunse: «Allora la Geenna è più simile all’immagine popolare del Purgatorio. Ma non sarà tanto Dio a bruciarci, quanto noi a chiedere di essere bruciati, come mi avete detto, cioè purificati, sgravati dai pesi che ci siamo portati dietro e che ci hanno impedito di essere liberi di amare come Gesù. Saremo quindi noi a chiedere questa soda caustica che ci lavi e purifichi». 

  «All’immagine della Geenna è poi subentrata la tradizione, non della Chiesa, ma di pittori, poeti e artisti vari, basti pensare alle immagini del Giudizio universale della Cappella Sistina o alla Divina Commedia. A difesa di Dante Alighieri bisognerebbe però dire che quel poeta la utilizzò solo come pretesto per cantare i suoi poemi. Occorre dire invece che, per quanto i catechismi e la predicazione popolare abbiano molto attinto a quelle immagini per tradurre un atto d’amore – cioè di purificazione – in un supplizio di quel tipo, si può affermare con tranquillità che la Geenna del Vangelo non è l’Inferno dantesco, benché l’immagine popolare sembri una verità suggellata. 

  A tal proposito, vorrei ancora aggiungere che in una grande Università Teologica Ortodossa, che prepara particolarmente i futuri presbiteri o Vescovi, terminato il primo anno di propedeutica il corpo insegnanti tenne un colloquio con ogni candidato, per introdurlo L’anno seguente al corso teologico normale. A un candidato non più giovanissimo fu domandato che cosa pensasse dell’Inferno, in quanto argomento trattato durante l’anno. Egli rispose secondo la visione più classica: per lui l’esistenza di quel luogo, con il fuoco eterno preparato per il diavolo e i suoi angeli, era una verità acquisita. Un docente provò a riprendere il percorso di apprendimento, ma il candidato ribadì la sua posizione. Il responso finale fu all’incirca: “Siamo spiacenti, ma se la tua mente è così rigida, non ci sentiamo di ammetterti agli studi teologici e quindi al cammino presbiteriale”». 
  «So che Karl Barth, uno dei due più grandi teologi del XX secolo, ha avuto il coraggio di parlare con sistematicità del problema dell’Inferno staccandolo dall’immagine popolare, che non corrisponde né a una visione biblica, né teologica e tantomeno cristiana». 

  «Se non sono coerenti col cuore di Dio, le Verità proposte dalla tradizione della Chiesa devono essere riviste. I dogmi stessi debbono evolversi nelle loro presentazioni e spiegazioni. Per quanto riguarda l’Inferno, in particolare, si è preferito rimuoverlo dalla mente che discuterlo e rifletterci sopra. Non è facile spiegare il motivo per cui sia stata tanto distorta l’immagine di un atto d’amore che perdona e purifica. Ci sarebbe da chiedersi come sia stato possibile per duemila anni accettare un Dio così poco “cristiano”, così vendicativo, così non-Dio, se davvero i cristiani, compresi i santi, ci avessero creduto. Ma tale dogma è stato rimosso dalla mente umana per una Grazia speciale del buon Dio. È rimasta quindi una verità che, per quanto professata da tanti, non è entrata nel cuore di nessuno. 
  Gesù Cristo, che è amore, non lo ha permesso, così non ha nemmeno dovuto amareggiarsi per essere stato travisato. In diversi casi Gesù stesso aveva accolto e usato lo stesso linguaggio – il patrimonio teologico del suo tempo e le indicazioni etiche – come accettava l’impianto teologico ebraico continuando a frequentare la Sinagoga e il Tempio, offrendo sacrifici a Dio nel Tempio e restando fedele a tutta una serie di leggi che Egli stesso aveva già superato nella sua persona. Tuttavia le conservava, per avere l’autorità di predicare il Comandamento Nuovo e la Vita eterna alla comunità ebraica, che poteva accettare di sentire un Vangelo così nuovo solo nel contesto del suo impianto teologico». 
  «Allora, Padre, si potrà cancellare questa parola?». 

  «No, Teofilo, bisogna liberarla dalla zavorra di cui si è caricata attraverso i secoli e riportarla all’atto d’amore, cioè di perdono, che ci purifica per poter entrare rinnovati nei Cieli nuovi e nella Terra nuova a sperimentare l’Eterno Abbraccio di Dio. E, per rispondere alle tue domande, Teofilo, lasciami dire ancora che tutte le volte in cui, nel Vangelo, si parla di Inferno, cioè del luogo dei morti o della Geenna dove tutto muore, si vuol sottolineare a tinte forti quanto sia grave il peccato e quanto devastante la pigrizia di fare il bene. E, in ultimo, sappi che è lo stesso Gesù, il Verbo incarnato, a discendere nella Geenna, nell’Inferno, nel luogo dei morti. Per entrarvi, Egli ha dovuto morire, bruciare là dove c’era “pianto e stridor di denti” (ossia sulla croce) e proprio nel luogo dei morti ha lottato e vinto la morte stessa, che oggi non esiste più. Con la Resurrezione, Gesù ci invita a uscire dall’Inferno e ad accompagnarlo nella Vita eterna. Va a preparare un posto anche per noi, poi tornerà a prenderci e a portarci con Lui. Questa è la nostra fede, che professiamo nel Credo degli Apostoli: “Credo in Gesù Cristo, che discese all’Inferno e di là risuscitò”. Così, San Paolo può gridare: “Dov’è o morte la tua vittoria?”, facendo eco a Osea (Osea 13,14)». 
  «Quindi l’Inferno è la metafora di una possibile distruzione di noi, esseri umani?». 
  «Dopo aver rimarcato con forza, caro Teofilo, la Misericordia di Dio, posso sorprenderti affermando che il linguaggio dell’Inferno nei catechismi cattolici sottolinea un aspetto da non sottovalutare. In primo luogo, nella misura in cui penso che la Geenna e il fuoco significano distruzione, posso anche immaginare che – a causa della mia pigrizia di fare il bene e del rifiuto a collaborare nel costruire il Regno di Dio – se Dio stesso volesse distruggermi totalmente (“Temete piuttosto chi può distruggere anima e corpo buttandoli nella Geenna e farli sparire per sempre”), non avrei nulla da reclamare. In fondo, Dio mi toglierebbe semplicemente ciò che mi aveva dato. Già, non avrei nulla da recriminare contro Dio, se l’Inferno fosse una cosa simile. 
  Se però dovessi sentire tale verdetto in un processo del Tribunale divino, penserei che la distruzione di anima e corpo sia talmente grave e insopportabile, che le immagini di fuoco, pianto e stridor di denti sono addirittura insufficienti per esprimere l’annullamento del mio essere, al quale è stata data la possibilità di venir salvato per l’eternità. E, ancora, l’Inferno sarebbe peggiore di quello descritto nel catechismo se, presentandomi a Lui e vedendo tutta la mia vita illuminata da un’intelligenza non più semplicemente umana, mi rendessi conto di essere passato tante volte accanto a Gesù Cristo e non averlo riconosciuto. 

  Avrei potuto fermarmi a parlare con Lui, porgergli non solo da mangiare, da bere, da vestire, ma anche offrire la mia amicizia e accogliere la sua, invitandolo o facendomi invitare per far festa con Lui. Invece l’ho trattato da mendicante, gli ho dato delle monete. Immaginate che ho dato monete a chi ha fatto il mondo, a chi ha tessuto nel ventre di mia madre tutti gli organi del mio corpo, il cuore che non ha mai smesso un istante di ritmare la mia vita, i polmoni mai stanchi di darmi il respiro e tutti i valori del corpo che si leggono sulle pagine delle analisi mediche. E vi rendete conto che ho preteso di fare l’elemosina a chi ha costruito i primi computer già tre miliardi di anni fa, quando dispose i primi esseri viventi sul pianeta! 

  Stavo correndo verso la stazione e c’era quella fila di mendicanti. Ho sfilato qualche moneta ai primi e sono scappato via per non perdere il treno. Sì, mi è passato per la mente il desiderio di fare qualcos’altro, ma il treno stava arrivando e dovevo assolutamente correre via. Mi aspettavano a quell’Assemblea nazionale, dovevo fare un intervento che ritenevo importante. C’erano i giornalisti, la televisione e invitati da ogni parte. Non potevo mancare… Ma chi l’ha detto? Dove sta scritto che non potevo sedermi con Gesù Cristo stesso sui gradini della stazione e lasciare che il treno passasse con i suoi passeggeri? Chi dice che non era meglio strappare quel biglietto del treno già comprato e fermarmi là? Avrei potuto proporre ai mendicanti di mettere insieme ciò che avevamo e far festa. E, non sapendo trasformare l’acqua in vino, avrei potuto andare a comprare abbastanza vino e berlo insieme. Sì avremmo potuto ubriacarci per la gioia di stare insieme. Se poi avessi saputo che facevo festa con lo stesso Gesù Cristo, altro che ubriacarci come a Cana di Galilea! 

  Quale vergogna mi invaderà. Come mi sentirò idiota, sì, per lo meno idiota e indecente. Allora sarò io a chiedere la Geenna per ripararmi in essa e farmi bruciare questa indecenza. Chiederò al buon Dio di bruciare la mia memoria, il ricordo di un crimine tanto grande. Ho avuto l’occasione di sedermi e accogliere l’amicizia col Signore Gesù e invece sono passato oltre. E griderò: “Bruciami, Signore, sì brucia quel ricordo perché non posso sopportare un’umiliazione così grande. Manda i tuoi angeli a immergermi nel fuoco perché possa essere purificato e avere il coraggio di essere riabbracciato dalla tua Misericordia”. 
  Le immagini bibliche sono del tutto insufficienti a esprimere quella richiesta di purificazione. Teofilo, vedi che non dobbiamo cancellare le immagini dell’Inferno dal Catechismo, semmai dovremmo caricarle del colore della vergogna, dell’umiliazione più insopportabile. Quante occasioni perse!». 


Salvezza 
  Il giorno seguente il Padre sorprese Teofilo che, in ginocchio, ripeteva sottovoce: «La Salvezza, la Salvezza, la Salvezza!». 
  «Teofilo, il progetto della Salvezza sta entrando nel tuo cuore!?». 
  «Sì, Padre, fin qui è chiaro. Dio ha mandato Santi e Profeti per educarci all’amore, ma poi è arrivato Gesù Cristo: un Profeta più bravo degli altri? Più Santo? Con una coerenza assoluta? Senza la debolezza dei suoi predecessori, Lui ci ha spiegato con più forza come amare e quindi essere salvi? Un Profeta che ci dicesse le stesse cose che ci ha detto Gesù non poteva bastare per insegnarci a lasciarci salvare da Dio decidendoci veramente ad amare?». 
  «Attento, Teofilo, ti stai allontanando». 

  «Padre, poteva mandare un Profeta che ci dicesse le stesse cose e che, per inciderle col fuoco in noi, si lasciasse anche crocifiggere e perdonasse i crocifissori?». 
  «Teofilo, facciamo qualche passo indietro. Trovare un Profeta come dici tu non era stata forse un’impresa tentata tante volte e fallita? Tu stesso ti sei appena scandalizzato che Santi, Patriarchi e Profeti fossero carichi di limiti e peccati. Non avevamo bisogno di uno che ci facesse un’omelia più bella delle altre. Dio, infatti, ne aveva già inviati dei bravissimi, ma avevamo bisogno di un Santo, un Santo senza peccato che fosse così santo da garantirci con autorità tutta la Verità che avevamo bisogno di conoscere: imparare come amare Dio e i nostri fratelli. Dio Padre aveva inviato tanti suoi figli a lavorare per quest’opera di salvezza, ma erano solo uomini, uomini buoni, migliori degli altri. Nessuno, però, poteva avere quella forza e quell’autorità di parola. 
  Per questo, un giorno il Padre decise che il suo Primo Figlio, da tutta l’eternità presso di Lui, per noi uomini e per la nostra salvezza discendesse dal Cielo e venisse ad abitare in mezzo a noi: come uno di noi, ma con la grande dignità di Primo Figlio, che lo rendeva anche Unico. Ebbene, ciò non impedì a Gesù Cristo di camminare al nostro fianco da vero Profeta, vero Patriarca, vero Sacerdote, vero Re e vero Santo. Questo Figlio è diventato un bambino e noi Lo abbiamo visto crescere in mezzo a noi e proprio come noi, al punto che era terribilmente difficile capire e credere che in Lui non ci fosse solo un uomo santo. Prima della Resurrezione, infatti, non ci sono testimonianze chiare di qualcuno che avesse veramente capito chi era Gesù Cristo: Figlio dell’uomo e Figlio di Dio». 

  Recitarono la Salve Regina e si congedarono. Teofilo non aveva ancora imparato a far domande senza lasciarci dentro dell’amaro. 
Forse c’erano in lui ferite non ancora rimarginate, ma anche un desiderio senza fine di avvicinarsi al Signore e di vivere solo ed esclusivamente nella Sua Volontà e nel Suo Amore. E per questo non si fermava mai, a costo di apparire eretico. Il fatto è che non voleva accontentarsi di risposte già un poco arrugginite dal tempo. 

  «Padre, qual è dunque la grande differenza tra Lui e noi? Anche noi siamo da tutta l’Eternità nel cuore del Padre! Mentre i nostri pensieri sono una elaborazione del cervello che può rimanere memorizzata a lungo o dissiparsi nel nulla, essendo da sempre nel Pensiero del Padre e Creatore, noi siamo una realtà vera. Non eravamo ancora stati generati in questa carne, ma già esistevamo come oggetto d’amore di Dio». 

  «Teofilo, la stessa creazione che noi ammiriamo e che canta la Gloria di Dio è da sempre oggetto d’amore di Dio, mentre non ci è stato rivelato come sia entrata solo a un certo punto nella dimensione spazio-temporale o se sia stata creata da sempre.» 
  «Perciò anche noi, come Gesù, esistiamo da sempre nel cuore del Padre?» 
  «C’è, però una grande differenza, figlio. Immagina la creazione e l’umanità come un enorme albero: noi siamo i frutti, i più preziosi, quelli creati nel sesto giorno e che Dio dichiarò buoni, ma siamo immaturi. Non vorrai dire, Teofilo, che un frutto immaturo sia  cattivo, certamente no. Ma, se lo addenti, subito lo sputi. Eppure è cosa buona, come lo siamo tutti noi. 
  Gesù, il primo frutto, è anche l’Unico che ha raggiunto la piena maturità e in Lui abbiamo potuto contemplare tutta la bellezza e assaporare tutta la bontà. Lui non è precipitato dal cielo come un paracadutista ma, come noi, è stato generato nel ventre di questa creazione, crescendo sul nostro stesso albero. Si è nutrito della stessa linfa tra gli stessi rami e le stesse foglie. Spuntato su un ramo che era stato prescelto, quel “virgulto di Jesse” è stato accompagnato in modo misterioso e speciale dalle mani del Padre e da quelle di una madre, Maria, in tutto sorella nostra, ma con una santità unica. 
Nella sua profezia, Elisabetta, avendo già avuto la visione che quel Frutto sarebbe stato il Frutto atteso da tutta la storia, gridò a Maria: “Benedetto il frutto del tuo ventre!”, saluto che ripetiamo in ogni Ave Maria. E Dio Padre ha aperto i Cieli e ha detto (in parafrasi): “Questo è il mio Figlio prediletto, il frutto che ha raggiunto la maturità piena, che ho desiderato per ogni figlio, per ogni frutto, ma che oggi in Gesù diventa realtà. Ascoltatelo!”. 

  Per questo, Dio Padre ha esaltato questo frutto maturo, questo Figlio così unico e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei Cieli, sulla terra e sotto terra e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a Gloria di Dio Padre (Fil. 2)». 
  «Quindi, nella Sua piena maturità, Gesù ci salva amando, insegnandoci ad amare con autorità e chiedendoci di “amare come Lui ci ha amati”. Così ci ha salvati, indicando la strada della Salvezza che è Lui stesso?». 
  «E per realizzare questo, Teofilo, Lui ci carica ogni giorno di grazie: l’Eucarestia e tutti i Sacramenti, i Doni dello Spirito Santo di Cristo, cioè Sapienza, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietà e Timor di Dio. Si tratta della linfa che arriva ad ognuno di noi, se vuoi ancora usare l’immagine dell’albero». 
  «Padre, coloro che non hanno Gesù Cristo, per esempio che appartengono ad altre religioni, da chi ricevono questa linfa per diventare frutti sempre più maturi?». 
  «Teofilo, Gesù è di tutti, semplicemente molti non Lo conoscono. La linfa è distribuita da Dio ad ogni uomo e donna del mondo, semmai con segni sacramentali diversi. Un giorno mi sono trovato presso una famiglia musulmana, dove tre gemellini erano appena morti perché durante il parto avevano ingerito una quantità eccessiva di liquido amniotico. Una signora cristiana, arrivata prima di me, mi disse che, preso in braccio uno dei bambini, aveva chiesto un po’ d’acqua per pulirlo, ma in realtà l’aveva battezzato. Subito le domandai: “E gli altri due?”. Mi rispose che erano con la madre, ormai morti. Allora soggiunsi: “Quando queste tre creature sono arrivate tra le Sue mani, che cosa può aver fatto il buon Dio, Padre appassionato di ogni creatura? Avrà preso con sé quello battezzato e buttato via gli altri due in qualche stanza buia dove non si vede la Sua Luce? Anche se non sei teologo, capisci che questo non ha senso. Eppure i teologi hanno pensato cose simili per secoli, e molti le pensano ancora. Anche da questo si capisce come tante risposte arrugginite attendono di essere rivisitate». 

  «Padre, forse la signora aveva letto che solo chi è battezzato sarà salvo e certamente pensava che esiste solo il Battesimo da lei conosciuto, per cui era in buona fede». 
  «Quando leggiamo un testo che parla di Dio, dobbiamo osservare se quelle parole sono coerenti con un Dio infinitamente buono, misericordioso e giusto. Altrimenti, come ti ho già detto, significa che, a causa della cultura in cui viveva, dell’ignoranza o comunque dell’immaturità dello stesso Profeta o Evangelista, lo scrittore sacro non ha potuto accogliere tutta l’Ispirazione divina». 
  «Padre, lasciatemi aggiungere una parola proprio sulla lettura o esegesi dei testi. Ho fatto due riflessioni: una riguardo a Gesù che, 
dopo la morte di Lazzaro, incontra Marta e la invita a credere nella Resurrezione del fratello. Lei, allora, professa: “Credo che risusciterà nell’ultimo giorno”. Sembra che, per alcuni, il grande miracolo di Gesù finisca qui: Egli ravviva la fede di Marta e lei crede nuovamente nella Resurrezione. Così la seconda parte del racconto pare meno importante. 

  C’è un secondo fatto, Padre: la moltiplicazione dei pani. Gesù invita i suoi a provvedere del cibo. Sembra che si sia domandato se qualcuno aveva qualcosa e probabilmente tutti potevano averlo, per quanto tenuto ben nascosto: non erano, infatti, così imprevidenti da non portarsi dietro nulla, dovendo stare fuori per molto tempo. Ma mostrare ciò che avevano significava condividerlo con gli altri. Un bambino, però, potrebbe aver detto: “La mia parte la metto”, e qualcuno si sarà aggiunto: “Anch’io”. E altri: “Anch’io”, al punto che ne avanzarono dodici ceste. Si potrebbe concludere che il più grande miracolo sia stato quello di aprire il cuore alla condivisione, più che moltiplicare i pani con autorità». 
  «Teofilo, le tue sono riflessioni originali e possono anche aiutare la spiritualità di chi legge il testo sacro, ma non dimenticare che, fra cinquantamila anni, chi vorrà confrontarsi con quelli o altri testi biblici li incontrerà come sono stati scritti. Se sono verosimili, come è verosimile che Gesù abbia risuscitato Lazzaro o moltiplicato i pani in quel modo, quei testi rimarranno sempre il punto di riferimento per chiunque li leggerà, mentre le tue riflessioni o quelle di migliaia di altri scrittori di spiritualità resteranno spunti, stimoli preziosi per la conversione, senza però sostituirsi all’autorità della Bibbia. 

  Se, invece, il testo non è verosimile, se ne modificherà la lettura secondo le nuove leggi della scienza, secondo quanto l’autore sacro voleva esprimere. Nel caso del “Fermati, sole” di Giosuè, ad esempio, con le conoscenze astronomiche di oggi possiamo affermare che il miracolo sarebbe consistito piuttosto nel fermare la terra e non il sole, che già relativamente fermo era, almeno nei confronti di essa. Mio caro Teofilo, se anche tu vuoi leggere la Bibbia quale dono privilegiato per farti maturare e quindi entrare nel progetto della Salvezza, hai bisogno di tanta, tanta umiltà più che di scienza e conoscenze archeologiche. Devi leggere il Testo Sacro in ginocchio perché diventi preghiera. Ma, ora, ritiriamoci all’eremo». 

Le parole che Teofilo aveva ascoltato gli suscitarono nuove curiosità e domande, così il giorno seguente, appena incontrò lo starez, non perse tempo: 
  «Padre – gli domandò – in cosa differisce la Parola di Dio da un buon testo di spiritualità che possiamo trovare in qualunque libreria, scritto da uno di noi, nel nostro tempo e quindi anche più accessibile per il linguaggio e per essere imbevuto di cultura contemporanea?». 
  «Per “Parola di Dio” non intendo solo una pillola di saggezza o un testo che mi faccia recuperare la storicità della fede, ma una parola che, meditandola, mi converta o che coltivi la mia amicizia con Dio. È tutto questo, ma è soprattutto una parola attraverso la quale Dio ha accettato di parlare con me, oltreché convertirmi e coltivare la mia fede, qualunque essa sia. 
  Un giorno un indù mi disse: “Vedi, il nostro libro sacro Ghita non è come gli altri, perché ogni volta che leggi ripetutamente lo stesso versetto, ti suggerisce riflessioni sempre diverse. Ti dice ciò di cui hai bisogno proprio in quel momento”. Anche un musulmano notò la stessa cosa riguardo al Corano, al che replicai: “Pure noi cristiani diciamo lo stesso della Bibbia. Evitando di parlare di testi più veri di altri, più ispirati da Dio o meno, più dettati da Dio stesso – com’è considerato il Corano dai musulmani – o cresciuti nel cuore della comunità – come lo è per i cristiani – per capire quanto Dio ci ama e per portarci ad amare Lui, c’è in questi testi un fatto comune: è Dio stesso che accetta di parlare con noi tramite essi”. Ma tali testi diventano sacri solo se li leggiamo in ubbidienza a Lui. E ti spiego perché è una questione di ubbidienza: tra i ‘religiosi’ che vivono in congregazioni, monasteri, conventi, c’è una forma di promessa o ‘voto di ubbidienza’ a Dio tramite una persona, un ‘superiore’, un’‘autorità religiosa’. 

  Il religioso/a può vivere un conflitto di fronte a certe richieste o comandi del superiore stesso, perché troppo gravose o perché considerate addirittura fuori del buon senso. Se dunque il religioso, in coscienza, pensa di far cosa buona a rifiutare il comando, è possibile che Dio stesso sia disposto a fare per lui un altro progetto, anche molto bello, però se il religioso ubbidisce – eccetto che il comando sia contro la morale – sa con certezza che cammina non sulla via più ragionevole, ma sulla via in cui incontrerà la volontà di Dio. E non per merito del suo ‘superiore’, ma perché Dio stesso si è impegnato nell’accettare quella forma di ubbidienza, dichiarandosi disponibile a servirsi della volontà umana, di quell’autorità religiosa, per far crescere nella Fede, Speranza e Carità suo figlio/a. Così è per me quando mi metto di fronte a un testo sacro. 
  Se poi, nel profondo della mia coscienza, sento il dovere di cambiare religione e, di conseguenza, anche i testi sacri a cui mi riferivo precedentemente, posso farlo. E Dio potrà costituire un nuovo progetto con me, perché è proprio nella coscienza che Dio dice l’ultima e autorevole parola. Se però continuo a seguire la religione a cui ho giurato fedeltà già da adulto, certamente Dio s’impegnerà su quella strada a farmi incontrare la Verità e l’Amore. 
  Con ciò non dichiaro comunque che i testi sacri hanno lo stesso valore. No. C’è un valore oggettivo che chiunque può riconoscere, ma per testo sacro s’intende quello che si legge nella propria comunità religiosa, alla luce della comune fede e tradizione religiosa (cristiana, ebraica, musulmana, buddista, etc.). Un musulmano non dovrà considerare come testo sacro la Ghita o la Bibbia, ma il Corano, il testo che legge nella sua comunità religiosa, illuminato dalla sua fede e dalla tradizione islamica e, se c’è sincerità e spirito di ubbidienza in questa lettura, certo Dio lo illuminerà attraverso quelle parole e lo farà crescere nella Fede, Speranza e Carità, poiché Lui stesso si è impegnato di accompagnarlo in quella lettura. 

  In sostanza, Dio si è preoccupato di darci tutto il necessario per la salvezza. E cos’è il ‘tutto’ di cui abbiamo bisogno? La sua amicizia, che dà a tutti gli uomini e le donne di ogni religione e popolo del mondo. Quindi ci si rivolge a nostro Signore solo con nomi diversi, con preghiere diverse, in lingue diverse e con espressioni religiose, simboli e immagini diverse. Non dimentichiamo che è lo stesso Dio a ricevere tutte le preghiere dell’umanità. È Lui che raccoglie tutte le speranze e le fedi diverse dei suoi figli e figlie. E la Carità, l’Amore di tutta l’umanità, è raccolto dal cuore dello stesso unico Dio. Se, in un tempio indiano, dieci persone indù pregano di fronte a una bella statua di Ganesh col corpo umano e la testa di elefante, e se Dio vuol parlare al loro cuore per alimentarne la spiritualità, come potrà farlo? Non certamente attraverso l’immagine del Crocifisso, che essi non conoscono e non capiscono, né attraverso un’immagine della Madonna di Lourdes, o di Fatima o in un brano del Vangelo: se Dio vuol parlare al cuore di quei dieci indù ha a disposizione solo la loro immagine, o un testo della Ghita o di altri sacri testi indù». 
  «Padre, le statue delle divinità di altre religioni sono idoli?» 
  «No, figlio: gli idoli sono i furti e gli adulteri, un potere opprimente, il denaro usato male, le guerre e ogni tipo di violenza, mentre le statue delle divinità a cui ti riferisci non sono idoli, bensì piccole, piccole parole di Dio, perché attraverso esse Dio può parlare agli uomini che le venerano con cuore sincero. Se poi, Teofilo, tu hai avuto la rivelazione che, per noi uomini e per la nostra salvezza, la Parola di Dio si è fatta uomo in Gesù Cristo e noi ne abbiamo visto tutta la Gloria, tu, Teofilo, non hai nessun motivo di disprezzare chi rimane ancora distante da questa rivelazione.» 
  Qualche giorno dopo Teofilo prese l’occasione per riproporre gli interrogativi che nei silenzi della montagna venivano di tanto in tanto a bussare alla sua mente, trovandola sempre impreparata. 
  «Padre, visto che abbiamo parlato della Bibbia come linfa privilegiata per farci maturare ed essere salvi, anche se mi sembra blasfemo non posso tralasciare di esprimere la mia fatica nel leggere certi Salmi. Leggo, ad esempio: “Ecco, i tuoi nemici periranno e saranno dispersi tutti i malfattori” (92), mentre so che il Signore ha dato la vita per i criminali, o ancora: “I miei occhi disprezzeranno i miei nemici” (92), mentre Gesù mi chiede di amarli. Oppure: “Questo popolo mi ha disgustato per quarant’anni, così nel mio furore ho giurato che non entreranno nella mia casa” (94), mentre la casa di Dio è preparata proprio per loro. E mi stupisco che il salmista inviti i fedeli ad alzarsi “con le lodi di Dio sulla bocca e la spada a due tagli nelle mani per compiere la vendetta tra i popoli” (149). 

  Come posso riconoscermi in questo Dio che continuamente, nelle guerre, deve “disperdere i nemici con le folgori, lanciare frecce e sconvolgerli” (144) o nel salmista che riferisce a Dio ogni sorta di maledizione augurando che “restino orfani i figli e vedove le mogli e che i figli vadano raminghi, espulsi dalle loro case in rovina e nessuno gli usi misericordia e nessuno abbia pietà dei suoi orfani”? 
(109). O in un Dio così guerriero, che “spezza le saette dell’arco, lo scudo, la spada, la guerra ed è proclamato Splendido sui monti della preda” (76), nel Dio roccia del salmista, che gli “addestra le mani alla guerra e specializza le sue dita per la battaglia”? (144). 
Padre, tra le maledizioni ai nemici, leggo ancora: “Beato chi sfracellerà i loro bambini sulla roccia” o professioni di morte, come quella del salmo 88: “Compi forse prodigi per i morti? O sorgono le ombre dei morti a darti lode? Si celebra forse la tua bontà nel sepolcro e la tua fedeltà tra i morti?”. Mi capite quando parlo di fatica di fronte a queste preghiere?». 

  «Teofilo, i Salmi sono la raccolta di canti che più di ogni altra è venuta a toccare il cuore dell’uomo e lo fa vibrare ancora oggi come le corde di una cetra, quando in ginocchio vuole parlare con Dio.» 
  «Credo, Padre, che in alcuni Salmi ci sia lo stesso cuore di Dio, non solo dell’uomo, mentre ce ne sono altri che non posso pregare». 
  «Per questo si dividono in due categorie: i Salmi che il singolo o la comunità possono pregare nel raccoglimento di un eremo o in coro sempre a nome di tutta la Chiesa e specialmente come parole pregate da Gesù. E Salmi, nati ovviamente nella cultura del Vecchio Testamento a cui ti riferisci, che sono canti di meditazione: quella meditazione fatta di studio, riflessione, ascolto e analisi della storia di Dio tra gli uomini. Un Dio che non li abbandona nelle loro violenze, vendette e tradimenti, ma che continua sempre a tenerli stretti per mano. La Chiesa – che comunque è madre attenta – ha già fatto una scelta parziale dei testi di Salmi da usare nella liturgia domenicale e nella liturgia delle ore con il popolo di Dio, che non sempre ha le capacità e il tempo di fermarsi e studiarli. 

  Non così deve essere per noi, che dobbiamo tenerli fra le mani e portarli nel cuore con la stessa misericordia con cui Dio li ha ascoltati dal suo popolo. Essi ci raccontano tutta la pazienza di Dio nel non essere inteso nella sua bontà, misericordia e perdono e, da Dio della Pace, trasformato in un Dio degli eserciti. Questo Signore, di fronte a tanta immaturità dei suoi figli, non li ha mai abbandonati. Ma anche il popolo, da parte sua, restava incollato al suo Dio. Nella disperazione gridava a Lui. Nella rabbia, nella guerra gridava a Lui. Nella vendetta, nella pigrizia di fare il bene e in mezzo ai sentimenti più contradditori, violenti e malvagi, sempre si rivolgeva a Lui, pretendendo persino che il Signore fosse dalla sua parte nella violenza. E Dio, innamorato del suo popolo, l’accompagnava, accogliendo quei Salmi come le grida di figli che non avevano nessun altro a cui rivolgersi se non il loro Dio, il ‘Dio d’Israele’. 

Con pazienza infinita, Jahvé finiva per ascoltare le richieste di  giustizia, di difesa, ma anche di vendetta contro i malvagi e di maledizione contro chi li perseguitava, per allenarli a distinguere il bene dal male, i buoni dai cattivi. Intanto sapeva che avrebbe mandato suo Figlio a spiegare che la Salvezza non si fa con un forte esercito, carri e cavalli, col potere di re o imperatori, ma col perdono su una croce, abbracciando i crocifissori. 
  «Beneditemi, Padre» lo implorò allora Teofilo, prima di ritirarsi sulla montagna, sulla cui cima c’era una grande croce. Per tre giorni rimase davanti a quella croce che abbracciava il cielo, riposando di notte ai suoi piedi. La terza notte, però, rompendo la regola del silenzio dopo la mezzanotte, Teofilo tornò di corsa e bussò come un disperato alla porta del Padre: 
  «Voglio parlarvi, è urgente». 
  «Offri al Signore questo tuo desiderio, Teofilo, riposa un poco e domani parleremo». 
  Teofilo accettò, ma non poté dormire, perché aveva il cuore colmo. Così attese il mattino. 
  «Dimmi, Teofilo». 
  «Padre, mentre l’altro giorno si aprivano delle luci in me, al tempo stesso sentivo ancora una grande confusione. In realtà mi mancano degli elementi fondamentali riguardo la Salvezza. Non abbiamo parlato di Vita Eterna. Non la considerate di grande importanza?». 
  «Certo. Anzi, alla fine del nostro cammino la Salvezza sarà appunto la Vita eterna che noi speriamo con tutte le nostre forze, ma questo sarà il lavoro di Dio e non nostro. Nel progetto della Salvezza, il dono dell’Eternità non sarà frutto del nostro sudore. Anche se passasse l’intera vita in preghiera, digiuno e penitenza, nessuno di noi potrebbe acquistare un dono così grande». 

  «Ma possiamo sperarlo veramente?». 
  «Abbiamo la garanzia di Gesù che, dopo aver amato fino alla morte e averci insegnato a vivere come Lui, il terzo giorno è  resuscitato. È stato visto con gli occhi di questa nostra umanità, toccato con le mani umiliate di Tommaso e, dopo la Resurrezione, le sue parole cominciarono a bruciare nel cuore dei discepoli di Emmaus e oggi nel mondo intero. Se siamo frutti dello stesso albero – anche se così immaturi – perché non dovremmo sperare la stessa sorte? L’ha detto prima di morire: “Vado a prepararvi un posto”». 

  «Cos’è dunque la Salvezza?». 
  «La Salvezza non è un qualcosa da relegare nei Cieli, alla fine dei tempi, ma un paziente lavoro di restauro da fare su questa terra, in questa storia. Salvezza è quindi impegnare tutte le forze della terra e del Cielo per realizzare il Progetto-uomo così come è voluto da Dio stesso e che si chiama Gesù Cristo. La maturità umana è vivere come Gesù ha vissuto, amare come Gesù ha amato, morire come Gesù è morto e quindi ricevere il dono della Resurrezione come Gesù ha ricevuto. Da parte nostra è amore – se amo, sono salvo – e speranza, mentre da parte di Dio è Amore e dono finale di una vita con Lui nei Cieli nuovi e Terra nuova». 
  «Avevo bisogno di questo conforto, Padre». 
  «Con l’aiuto dello Spirito Santo, proclamiamo il Credo, in cui si afferma che Gesù, il Figlio di Dio, per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal Cielo. Certamente non fu il salvatore che gli ebrei si aspettavano come Messia, cioè un altro Re-Davide molto più potente, tanto da vincere il mondo intero e instaurare un nuovo regno di pace. In questo, certo Gesù li deluse». 


Progetto di Dio 
Dopo un istante, Teofilo riprese: 
  «Noi crediamo che Dio è Amore e il fine per cui ci ha creati è che possiamo amare anche noi. La Salvezza di Gesù non è quindi questo insegnamento e la forza che ci dà per renderci capaci di amare come ci ha amati Lui stesso?». 
  «Ed essendo noi così incapaci di realizzare questo progetto, per la nostra salvezza, nei millenni, Dio ha mandato santi e profeti ad insegnarci questo desiderio, questo progetto, questa volontà di Dio stesso, ma il lavoro è stato arduo e, com’era prevedibile con creature così fragili, non è stato possibile realizzarlo fino in fondo. Questi profeti erano riusciti a proporre di amare il vicino, quelli della propria famiglia e del proprio clan. Ma come si poteva andare oltre? Proporre di amare uno che non mi ama o mi odia o mi perseguita, amare un nemico… Come si poteva pretenderlo? Amare un nemico è disumano. Solo se riceviamo del ‘divino’ in noi possiamo compiere un simile atto. Per tanti secoli, nemmeno Dio lo propose, sapendo che i tempi non erano maturi. Per questo è stato necessario un intervento in più: quello dell’Incarnazione». 
  «Padre, poiché dite che Dio ha mandato Santi e Profeti, vi voglio dire che io sono debole e mi scandalizzo di tutto come un bambino. Ho appena letto una pagina in cui Mosè in meno di venti righe (Numeri 31, 1-18) dà quattro comandi diversi, ovviamente tutti in nome di Dio. Dapprima manda dodicimila uomini armati a sterminare i Madianiti, nemici e portatori di infedeltà. Poi, infuriato perché i soldati hanno lasciato vivere le donne che secondo lui erano responsabili di aver portato l’infedeltà in Israele, mandò a sterminare le donne sposate, ma anche i bambini-ragazzi maschi, i più innocenti, le donne sposate, ma anche i bambini-ragazzi maschi, i più innocenti, furono uccisi. Da ultimo però permise che le ragazze ancora vergini venissero risparmiate e che i soldati potessero tenerle per loro. Questa, come tante altre pagine della Bibbia, mi rende furioso contro questa ‘Parola di Dio’, contro questi comandi di Dio contradditori». 
  «Teofilo, stiamo parlando della fatica di Dio a salvare quel popolo che non era capace di lasciarsi salvare. Quando parlava ai Patriarchi, Santi, Sacerdoti e Profeti venuti per salvarci, Dio parlava in realtà a uomini con tutti i limiti umani. In Mosè non c’è solo santità, ma anche orgoglio, vendetta, e pure il potere, che a volte si fa spazio nelle sue viscere. E il miracolo della misericordia di Dio è che Lui, il Signore, continui a prendere per mano il suo popolo, che passa da un’infedeltà a una richiesta di perdono, a un’altra infedeltà ancora». 

  «Riconosco tutta la debolezza umana anche nei Servi di Dio, ma nel proclamare pagine che più sono disumane, più ci fanno prostrare di fronte alla bontà misericordiosa di Dio, penso tuttavia ai deboli che durante le celebrazioni, dopo una pagina come quella di Mosè che vi ho appena citato, dichiarano: “Parola di Dio”». 

  «Sono d’accordo con te, Teofilo: è un concetto che dovrebbe essere spiegato. Nella liturgia preferirei sentir usare un’espressione come: “Storia di Dio tra gli uomini”; “Rendiamo grazie a Dio, perché eterna è la sua misericordia” o qualcosa di simile. Per inciso, si potrebbe osservare che anche i musulmani sarebbero più coerenti se al termine di ogni pagina del Corano proclamassero: “Parola di Allah”, perché nella teologia islamica la parola scritta nel loro Libro sacro sarebbe dettata da Dio (da Allah stesso). Se per i musulmani la parola di Dio è diventata un libro, ormai sigillato in tutte le sue parole, non così è per noi: la Parola di Dio per noi cristiani è diventata un uomo, Gesù, il Figlio di Dio. 
  Per noi Dio non si è “incartato” in un libro, ma si è incarnato, diventando uomo come noi, eccetto che nella pigrizia di fare il Bene. 
Gesù ci ha parlato con linguaggio umano e gli evangelisti hanno usato il nostro stesso linguaggio per tradurre le parole del Salvatore che, alcune volte, per il fatto di essere filtrate dalla loro cultura e dai loro limiti, ci hanno offerto dei testi passibili di approfondimenti e di studi teologici, storici e scientifici. Ma abbiamo fatto tardi, dobbiamo ritirarci».