IL DIALOGO DEI MONACI

Capitolo V

IL SACRAMENTO DEL PERDONO
pag. 60-84

La Resurrezione, sigillo di verità
  Non passò molto tempo e Teofilo si ritrovò a fare altre domande: 
  «Padre, alcuni di coloro che vengono all’eremo si sentono tagliati uori dalla Chiesa, non capiti. Qualcuno, privato della Comunione eucaristica, dopo lunghi anni sente il peso di questo digiuno, che sembra causare in lui una comprensibile anemia spirituale». 
  «Quando Gesù, davanti al pane e vino, segno del suo corpo e sangue, dice che li offre per il perdono dei peccati, non lo dice per convincere il Padre a perdonarci, cosa che Dio ha già fatto. Io parafraserei: “Sì, domani mi lascerò crocifiggere per il perdono dei peccati, cioè per poter perdonare chi mi crocifigge. Vi ho detto che bisogna amare i nemici e mi lascerò crocifiggere per poterne dare testimonianza. I nemici li perdonerò io perché anche voi perdoniate ‘in memoria di me’: se avrete anche voi la forza divina di perdonare sarete salvi e la mia Resurrezione sarà il sigillo di questa verità”». 
  «Sentendovi parlare della misericordia di Dio, ho annotato dei pensieri per far meditare i nostri ospiti. Se lo riterrete opportuno, avremo un pezzo di carta in più per ricostruire nuove speranze». 
  Lo starez apprezzò la suggestione di Teofilo e si stupì persino che il giovane avesse preso tanto sul serio le lezioni impartitegli per aiutarlo ad entrare più profondamente nella vita religiosa. Si accordarono poi di ritrovarsi settimanalmente per rileggere quegli appunti riordinati e completati, in modo che ne potesse nascere un piccolo opuscolo di misericordia e di speranza. Non passarono molte settimane che gli appunti furono pronti per essere donati. Eccoli:    

Appunti di misericordia e di speranza 
  Se non hai ancora ricevuto un perdono pronunciato ad alta voce, un’assoluzione nella Confessione e ti manca la stretta di mano ufficiale della Chiesa, non scoraggiarti e rivolgiti personalmente al Signore, in un dialogo di coscienza: nel profondo Dio dice l’ultima parola. E la parola di Dio, che parla alla tua coscienza, non potrà essere in contrasto con la Chiesa ufficiale, ma può certamente superarla e dirti ciò che un padre spirituale non sa dire. Non giudicare male la tua Chiesa se spesso non ha i mezzi sufficienti per capirti: Lui, il Signore, può darti risposta, può riabbracciarti nella tua coscienza. In ogni caso puo rimanerti il dubbio se la tua coscienza ha inteso bene la voce di Dio oppure no. 
  Come puoi sapere che Lui, il Signore, ti ha capito? La risposta non è difficile: se riesci a pregare e a compiere delle azioni di bontà verso il tuo prossimo, questo è il segno tangibile che il Signore cammina al tuo fianco e che si dichiara disponibile a riprogettare la tua vita. Senza un particolare intervento dello Spirito Santo – senza un dono, una grazia speciale di Dio – non potresti nemmeno dire: “Gesù è il Signore”, né alzare la mano per fare un segno di croce. Se quindi riesci a rivolgerti a Lui e hai il dono di dire col cuore: “Signore, pietà di me”, vuol dire che stai ricevendo la grazia necessaria per vivere in comunione con lui. 
  Il sacramento del perdono è per chi vive senza perdono; per chi vive di espedienti; per chi è divorziato; per chi lavora in attività illecite; per chi pratica l’omosessualità; per chi è tossicomane, spacciatore; per chi distrugge la salute con i vizi; per chi si prostituisce; e tutti gli altri, tutti noi. Tutti hanno bisogno di essere perdonati e tutti devono perdonare. Il sacramento del perdono che ci riconcilia con Dio e i fratelli è un grande dono della nostra Chiesa. È una stretta di mano che mi dice: “Sì, sei perdonato, vivi nella pace, non peccare più”. 

  Mi è capitato tempo fa di avere una discussione con degli zingari. Mi sembrava che uno, di nome Parnò, non volesse capirmi e non trovavo le parole adatte per farmi comprendere. Così persi le staffe e trattai male quell’amico rom, per di più di fronte agli altri. Il tutto finì lì, ma mi restò un peso sul cuore più grande di me. Non riuscivo a dormire, poi mi dissi: “Tanto Parnò mi capisce, mi perdona, non è capace di serbare rancore: è buono di natura…”. Più tardi continuai a pensare: “Come potrebbe non perdonarmi? Sento che mi ha già scusato di tutto” e mi addormentai. Il giorno seguente lo vidi e mi affrettai a chiedergli scusa. Lui mi strinse la mano: “Non pensiamoci più, amici come prima”. È vero che sapevo di essere scusato anche se non avessi mai più incontrato fisicamente l’amico rom, ma quella stretta di mano era ciò di cui avevo particolarmente bisogno. Il sacramento della Confessione, grande dono dello Spirito Santo fatto alla Chiesa, è la stretta di mano di cui abbiamo bisogno, come abbiamo bisogno di tutti i sacramenti. È vero che alcune persone ne fanno a meno per molti anni o per tutta la vita, ma mancherà loro quella gioia e pace che il Signore vorrebbe donare.


Un accenno storico 
  Fino al 300, la Confessione si faceva una sola volta nella vita, dopo di che si affidava il penitente alla misericordia di Dio. Si concesse poi la possibilità di confessarsi più frequentemente e oggi viene dato il Sacramento del perdono ogni volta che il cristiano lo chiede. Anche se qualcuno non riesce a vedere un particolare legame tra questo sacramento e i testi evangelici, dobbiamo in ogni caso riconoscere che il sacramento del perdono è un grande dono dello Spirito Santo alla Chiesa.


Una liberazione faticosa 
  Ci sono situazioni, chiamate da alcuni “stati di peccato o di irregolarità o di incoerenza”, proprie di chi è vittima di un errore o di una disgrazia e non è disponibile ad uscirne perché lo considera il minor male per la propria vita o perché non trova la forza di decidere altrimenti o ritiene che quello stato di vita sia la scelta migliore, quindi un bene, mentre gli altri cristiani lo valutano un male. Ora, se un cristiano giudica buono il proprio comportamento morale, non può chiedere perdono per ciò che ritiene buono. Può avere una coscienza erronea, che però pur sempre coscienza è e anche Dio la rispetta. Ci sono però anche coloro che  portano nel cuore la sofferenza di un’incoerenza e proprio questi, bisogna pur dirlo, potrebbero ricevere una risposta più liberante dalla Chiesa, anche quando i canoni ufficiali, non potendo prevedere tutte le situazioni personali, si esprimono in maniera diversa.


La storia fatica a capire la giustizia e a diventare misericordia 
  Qual è il criterio per dire che un determinato comportamento è peccato? Non intendo, in queste pochissime pagine, fare un riassunto della morale, desidero solamente ricordare una certa relatività storica nel considerare i comportamenti morali o immorali e questa relatività è data dai limiti umani e dai mutamenti storici, dalla durezza di cuore e dalla dura cervice. Qualche esempio. Nell’Antico Testamento “non uccidere” significava non uccidere quelli del tuo popolo, gli ebrei e “non rubare” significava non rubare a quelli del tuo popolo. Ma i nemici potevi e spesso dovevi ucciderli e pure derubarli dei loro bottini. Con Gesù Cristo si fa luce. Il solo desiderio di peccato è già peccato. Se uno vuole la tunica, il Vangelo ci dice di dargli anche il mantello. Non solo non si deve uccidere, ma nemmeno tagliare un orecchio al nemico. Con Gesù ci viene chiesto persino di amare chi non ci sa amare o il nemico stesso. 

  Nasce dunque il cristianesimo e, con esso, un nuovo comportamento morale, che libera sempre di più il cuore dell’uomo, ma quanta fatica per camminare verso un cuore più libero! Fino al III secolo, per ordine del successore di Pietro e degli altri Vescovi, i cristiani non potevano fare il servizio militare per non rischiare di uccidere qualcuno e chi aveva grande difficoltà a lasciare una carica militare doveva promettere che non avrebbe mai ucciso nessuno. Nonostante queste aperture, dopo Costantino capita il contrario. Le stesse persone danno un ordine diverso: solamente i cristiani possono prendere le armi e fare le guerre (infatti ci si fidava solo più dei cristiani). Prima del 300, chi faceva la guerra era fuori della Chiesa. Dopo il 300 era fuori della Chiesa chi non la faceva. Questi esempi ci dicono con quanta umiltà dobbiamo giudicare le azioni degli altri e persino di noi stessi.


Il perdono è gratuito 
 Molti cristiani che si trovano in situazioni particolari si chiedono: “Posso ricevere il perdono di Dio nella Chiesa con la Confessione? Posso partecipare alla Messa e ricevere l’Eucarestia?”. Alcuni si sono scoraggiati dopo le parole di un confessore disattento o di chi, con una grande speranza, cercava di stimolarli a una revisione di vita più vera. Altri non hanno nemmeno provato a sentire la parola o un consiglio diverso perché si sono già condannati da soli. 
  Queste pagine sono per dire che il perdono esiste e il perdono, voglio gridarlo, è gratuito. Non nasce da un contratto di questo tipo: “Io do la mia conversione a Dio ed Egli mi dà il perdono”. Dio non mi dice: “Ti perdono se ti converti”, no! Il Signore mi perdona e poi mi chiede la conversione, anzi, mi chiede tutto: avere un cuore puro per vedere Dio; essere povero per accogliere in me il Regno di Dio; porgere l’altra guancia a chi mi ha percosso; fare del bene a chi ha fatto del male; amare i miei nemici; amare come Lui ha amato; essere perfetto come è perfetto il Padre che è nei cieli. 


Gesù all’adultera 
  Gesù non dice a quella donna: “Se sei disposta a cambiare vita ti perdono, altrimenti vado a chiamare quelli che volevano lapidarti, perché tornino indietro”, no. Gesù la perdona gratuitamente e indipendentemente dai progetti di lei. Solo in seguito le rivolge un invito: “Va’, non peccare più”. E non fa firmare nessun documento per accertarsi se è pentita e nessuna parola dice che lo fosse. È possibile che quella donna amasse follemente l’uomo con cui era stata sorpresa in flagrante adulterio. È possibile che nella sua caparbietà dicesse nel suo cuore: “Preferisco morire sotto le pietre che lasciare quell’uomo”. In ogni caso, Gesù la perdona.


Ancora perdono  
  Così Gesù fa con il paralitico: in primo luogo lo perdona, perché sa che più di ogni cosa ha bisogno di quella guarigione interiore, poi gli farà la catechesi, la spiegherà agli altri, lo guarirà pure, ma prima di tutto gli dà il sacramento del perdono, gratuitamente. 
  Può sorprendere, ma in questi casi del Vangelo, il perdono non viene nemmeno richiesto (e chi avrebbe osato?). Viene dato e basta. Dato perché Gesù ha l’autorità di darlo, gratuitamente perché il perdono non richiede ricompense, accolto dal peccatore non per altro, ma solo perché è disposto a lasciarsi perdonare. Bisogna pur dire che quando preghiamo: “Signore, pietà”, oppure: “Signore, perdonaci”, probabilmente nella nostra mente chiediamo che Dio ci guardi nuovamente con sguardo pietoso e misericordioso e cessi di essere offeso o arrabbiato con noi, ma volga un’altra volta il suo sguardo benigno e finalmente ci perdoni ancora. 
  In realtà, Dio non deve fare nulla di tutto questo (come troviamo in alcune preghiere). Egli non è mai stato arrabbiato o offeso con noi. Ha già perdonato il nostro peccato da quando l’abbiamo pensato e poi realizzato, fosse anche stato il peggiore dei progetti criminali. Dio mi ha già perdonato e la ragione è semplice: Lui è Dio e in quanto tale non può non amarmi. E come potrebbe amarmi senza avermi perdonato? Il problema è un altro: sono io che non ho la buona volontà di ricevere il perdono. 
  Dal momento in cui abbiamo errato e Lui ci ha perdonati, il Signore sta alla nostra porta e bussa: “Figlio, ho il perdono da  consegnarti, ma apri la porta perché possa offrirtelo. Sono già due ore, già tre settimane, sono già tre anni o trenta che aspetto: io busso per consegnarti il perdono, ma tu non apri. Apri la porta del tuo cuore e riconciliati con me. Io sono già riconciliato con te, ma aspetto che faccia la tua parte”. E come si apre la porta da parte mia? Col pentimento di aver sbagliato, col proposito di non commettere più quell’errore e una sincera volontà di convertirmi e fuggire le occasioni prossime del peccato. Se c’è questo da parte mia, il sacramento del Battesimo e della Penitenza mi confermano che mi sono riconciliato con Dio.

  Durante la Confessione, in seguito all’accusa dei peccati e alla richiesta di perdono, il confessore non deve telefonare a Dio per autorizzarlo a perdonarci, perché Lui ha già perdonato, ma semplicemente deve aiutare il penitente a pentirsi e a desiderare sinceramente di voler cambiare vita, dopodiché il confessore ha ancora il ruolo di rappresentare l’intera comunità ferita dagli sbagli di ciascuno. Se, infatti, ho dato scandalo in piazza davanti a mille persone e, in seguito, ciascuno è andato da mille parti diverse, come posso chiedere e ricevere il perdono, se queste persone nemmeno le conosco? Il fatto che il presbitero rappresenti la comunità mi aiuterà ad ottenere quel perdono. 

  “Allora, se offendo una persona e le chiedo perdono, posso ricevere il perdono direttamente da lei, senza confessione?”. “La confessione è un dono ed è bene non rinunciarvi, perché ogni peccato, piccolo o grande, ferisce la grande famiglia umana di cui faccio parte, quindi in qualche modo ho bisogno del perdono di ciascuno, e anche in questo caso il presbitero – che rappresenta tutta la Chiesa e il mondo ferito dal mio peccato – può aiutarmi a ricevere il perdono”. Da ultimo, è come se il confessore dicesse: “Dio ti ha perdonato, da parte mia e da parte della comunità io pure ti offro il perdono. Ora devi solo più pentirti dei tuoi peccati, proporre di non peccare più e io ti dichiaro riconciliato con Dio”. 

  Il confessore non è un “Dio in terra”, incaricato di perdonarmi o meno a suo piacimento, o uno che, dopo avermi sentito e valutato le mie intenzioni, viene autorizzato da Lui a perdonarmi. No, nulla di tutto questo: Dio ha già perdonato tutto e ora attende solo più la mia riconciliazione. E che significa dunque: “Ciò che non sarà sciolto sulla terra non sarà sciolto in cielo”? Semplicemente che, in alcuni casi, quando il presbitero si rende conto che il penitente non è pentito e non è disposto a lasciare il peccato, né a rimuoverne le cause e non vuole convertirsi o non è disposto a perdonare chi lo ha offeso, deve dirgli: “Poiché non sei sinceramente pentito e non vuoi convertirti, non posso ancora dichiararti riconciliato con Dio”. 

  A quel punto, il confessore può chiedere un tempo penitenziale aumentando la preghiera, gli atti di carità, il digiuno da curiosità, letture o immagini che idiotizzano la persona, per ottenere dal Signore la grazia di una conversione sincera. E, dopo qualche settimana, tornare e riproporre la revisione di vita accompagnando con infinito rispetto la fatica della Resurrezione.


Bisogna proprio confessarsi? 
  A chi chiede se bisogna proprio confessarsi almeno una volta l’anno come indica la Chiesa, anche se molte chiese protestanti non sentono l’importanza di questo sacramento, si può rispondere, senza scomunicare nessuno, che molti bambini non hanno mai ricevuto un bacio dalla mamma, ma coloro che ne hanno ricevuti tanti sono molto più fortunati.


Il ladro crocifisso 
  “Oggi sarai con me, in Paradiso”. Non è fuori posto vedere anche qui un perdono incondizionato, un’accoglienza nella misericordia. 

  Gesù non dice neppure: “Non peccare più”, non tanto perché non ci fosse più tempo per fare peccati; infatti lunghe ore lo separavano dalla morte, ore immense e più che sufficienti per disperarsi, per mettersi a bestemmiare. Gesù non chiede nulla, perché la sofferenza è troppo grande e deborda da ogni parte: in questi casi si offre solo più il perdono.


Il documento dei Vescovi del Reno 
  Il testo a cui mi riferisco è stato pubblicato integralmente in italiano dalla rivista “Il Regno”. Quell’opuscolo non è un capitolo di un documento conciliare, bensì un’accorata proposta di alcuni pastori (Vescovi) che invitano il loro gregge alla misericordia. 

  La misericordia non si usa quando tutti i conti tornano, ma anche quando non tornano. La misericordia non si usa solamente verso chi si è già convertito, ma specialmente per chi è ancora nell’errore e spesso non sa venirne fuori o non ha la forza di fare un passo più coraggioso. In breve, tutti hanno bisogno di essere perdonati e tutti devono perdonare. A 83 anni, prima di morire dopo una vita di guida spirituale intensissima, il mio parroco mi disse: “Non ho mai negato l’assoluzione a nessuno. Ho sempre cercato qualche ragione per poter perdonare. Così ha fatto il nostro Maestro di Nazareth”. 

  I Vescovi del Reno avevano proposto un testo per i sacerdoti che attendevano le confessioni e un testo per coloro che volevano approfondire il discorso sul sacramento del perdono in situazioni familiari irregolari. E, ancora, i vescovi avevano pure preparato una lettera pastorale semplificata per essere letta in tutte le parrocchie delle Diocesi del Reno e così si fece in sostituzione dell’omelia per due domeniche consecutive. 
  Il documento si riferiva alla Comunione ricevuta o negata a chi vive in situazione che contrasta in parte con la disciplina generale della Chiesa cattolica romana. Si diceva che, se una persona sposata ha ricostruito una seconda famiglia per diverse ragioni di fragilità o per errori propri o del partner e non ha ricevuto l’annullamento del primo matrimonio da parte della Sacra Romana Rota (Tribunale ufficiale della Chiesa Cattolica, può incontrare altre soluzioni per giungere alla riammissione al sacramento della Comunione. Infatti, se oggi questa stessa persona riconosce nel profondo della sua coscienza che al momento del suo matrimonio era stata presente una qualche invalidità (ed è così raro che non ve ne siano) questa persona può accostarsi al sacramento della Comunione (pur senza aver ricevuto un’invalidità ufficiale). 
  Nel testo si consigliava pure che questa decisione fosse presa durante una revisione di vita fatta con il proprio parroco o altra guida spirituale, ma al di fuori del contesto della Confessione, perché non si chiede che venga perdonata una colpa per accedere all’eucarestia, ma semplicemente si fa luce sulla propria situazione a livello di coscienza, privilegiato luogo dove Dio dice l’ultima parola. Si chiedeva pure che, quando il chiarimento fosse avvenuto mediante un confronto con una guida spirituale (non il parroco), bisognava semplicemente informare il proprio parroco che la situazione di irregolarità era stata risolta a livello di coscienza. 
  La succitata proposta del piccolo episcopato del Reno prende in considerazione la seconda convivenza matrimoniale che non ha ottenuto l’annullamento del precedente matrimonio, perché non sempre si può esprimere con parole un’invalidità a un Tribunale ecclesiastico che si può solo basare su particolari terminologie con contenuti giuridici, mentre la propria esperienza può andare ben oltre l’esprimibile giuridico e solo la coscienza la può leggere. 

  A questo punto voglio esprimere una considerazione personale, non esplicitata nel testo. Indirettamente si può arrivare alla conclusione che, se un uomo e una donna vivono una relazione matrimoniale e si riconoscono in grazia di Dio (in quanto partecipano alla Comunione), la loro relazione è quella del Sacramento del matrimonio con tutte le Grazie che il Sacramento comporta, anche se questo sacramento non è stato celebrato ufficialmente in una chiesa. 
  Per capire come lavoravano in sintonia il Prefetto del Tribunale Vaticano Cardinal Ratzinger e Giovanni Paolo II, è bene osservare come si concluse la proposta sopraccitata. Un anno dopo (non tre giorni dopo) la pubblicazione del testo dei Vescovi del Reno, il 
Prefetto Card. Ratzinger rispose ai Vescovi del Reno che, dopo lunga preghiera e riflessione, il suo Ufficio che presiede alla Fede cattolica non si sentiva di dire un Sì ufficiale alla loro proposta, ma invitava a una riflessione più profonda, accompagnata da preghiera per ottenere una luce in più nel futuro, mentre Giovanni Paolo II nominò Cardinali due dei tre vescovi che avevano redatto il testo. 

  Questo “Sì” e “Non ancora” espresso dalla Chiesa di Roma diceva anche la difficoltà di offrire linee guida alle più diverse culture del mondo che si sarebbero prestate a letture non corrette del documento. Penso non sia fuori posto ricordare che, nella sua prima omelia, Papa Francesco, parlando della misericordia, citò un libro del Card. Kasper (appunto uno dei tre, allora Vescovi, redattori del testo commentato appena sopra). In quell’omelia sulla misericordia il Papa aveva concluso: “Dio non si stanca mai di perdonare. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono”.


Beneditemi, padre, perché ho peccato 
  Nella breve carrellata che segue, ascoltiamo per un istante chi non ce la fa ed è “a terra” come un mendicante curvato sotto i giudizi di tutti coloro che dicono: “Potrebbe pur fare altro”. Ascoltiamo anche chi è riuscito a riscattarsi per dire a noi stessi e agli altri: “È possibile fare qualcosa di diverso”. 
   - Se tu che leggi sei “a terra” con la testa bassa cerca di 
     vedere se qualche soluzione nuova è ancora possibile; 
   - se sei già in piedi e cammini, non disprezzare nessuno perché 
     sai quanto è faticoso rialzarsi; 
   - se sei un prete che accogli il desiderio del perdono, giudica 
     sempre e solo secondo il cuore di Cristo. 


Oshok  [2] 
La vigilia della prima Comunione di suo figlio è andato a confessarsi ed è arrivato a casa deluso perché il prete non gli aveva dato l’assoluzione e, con molta semplicità, lo disse ad alcuni amici di famiglia e a me. Raccontò all’incirca così: “Tra le altre cose ho detto che sono andato a rubare e lui mi chiese se ero disposto, se non a restituire, almeno a non rubare più e a fare qualcosa di diverso per vivere e io: Ma come faccio? Non so fare altro, lascerei morire i miei figli. Oltretutto, nessuno mi prenderebbe a lavorare perché non ho i documenti in regola. Poi mi ha detto delle parole molto belle. Io non capivo tutto ciò che mi diceva, ma si comprendeva che era un uomo di cuore, però io, domani, non potrò fare la Comunione”. 

  Non escludo che questo stimolo, questo sentirsi fuori posto, non abbia giovato al mio amico, ma vorrei raggiungere quel prete con queste righe per dire che probabilmente il suo non era l’unico giudizio possibile. Sia chiaro che non ho detto all’amico “Ti do l’assoluzione io”. Bisogna pur allenarsi a vivere con la Chiesa che fa fatica a muovere i passi su terreni difficili, ma quella volta avrei voluto vedere il mio amico più felice. 
 
Mintu 
Sono figlio di commercianti. Sono sposato. Dopo la scuola media, quando la mia casa era diventata stretta, mi ero messo a fare da solo. Mi sono sposato, dopo cinque mesi ho lasciato mia moglie e non ho mai più saputo nulla di lei. Ho conosciuto una sinta mentre andavo in accampamento, per vendere qualcosa che avevo trovato in giro. I miei cognati zingari lavorano tutti nello spettacolo viaggiante e sono riuscito a entrare in quel giro di lavoro. È un lavoro che mi piace ed è onesto, a differenza di quello che facevo prima. 

D. Sei contento della tua vita? 
R. Direi di sì. 
D. Gesù Cristo è importante per te? 
R. Certo. La mia famiglia di origine è molto cattolica e praticante. Io un poco meno. 
D. Hai fatto la prima Comunione? 
R. Anche la Cresima, ma dopo mi sono allontanato, forse trascinato dai miei amici. 
D. Sei sposato in Chiesa? 
R. No. Sia il primo che il secondo matrimonio li ho fatti in civile. 
D. Hai figli della prima moglie? 
R. No. Due bambini dalla seconda. 
D. Ti piacerebbe riprendere più seriamente la vita cristiana? 

R. Si, ma non saprei che fare. 
D. Saresti contento di celebrare il matrimonio cristiano? 
R. E cosa dovrei fare? 
D. Ne parli con tua moglie e ci incontriamo qualche volta per preparare questo regalo che tu e tua moglie potete fare a voi stessi e ai vostri figli. 


Taposh 
Ero sposato da otto anni. Mia moglie ed io eravamo impegnati in parrocchia. Ci sembrava di essere, non dico buoni cristiani, ma ce la mettevamo tutta. Improvvisamente lei si è innamorata di un ragazzo con cui lavorava.È stato un terremoto in famiglia. Io l’ho minacciata, ricattata, perdonata, ma non è valso a molto. Ho le mie colpe anch’io, lo riconosco, ma mi sembra di essere stato più onesto. Ci siamo separati. Hanno dato la figlia a lei e io mi sono sentito solo. Ora convivo con una signora che chiamo mia moglie, però riconosco che ci manca qualcosa perché non siamo sposati: la nostra situazione è irregolare. Ne ho parlato col mio parroco: “Non posso mica stare tutta la vita da solo”, ma lui non mi ha capito. 
D. Hai provato a parlare anche con altri? 
R. No. 
D. Riesci a partecipare alla messa alla domenica? 
R. Sì, quello sì, ho mica ammazzato nessuno. 
D. Andate tutti e due? 
R. Sì, sì. 
D. Alla Comunione? 
R. No, non sono mai più andato e nemmeno lei. 
D. Ti manca qualcosa nella vita? 
R. Sì, vorrei di nuovo quella pace che avevo una volta, anche se mi sembra di essere a posto in coscienza, ma sento che qualcosa non va. 
D. Consideri questo una disgrazia? 
R. Ecco, sì, forse una disgrazia. 
D. Se vuoi, torna qualche volta a riparlare di questo, perché certamente Nostro Signore vuole ridarti quella pace che dici di non avere più, e dartela in questa nuova famiglia che hai costituito. 

  

Airin 
Ho 94 anni. A 28 sono rimasta vedova con quattro figli. Mio marito, quando è morto, aveva la mia stessa età. Ho lavorato e cresciuto i miei figli. Non ho mai pensato ad altri. Il Signore mi è sempre stato vicino. Non mi sono mai pentita di aver fatto così. 


Jumka 
“Una cosa ho capito, una cosa sola mi hanno spiegato molto bene ed è questa: non potrò mai fare altra vita che questa. La prima volta me lo disse un uomo gentile, che sembrava anche intelligente: non ci credetti, ma poi me lo ridisse e me lo ripeterono altri. Mi fecero capire che ero un fallimento da tutti i punti di vista, che non sarei riuscita a far altro che lavorare sulla strada o a domicilio: era l’unica soluzione. Prima disprezzavo le prostitute e adesso forse disprezzo me, ma sono certa che non potrò fare altro nella vita. Forse non ci crede, ma io prego Dio, lo prego sempre”. 
D. Saresti contenta di fare un altro tipo di vita? 
R. Ma non saprei da dove cominciare. 
D. Se tu incontrassi un giovane come te che non ti sfruttasse, ma ti volesse bene e volesse mettere su una famiglia con te, che ne pensi?”. 
R. Mai nessuno mi ha detto che questo potrebbe essere possibile. 
D. Forse si tratta solo di cominciare a crederci. 
R. Non ti piacerebbe riprendere a frequentare la messa della domenica come facevi una volta? 
R. È da tempo che non ci penso più, perché ormai la religione, penso, non è più una cosa per me. 
D. Ti posso invitare domenica prossima? Verresti? 
R. Mi troverei comunque a disagio. Tutti vanno alla Comunione e io dovrei stare in un angolo come una scomunicata. 
D. Non invito la gente alla Cena del Signore per poi non offrire nulla da mangiare. Ci prepariamo e vedrai che sarà bello. 

 

Puspo 
Dice: “Sì, sono passata anch’io per quella strada di umiliazione: la rabbia, il cinismo degli uomini, l’egoismo, il disprezzo erano la realtà di tutti i giorni. Non ne sono uscita con le mie forze, non con le mie mani, non con i miei piedi, né con l’intelligenza del cervello o con la forza del cuore. No, Qualcuno mi ha liberata. Questo qualcuno si chiama Gesù Cristo. Mi sono consacrata a Lui e passo la mia vita a liberare chi è schiava della prostituzione, così come lo sono stata io. Ce l’abbiamo fatta in tante”. 

 

Prodip e Omol 
Due ragazzi omosessuali hanno scelto di vivere insieme per risolvere i loro problemi affettivi e di solitudine. Prodip dice: “Ho cercato diversi surrogati, quando mi sono accorto che ero diverso dagli altri. Mi sono dato alla musica, poi mi sono buttato nel lavoro e mi gratificava tantissimo, ma mi trovavo sempre solo. Ho tentato di suicidarmi. Poi ho trovato Omol che mi ha capito e ora viviamo insieme e sono contento”. 
D. Ti consideri cristiano? 
R. Sì, dirò di più: nella scuola media l’insegnante mi insegnò a leggere la Bibbia e me ne servivo quando componevo delle canzoni. 
Una pagina mi ha fatto molto pensare: quando Dio crea Adamo, quest’uomo guarda tutte le cose del mondo, le più belle, ma nessuna gli fa superare la solitudine, è sempre solo, terribilmente solo, fino a quando trova qualcuno che è ossa delle sue ossa, carne della sua carne. Ho fatto anche una canzone su questa pagina e ho cantato che io, a differenza di Adamo, non trovavo nessuno. 

D. Tu pensi che un uomo da solo non può vivere? 
R. Io penso che un uomo come me, da solo, impazzisce. 
D. Hai visto tanti sacerdoti, religiosi, religiose, anche monaci di altre religioni. Pensi che nessuno di questi possa vivere onestamente il celibato o la verginità? 

R. No, per voi è diverso. Io penso così: una persona normale, pur attratta dall’altro sesso, può scegliere di vivere da sola semplicemente perché può difendersi, evitando tutte le occasioni che la porterebbero ad avere relazioni sessuali con un’altra persona. Ma per noi è diverso: il corpo di cui ci innamoriamo, il sesso verso cui ci sentiamo attratti, lo portiamo sempre con noi, è incollato a noi, per questo per noi è molto più difficile. 
D. Ti capisco. È però anche vero che Dio non permette mai tentazioni superiori alle nostre forze, ma ne parleremo altre volte. Lo sanno i tuoi amici? 
R. Sì quasi tutti, almeno quei pochi amici che mi restano. 
D. Allora degli amici ne hai, non sei solo o meglio non eri solo come dici. 
R. Sì, ma poi ciascuno per i fatti propri. 
D. Preghi qualche volta? 
R. Poco, ma qualche volta sì. 

D. Hai mai parlato con qualche altro prete dei tuoi problemi, di come hai cercato di risolverli? 
R. E cosa gli dico? O almeno so già cosa mi può dire. 
D. E se ti dicesse qualcosa di diverso da ciò che prevedi? 
R. Mi sorprenderebbe. 
D. Secondo te, che cosa può pensare Dio di te? 
R. Non lo so, ma vorrei che mi capisse. 
D. Pensi che la nostra vita continui dopo la morte? 
R. Penso di sì. Sono comunque d’accordo con un mio amico che dice: “Se esiste l’inferno, a noi Dio lo risparmia, perché abbiamo già sofferto troppo qui”. 
D. Quindi non è che tutto sommato stai bene, se mi parli di inferno 
R. Può essere. 
D.
 
Se Dio in persona ti telefonasse e facesse una proposta che non prevedi, saresti disposto a prenderla in considerazione? 
R. Come no? Gli ho chiesto tante volte di aiutarmi. 
D. Ci sono tempi in cui noi non possiamo capire i consigli di Dio e per questo Lui tace e sa aspettare, ma per te oggi potrebbe essere diverso. Ascolta, riconosci di avere degli sbagli nella tua vita da farti perdonare? 

R. Mi trovo confuso a rispondere, ma certamente sì. 
D. Gesù è disposto a riabbracciarti col suo perdono e io pure. Tu pensa solo a questo abbraccio. Se vuoi tornare fra 15 giorni, io cisono. 
(Oggi questo giovane è missionario laico in Africa). 

   
Mothi e Abdullah 
Sono andati da un Vescovo considerato in tutta la Diocesi come uomo paterno e intelligente. Gli hanno esposto i loro problemi e parlato della loro convivenza. Il Vescovo non li ha fatti mettere al rogo, non ha dato il Sacramento del perdono perché non l’avevano chiesto; ma ha raccomandato loro di non perdere la fede, quella piccola o grande fede in Gesù Cristo che dicevano di avere. Il Vescovo li ha invitati a sperare, ad essere disponibili a passi nuovi più maturi, nella loro vita. Ha detto poi che la Chiesa deve ancora molto interrogarsi su questo problema e che il mistero umano ha ancora troppe zone d’ombra, dove non si vede chiaro e non si capisce. Li ha poi salutati da fratelli e ha chiesto loro di pregare per lui, mentre avrebbe pregato per loro, invitandoli a tornare.


Ashim 
Si è espresso così: “Quando i miei problemi sono diventati più grandi di me e ho scoperto di essere omosessuale, ho cominciato a fumare e poi a prendere droga pesante. A volte mi chiedo se sia stato proprio questo il motivo per cui mi sono infognato così o forse è solo un alibi che a volte mi torna comodo per motivare una colpa che faccio fatica a perdonarmi. Comunque, in meno di sei mesi ero irriconoscibile. Ho poi incontrato una comunità veramente carismatica dove mi hanno voluto una montagna di bene e ne sono uscito. Ho frequentato ragazzi come me, poi ho smesso. Adesso mi faccio seguire ancora un poco da un bravo psicologo, faccio yoga che mi aiuta molto e ho trovato un lavoro a metà tempo. Non so nemmeno se avrei la forza di sostenerne uno a tempo pieno. 

D. Vivi da solo? 
R. Sì 
D. Pensi di vivere tutta la vita così? 
R. Spero. 
D. Che cosa ti ha portato a questa decisione? 
R. Tre fatti in particolare. Ho letto una biografia di Ghandi e mi ha impressionato che 20 anni prima della morte, in comune accordo con la moglie, fece voto di non avere mai più rapporti sessuali. Ho letto pure di Budda che ha lasciato la moglie giovane e bellissima per fare una strada ascetica diversa. E, da ultimo, ho visto un giovane che frequentava la scuola con me entrare in monastero appena laureato in medicina. Anche lui ha lasciato la fidanzata di cui era innamorato pazzo. Le letture e la scelta dell’amico saranno pure una casualità, ma il tutto mi ha fatto capire che queste persone, come migliaia e migliaia di altre in oriente e in occidente non sono morte o non muoiono per aver scelto il celibato, ma anzi sono state capaci di fare cose bellissime. Io non ho voglia di farmi religioso né monaco buddista, ma penso di poter fare cose bellissime anch’io. 


Robi 
Sono prete da 14 anni. Quattro anni fa ho lasciato il ministero perché avevo dei doveri nei confronti di una donna che aspettava il nostro bambino e poi è diventata mia moglie. Mi sono sposato in civile. Ho sofferto molto per non aver ricevuto la dispensa, d’altra parte non avevo motivo per riceverla, né scusanti, né attenuanti. 
D. Siete sereni? 
R. Abbastanza. Abbiamo un figlio e sta per nascere il secondo. 
D. Se dovessi tornare indietro? 
R. Farei sempre e solo il prete o mi sposerei e farei sempre e solo il marito e padre dei miei figli. 
D. La fede è rimasta? 
R. La mia non è stata una crisi di fede, ma una crisi affettiva. Non sono riuscito a maturare come prete adulto. Mi sono trovato fuori posto e onestamente dovevo scegliere: non potevo ingannare me stesso, una donna, una comunità. 
D. Partecipate ai sacramenti? 

R. Andiamo sempre a Messa e spero di educare i figli nella vita cristiana più serena possibile. A confessarmi no, perché non potrei ricevere l’assoluzione, sono fuori posto per la Chiesa. 
D. Sei sicuro di non poter ricevere l’assoluzione? 
R. Sì, le leggi della Chiesa le conosco. 
D. Ma la nostra vera Legge, che è pure legge della Chiesa, non è Gesù Cristo? 
R. È vero, ma le leggi della Chiesa devono mediare la Legge di Dio con la singola realtà umana. Così come c’è un Codice di Diritto Civile, che storicizza la Legge Universale e la fa diventare particolare con sanzioni, punizioni e assoluzioni, così c’è un Codice di Diritto Canonico e Leggi particolari nella Chiesa che io riconosco. 

D. Ascolta: le leggi e le norme di comportamento che ci sono nella Chiesa, i Concili, le Dichiarazioni dei Papi e dei Vescovi sono un servizio per far luce sul comportamento morale ma, ripeto, non sono la Legge. La Legge è sempre e solo Cristo. 
R. Però la Legge che è Gesù Cristo dovrebbe concordare con le leggi della Chiesa, altrimenti queste ultime che ci stanno a fare? 
D. Ma spesso Gesù Cristo le supera anche. 
R. Sì, questo è vero. 
D. Tu sai che ogni situazione umana avrebbe bisogno di un intero Codice di Diritto Civile per essere giudicata in un processo ed è per questo che, dopo essere stato illuminato da tutte le leggi civili, il Giudice deve pronunciare un giudizio il più vicino possibile alla Legge Universale. Ho conosciuto Giudici che, senza apparenti cause seconde, hanno punito gravemente piccoli reati e penalizzato con pochi mesi di detenzione reati gravi. E tutto ciò a causa dei contesti sociali, familiari e psichici dell’imputato. Nel caso nostro non è cosa simile? Quando accoglie una Confessione per il Sacramento del perdono, un prete deve lasciarsi illuminare da tutte le norme, dichiarazioni e proibizioni che la Chiesa ha maturato lungo il suo cammino, ma alla fine deve giudicare lui e, se giudica di dare il Sacramento del perdono che è stato richiesto, è perdono della Chiesa oltre che di Dio, il quale certamente precede i nostri stessi desideri di perdono. 
R. Sì, forse è così. Devo pregarci sopra per dispormi ad accogliere quel dono.   


Onil e Jaia 
Il perdono è gratuito ed è possibile offrirlo tutte le volte che c’è sofferenza per il peccato commesso o per il male che è in noi, anche se qualche volta può essere utile l’attesa del perdono, un’attesa come segno, un’attesa penitenziale. 
  I due sposi erano venuti per la Confessione in uno di quei momenti che rasentano la disperazione. Non intravedevano vie d’uscita. Non volevano l’aborto e non riuscivano ad accogliere la nuova gravidanza che li aveva un po’ sorpresi. Facevano fatica con i tre figli, uno dei quali già grande. Avevano fatto tante ipotesi e alcune le abbiamo fatte insieme. Ci eravamo molto aiutati in altri momenti e non potevamo non farlo adesso. 

Il marito era particolarmente angosciato per la moglie, già assai compromessa nella salute. Anche lei non ce la faceva a dire di sì a quel bambino per tutte le implicanze che sarebbero venute in seguito. Abbiamo pregato e riflettuto, poi mi sono accorto che non potevo decidere per loro o da solo sulla loro pelle. Né mi sembrava onesto dire di fare ciò che credevano meglio e poi, eventualmente, confessarli. Come pastore mi rifiutavo di lasciarli da soli. 

  Presi un foglio bianco e, col batticuore, lo firmai e lo diedi loro per firmarlo quando avessero preso la decisione finale, dicendo: “Non posso lavarmi le mani nel momento della scelta. Ora deciderete voi, a casa, se su questo foglio bianco potrete scrivere atto di nascita o se dovrete scrivere atto di morte. Io l’ho già firmato. Se per disgrazia doveste scrivere atto di morte, ritornate da me e andremo insieme a confessarci, perché mi sento corresponsabile con voi. Se direte di no, sarà perché non eravamo degni di accogliere questa vita, non meritavamo questo dono. Tutti i nostri peccati del passato potrebbero farci pagare questo prezzo”. 
  Sono andati a casa senza assoluzione. Il giorno seguente non ho celebrato la S. Messa a causa di quella firma. È vero che sei mesi e mezzo dopo è nato un bambino, senza troppe complicazioni, ma poteva essere diverso. 

  Questo pezzo di mia confessione pubblica l’ho raccontato per sottolineare che non si esclude per principio una sospensione, un’attesa provvisoria dell’assoluzione stessa, purché sia provvisoria e breve. Dio ha scelto di nutrirci attraverso i sacramenti e noi non possiamo fare a meno per molto tempo degli alimenti di Dio stesso.   


Sujit 
Ero andato a trovarlo all’ospedale. Stava male: i reni funzionavano con fatica, il fegato era distrutto dalla cirrosi e i polmoni schiacciati dal liquido che gli impediva di respirare. Parlava a stento. In pochi anni l’eroina lo aveva ridotto uno straccio, anche se c’era stata una pausa di un paio d’anni. In quei due anni ci eravamo conosciuti. Il ragazzo aveva ravvivato la fede e fatto un cammino non comune. Sapeva bene chi era Gesù Cristo, cos’erano il bene e il male e sapeva pure di essere troppo fragile. 
  Quel giorno, poco prima di morire, mi disse: “Non ce l’ho fatta, ma questo non sarebbe niente, il peggio è che non ce la faccio, 
nemmeno adesso. E se non mi inietto una dose non è per altro, ma solo perché non posso”. 

  Impiegò diversi minuti per dire tutto questo, in quanto la voce usciva a fatica. “Vedi – mi diceva – ho aghi da tutte le parti, sono inchiodato, non posso muovermi, altrimenti almeno una volta…”. 

  “Ascolta – gli risposi – mi ha mandato qui da te un comune amico, lo sai. Gesù Cristo mi incaricato di dirti che ti vuole bene così come sei, proprio così. Se fossi riuscito a liberarti certo sarebbe stato bello per te, per me, per Lui, ma se non sei riuscito la sua amicizia con te rimane la stessa, hai capito?”. 
  “Mi perdona?”. 
  “Sì, certo che ti perdona!”. 
  “Anche se non riesco a smettere nella mia testa e se domani sto meglio vado di certo a cercare una dose?”. 
  “Sì, ti perdona così, così come sei tu ora. Ti dispiace di come sono andate le cose, vero?”. 
  “Certo che mi dispiace!”. 
  Ha poi continuato. Ha voluto confessarsi, anche se con poche parole ed io, a nome della Chiesa, ho potuto dargli il Sacramento del perdono. Morì poche ore dopo. 


Fatima 
“Dopo cinque anni di matrimonio, un giorno lui uscì ed entrò poco dopo per dirmi che non si sarebbe più fermato in casa perché aveva scelto un’altra persona. Il bambino stava ancora dormendo. Lui uscì senza nemmeno entrare a prendere qualche vestito o altro. Forse temeva di dover discutere e preferì fare in quel modo. Rimasi come un’idiota e guardai dalla finestra: con mia sorpresa vidi che non era una donna ad aspettarlo, ma un uomo. Quando mi resi conto che vivevo ancora in questo mondo, compresi anche perché tutta quella fatica a vivere insieme in quegli anni con un marito che era tale solo di nome. Pensai al bambino, a come avrei fatto, pensai se mi avrebbero potuto aiutare i genitori o i suoceri. Pensai al mio futuro, agli amici. Tutti questi pensieri mi assalirono il cervello. Seguirono tutti i tentativi di soluzione, intanto io mi stavo abituando ad accettare la realtà così com’era. Ho pensato di ricostruire una famiglia, se avessi incontrato la persona adatta e la trovai. Ho fatto qualche tentativo per la richiesta di annullamento di matrimonio, ma per vari motivi non si riuscì a venirne a capo”. 

  Intanto ci incontrammo e più di una volta riflettemmo su come muoverci per raccogliere quei cocci che rimanevano e ricostruire con responsabilità il futuro. Si pensò al nuovo matrimonio, ma Fatima, essendo cattolica e praticante, faceva fatica a pensare a una convivenza senza matrimonio che non fosse sacramento. Dopo vari tentativi, si dovette rinunciare all’annullamento ufficiale. La mia proposta finale, dopo molta preghiera e non senza chiedere consiglio, fu: “Poiché riconosco delle invalidità in quel matrimonio celebrato anni fa, propongo il matrimonio civile e io vengo da testimone. Sapete che i ministri del matrimonio sono gli sposi e il prete è solo un testimone, ovviamente a nome della Chiesa. Durante la celebrazione del matrimonio, ufficialmente io risulterò un cittadino italiano comune, mentre voi sapete che sono anche prete e testimone di questa nuova ricomposizione”. 

  Il parroco della ragazza, uomo anziano e molto paterno, non trovava le parole per ringraziarmi e mi propose anche, dopo la cerimonia, di accompagnare gli sposi in una cappella della parrocchia per una benedizione in più. Ringraziai anch’io, ma non era necessario: in quella celebrazione ci sarebbe già stato tutto. In casi simili, altri preti seguirono quella stessa strada, compreso il vicario diocesano di una Diocesi vicina. Sono passati molti anni e riconosco che il modo in cui si sono risolti i problemi è stato una grazia.  



Ammettere ai sacramenti 
  Qualche sacerdote è preoccupato di ammettere ai sacramenti un “peccatore pubblico” a motivo dello scandalo: è un rischio che dobbiamo correre nelle nostre comunità. Se i cristiani non diventano misericordiosi verso gli altri, bisogna aiutarli a diventare tali, altrimenti facciamo un peccato in più giudicando il fratello peggiore di noi stessi. 

    


Verso il perdono 
  Qualcuno dice che il pentimento è vero quando il peccatore lo dimostra prima a Dio, poi a se stesso e alla Chiesa, cambiando vita e rimuovendo gli ostacoli che impediscono un onesto comportamento morale. Da parte mia, mi ostino a dire che il pentimento è la sofferenza, il dispiacere per le ferite del peccato che ci sono in noi e questo non significa sempre essere capaci di guarire. 
    


Il figlio prodigo 
  È pur vero che non posso dire: “facciamo festa” al giovane mentre pascola i porci e si accontenterebbe delle ghiande dei medesimi. A questo ragazzo devo dire: “Cerca di tornare a casa, là c’è la vita”, ma se questo non riesce a tornare che faccio? Lo lascio morire? 

  Ho un bel ricordo di un figlio che, a differenza del figlio prodigo, non tornò mai a casa. Era alcolizzato e non aveva mai creduto di poter fare qualcosa di più che vivacchiare. Ma il fratello maggiore, che si sentiva responsabile di lui, ogni giorno gli portava da mangiare e non gli lasciò mai mancare nulla, nemmeno i soldi per le partite a carte con gli amici. Motivava il tutto in questo modo: “È fatto così, ha questa malattia ed è mio fratello”. Il tutto tradotto in linguaggio teologico: non lasciò il fratello senza sacramenti. 
    
Ancora una parabola: 

   
Se la pecora smarrita non torna a casa, il buon pastore va in cerca di lei. Se la trova tra le spine non può invitarla a fare festa tra i rovi, la festa si fa nell’ovile dove si mangia l’erba e si beve. Ma se il pastore trova la pecora in qualche crepaccio della montagna e non riesce a tirarla fuori, non si rassegnerà facilmente a lasciarla morire di fame e di sete per il solo fatto che non può mangiare e bere come le altre nell’ovile. 
  Il buon pastore porterà l’erba, la lascerà calare nel crepaccio con l’acqua mentre cercherà qualche soluzione per il giorno dopo, sperando che l’energia della pecora e la creatività del pastore trovino una via d’uscita.


Ai margini 
  Non escludo che un breve tempo ai margini della Comunione, tempo in cui si priva un fratello del cibo della festa, non possa essere utile alla purificazione e stimolo a un cammino di autentica vita cristiana. Non escludo nulla di tutto questo, purché il tempo del digiuno sia breve, altrimenti il fratello rischia di morire di fame e i sacramenti sono questo cibo e se tutti ne hanno bisogno, in primo luogo ne ha bisogno chi è più debole.

Giovanni Battista 
  E se il tuo confessore non ti ha ancora offerto il sacramento del perdono, mentre preghi e leggi la Bibbia e compi azioni di carità, tutti sacramenti del Cristo, pensa a Giovanni Battista che manda da Gesù alcuni amici per chiedere se è Lui il Cristo o se deve attendere un altro. Gesù invita i messaggeri di Giovanni a riferire: “I ciechi vedono, gli storpi camminano, i carcerati sono liberi, i morti risuscitano”. 
  Cosa avremmo pensato noi al posto di Giovanni, se avessimo inteso “i carcerati sono liberati” e intanto avessimo dovuto costatare che le catene e i piedi restavano chiusi, mentre l’inferriata alla finestra e la porta continuavano a imprigionarci? E se avessimo inteso “i morti risuscitano”, quando noi sapevamo che la sera stessa sarebbero venuti a decapitarci? A noi sarebbe bastata una libertà qualsiasi, una “libertà provvisoria”, pur di uscire dal carcere, invece a volte il Cristo e anche la Chiesa ci può lasciare in “detenzione” provvisoria per una liberazione e assoluzione con “formula piena”. 


A un amico penitente che soffre 
  Caro amico, 
pur in una situazione difficile, simile a una di quelle di cui ti ho parlato, se nella nostra Chiesa ti senti capito da qualcuno che può incoraggiarti e illuminarti nel tuo difficile cammino, ringrazia il Signore. Se invece ti sei sentito rifiutare i sacramenti e per questo ti sei emarginato, sappi che il Signore Gesù può capirti e, mentre lo stesso Signore ti chiede soluzioni sempre più coraggiose, sa accogliere anche la tua impotenza e persino la tua volontà fragile, al punto di essere incapace di cambiare vita e guarire. Intanto prega, leggi il Vangelo, compi gesti d’amore, rifletti e renditi disponibile a un domani migliore, più maturo e quindi più portatore di gioia. E, se ne hai la possibilità, non cercare di fare il cammino da solo, ma fatti accompagnare con umiltà.


Misericordia con autorità
  Quarto capitolo del Vangelo di Giovanni: la samaritana arriva al pozzo, dove Gesù riposa e l’attende. Lei è una pluridivorziata, una peccatrice pubblica, tutti la conoscono. Gli stessi apostoli si stupiscono che Gesù sia stato così imprudente a parlare con lei. Lei è scomunicata. Lei non ha il coraggio di chiedere a Gesù la “comunione” con lui, ma è Lui che chiede la comunione a lei: 
“Dammi da bere!”. E, come se non bastasse, le dice di andare a chiamare anche suo marito, ben sapendo che non è suo marito 
perché, come tutti sanno, ne ha avuti cinque. 

  Agli occhi di alcuni giuristi questo Gesù é veramente esagerato, più di Papa Francesco. Che misericordia! che perdono! E che autorità per chiedere l’inizio di una vita nuova! Mi permetto di aggiungere in questo contesto che nella pastorale alle famiglie ferite certamente sono utili i tempi penitenziali di digiuno, di digiuno eucaristico anche prolungati, ma quando le ferite sui figli sono avvenute e pur se saranno perdonate non potranno essere cancellate e quando l’egoismo ha vinto e ha spaccato una famiglia, e quando il desiderio di vendetta ha provocato altri danni, e quando la donna che é venuta davanti a te “pastore della chiesa”, lei che dopo il divorzio ha avuto già altri cinque mariti, ebbene non sarà necessario fermarsi a ripensare il tutto e risentire Papa Francesco che ci chiede, proprio in quel momento, uno sguardo di rispetto e compassione, che concretamente sa “curare”, “liberare” e “animare a maturare nella vita cristiana”? 


A un confratello desideroso di perdonare 
  Posso assolvere una persona che vive una situazione irregolare? Se una persona sposata ha rimesso in piedi una seconda famiglia con un altro partner e nella nuova famiglia ha pure figli che non deve lasciare, per non creare una situazione più grave della precedente e se questa è la situazione che giudico la meno sbagliata e se questa persona chiede il perdono, posso dare l’assoluzione? A chi mi appello se chi mi manda mi dice di no? Il sacerdozio ministeriale è una proprietà privata che posso gestire io o è dipendente? 

Una umile risposta fraterna: 
  - i Concili, il Papa, i Vescovi hanno detto dei no, ma non per la persona specifica che incontri tu oggi, nel suo particolare contesto storico, culturale e psicologico. L’autorità della Chiesa ha sempre dato norme generali che illuminano ogni realtà umana; 
  - il tuo sacerdozio ministeriale non è proprietà privata, ma è dipendente; 
  - il tuo sacerdozio ministeriale è dipendente sì, ma non dipendente dal Vescovo o dal Papa, bensì da Cristo; 
  - il sacerdozio ministeriale non è una tua proprietà privata, ma in esso “è impresso il carattere”, sei costituito giudice e in quanto tale dovrai giudicare; 

  - non sei un delegato del Vescovo, ma un mandato da Cristo (secondo il Concilio di Trento). Il Papa e il Vescovo ti inviano in una comunità, ti scelgono il tribunale, ti danno un Codice con delle norme, ma dovrai giudicare tu. Non dimenticare però che la Norma, la Legge è Cristo e nella Chiesa, pur nell’obbedienza rispettosa, non c’è Democrazia, né Monarchia, ma solo Cristocrazia.  


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[2]
I nomi di persona sono simbolici e non italiani, mentre le testimonianze arrivano 
tutte da un contesto italiano.