IL DIALOGO DEI MONACI


Capitolo IV

TEOFILO E LA SFIDA DELLA MORTE
pag. 42-59
  
La morte 
  Quel giorno Teofilo aveva ascoltato molto. Aveva pure annotato alcuni spunti per riflettere in seguito e, dopo un silenzio più lungo del solito, si era rivolto allo starez:
  «Mentre quel mattino il buon Dio creava ogni cosa e la dichiarava buona, mentre preparava il primo fiore carico di colore e bellezza, nello stesso istante in cui il fiore schiudeva i petali nelle mani del suo Creatore e ogni parte dell’universo si apriva alla vita, iniziava anche in essa il processo di morte. Questo fatto non avrà dato un po’ di malinconia al buon Dio?».
  «Certamente, se si fosse chiamato Teofilo. Siamo noi che, per poterci esprimere, chiamiamo vita l’inizio dell’esistere di ogni essere vivente e chiamiamo morte il momento in cui ci rendiamo conto che questa vita si spegne. Per noi il pesce pescato da un martin pescatore è morto, mentre riteniamo vivo l’uccello che se ne è nutrito e corpo morto il sasso inanimato. Ma sarebbe meglio se riconoscessimo che tutto è inserito in un processo di vita. 
  Guarda bene quella pietra così immobile, così ‘morta’. In realtà il vento,  che  stacca  invisibili  particelle  di  silicati  e metalli, mescolandoli  poi  alla  terra  per  secoli  e  millenni,  in  un giorno qualsiasi può trasformarla in un filo d’erba, in un fiore o nel capello di  un  bambino.  Le  stesse  molecole  del  nostro  corpo,  attraverso  i millenni,  sono  state  parti  di mille cose:  gocce  d’acqua  dell’oceano, particelle  di  fiori  e  frutti,  frammenti  di  piume  d’uccello  o  artigli  di violenti rapaci.  Hanno  volato  nella  polvere  del  vento  e  sono  state 
trasportate dai detriti dei fiumi. Teofilo, la nostra è una storia lunga, ma è solo storia di vita».   
  «Quando però vedo gli occhi del mio amico spegnersi e congelare per sempre, almeno questo  lo chiamerò morte? E a togliergli  la vita non può essere che Dio!».
    
La stanza 
  «E se rimane comunque la morte a sfidare la mia ragione, specialmente perché essa rimane sempre l’ultimo mistero, potrò caparbiamente domandarmi: “Se Dio è il Signore della storia, perché toglie la vita a un essere che Lui stesso ha creato?”». 
  «Ebbene,  Dio  non  toglie  la  vita  a  nessuno!  Viviamo  in  questa meravigliosa stanza che è  l’intera creazione, con ogni bellezza che  i nostri occhi possono contemplare:  le galassie a milioni di anni  luce; il  sole  che  colora  ogni  fiore; ciascuna  pietra  preziosa  che  emerge dalla terra; gli animali domestici e della foresta con la loro eleganza e l’aggressività che ne garantisce la sopravvivenza; la bellezza di ogni bambino,  donna  e  uomo;  le  meraviglie  visibili  a  stento  o appena conosciute – sommerse come sono nell’indefinitamente piccolo – di 
tutte  le  molecole,  con  i  loro  atomi,  nuclei,  neutroni,  neutrini  e protoni; e gli spazi senza fine tra gli uni e gli altri.  
  Diceva  un  ingegnere  che  il  nucleo  di  un  atomo  non  visibile  è come  il  pallone messo  al  centro  di  un  campo  da football, mentre  i neutroni  si  troverebbero  a  due  km  di distanza.  Se  è  così,  quando calpestiamo  un  sassolino,  in realtà  passiamo  sopra  a  qualcosa  di molto più  simile a una galassia che a un oggetto buttato via perché insignificante. E  come  non  restare  confusi  di  fronte  all’incanto  di ogni cellula vivente che si riproduce e accompagna la vita?  
  La  più  grande  preziosità  che  possono  vedere  i  nostri  occhi  è  un pugno di  terra: ogni seme seleziona  in quella manciata ciò che gli è necessario,  alimentando  la  pianta  e generando  fiori  e  frutti  di  ogni specie. Ma  non  solo: sono composti  di  terra  gli  animali  e  lo  stesso corpo  umano,  nel  quale  s’insediano  intelligenza,  sentimenti, emozioni e in cui Dio soffia il suo spirito, rendendolo simile a Lui.   
  Ecco  la meravigliosa  stanza della creazione,  in  cui viviamo ogni giorno. Accanto c’è una porta che si apre sull’altra stanza, quella dei Cieli e della Terra nuovi, preparati dallo stesso Signore della storia. Quando ciò che chiamiamo  ‘morte’ ci introduce nel nuovo  regno, a noi non viene tolto nessun istante di vita, cambia solo la stanza della nostra  abitazione  e la porta  che  resta  chiusa  provoca  lacrime  su lacrime  a  chi  rimane  al  di  qua,  senza  poter  continuare  a  vedere e toccare il corpo vivente di chi ci ha lasciato nella grande attesa. 
Già  all’inizio  delle  scritture  sacre  (versetto  3  e  seguenti  del  Libro della Sapienza) troviamo questa intuizione riguardo a chi ha varcato la porta dell’eternità: “Agli occhi degli stolti parve che morissero: la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma  essi  sono  nella  pace.  Anche  quando  agli  occhi  degli  uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena d’immortalità. In cambio di  una  breve  pena  riceveranno  grandi  benefici,  perché  Dio  li ha provati  e  li  ha  trovati  degni  di  sé.  Li  ha  provati  come  oro nel crogiuolo e li ha graditi come un sacrificio”.  
 Da parte  sua, Giobbe  (19,1. 23-27) grida:  “Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso”. E, più vicino a noi, Gesù (Gv. 6. 37-40) proclama: “Questa è la  volontà  di Colui  che mi  ha mandato:  che  io  non  perda  nulla  di quanto  Egli  mi  ha  dato,  ma  che  lo  resusciti  nell’ultimo  giorno”. Prima  della sua partenza,  è  sempre  Gesù  che  promette:  “Vado  a prepararvi  un  posto”.  Infine,  Paolo  (1  Corinzi,  15,22)  ci rassicura: “Come tutti muoiono in Adamo, così tutti in Cristo avranno la vita”.  
  Ecco le parole della grande speranza! Quindi, il tuo amico che dici essere stato vivo per te fino a un minuto fa è semplicemente passato da quella porta per entrare nell’altra stanza della grande casa di Dio: vivo  era  prima  e  vivo  è adesso. Dio  non  toglie mai  la  vita. Egli  la accompagna  semplicemente per  strade diverse,  che  a noi  sfuggono. Oggi nel mondo vivono alcuni miliardi di uomini e fra cent’anni non ci  sarà  quasi  più  nessuno  di  loro  sul  nostro  pianeta. Saranno  tutti sostituiti  da  figli  e  parenti.  Dovranno  passare  tutti  la porta  di  cui parlavamo,  in  circostanze diverse: malattie,  incidenti,  terremoti, coperti  dalle  onde, ma  nessuno  potrà  accusare Dio  di  aver  tolto  la vita a qualcuno». 
  «Quindi non si può parlare di morte? È una parola sbagliata? Da togliere dal dizionario?». 
  «Se vuoi, usala per raccontare le parabole, come io ho fatto con te. Usala  pure,  purché  tu  sappia  che  esiste  solo  la vita,  quella  per  la quale  il  Creatore  si  rallegrò  al  termine di  ogni  giorno  della  sua creazione». 
  «Allora, quando parliamo della morte di Gesù, quella parola non ha senso?». 
  «Quella che chiamiamo  la morte di Gesù è sempre associata alla parola  Resurrezione  come  unico  termine.  Se  poi vuoi parlare  di quella morte,  ricorda  che  quell’ultimo  respiro  è il suo  ultimo  atto d’amore per, con e in mezzo a noi in questa dimensione terrena, dopo di che continua a vivere nel cuore del Padre, con lo Spirito Santo». 
  «Padre, ma abbiamo continuato a vedere  il corpo di Gesù morto, pietrificato e si è dovuto seppellirlo: questa la chiamiamo morte». 
  «Perché a noi non è dato di vedere al di  là di quella porta fino al giorno in cui Lui lo vorrà. E adesso, Teofilo, concludiamo la giornata con  una  preghiera  di  ringraziamento:  il  prefazio della Messa  del  2 novembre, nella commemorazione di tutti i fedeli defunti: 
  
Padre santo, 
Dio onnipotente ed eterno, 
in Cristo tuo figlio, nostro Salvatore, 
rifulge a noi la speranza della beata Resurrezione, 
e, se ci rattrista la certezza di dover morire, 
ci consola la promessa dell’immortalità futura. 
Ai tuoi fedeli, o Signore, 
la vita non è tolta, ma trasformata; 
e, mentre si distrugge la dimora di 
questo esilio terreno, 
viene preparata un’abitazione 
eterna nel cielo. 
Per questo mistero di salvezza, 
uniti agli angeli e ai santi, 
cantiamo senza fine l’inno della tua lode. 
 
 
Ci rivediamo domani. Il sole ormai riaccende tutti i colori alla ribalta del mondo e non possiamo non contemplare questa Gloria, che è solo Gloria di Dio e della vita che ci dà».      
  Intanto lo starez fece scivolare uno di quei rotoli che sostengono il cammino e, alla sera, Teofilo poté leggere:  
 
Il  ragazzo  rimase  fulminato  dalla  bellezza  della  giovane  contadina 
che  era  scesa  a  valle  con  il  padre,  per comprare  le  provviste  al 
monastero. Il padre della ragazza faceva questo lavoro da tanti anni 
e  adesso  si  era  fatto aiutare  anche  dalla  figlia  ormai  abbastanza 
grande.  Il  ragazzo  la  vide,  se  ne  innamorò  e,  quando  seppe  che 
abitava  nella  casa  più  vicina  al  monastero,  s’informò  sull’orario della Messa che ogni giorno i monaci celebravano con straordinaria solennità. Ogni  giorno  il  ragazzo  saliva  alla chiesa  del monastero con  la  speranza  di  intravedere almeno  per  un momento  la  ragazza che  aveva  invaso  tutte  le  fibre  più  segrete  del  suo  cuore.  Erano sufficienti per lui pochi minuti di contemplazione e  tutta  la giornata acquistava  il  suo  senso pieno. Spesso anche  la  ragazza partecipava alla Messa e,  in questi casi, per  il giovane  innamorato non esisteva null’altro  in  quella  grande  Abbazia. Non  sentiva  i  canti  e  non  si rendeva  conto  quando  la  funzione  iniziava,  né  quando  finiva. Non c’era posto per altro nella sua mente e nel suo cuore. Spesso, dopo la  Messa,  sostava  in  chiesa  a  lungo  e  chiedeva  sempre  la stessa grazia.  Il  tempo  passava  e  durante  le  celebrazioni  il  ragazzo 
guardava  sempre  dalla  stessa  parte  ma,  più  che  desiderarla  per possederla come gli capitava all’inizio, ora la contemplava.  
  Si  accorse  poi  anche  degli  altri  che  pregavano  e  degli  stessi 
monaci, che sembravano essere assorti altrove. Qualche volta riuscì 
anche  a  sentire  il  sacerdote  che  spiegava la Bibbia.  Intanto  i  suoi 
interessi si moltiplicarono. Iniziò a pregare per coloro che erano più 
sfortunati di lui: i malati, i carcerati, i poveri di tutto, i peccatori che 
non riuscivano a liberarsi dal vizio e dalla violenza e ad amare.  
Finita la celebrazione, sostava a lungo e seguiva con la fantasia i 
monaci  che  uscivano  ed  entravano  in  quel misterioso  silenzio: 
l’ambiente cominciò ad affascinarlo, poi sempre di più si accorse di 
Lui,  del  Signore. Contemplava  il corpo  del  grande  crocifisso  tutto 
insanguinato ed era sempre più attratto verso quell’Abisso.  
  Arrivò  poi  il momento  in  cui  i  genitori  della  ragazza  che  aveva 
occupato  totalmente  il  cuore  del  giovane decisero  di  sposare  la 
figlia.  Il  padre  pensò:  “Andrò  in  Chiesa e  vedrò  il  giovane  che 
arriva  per  primo  e  lascia la  chiesa  per  ultimo. A  lui  proporrò mia 
figlia”.  Così  fece  per  diversi  giorni:  arrivato  all’Abbazia  trovava 
sempre quel  tale che,  inginocchiato non  lontano dall’altare, restava 
a  lungo  in  preghiera  dopo  le  celebrazioni. Un mattino aspettò  che 
uscisse dalla chiesa e s’intrattenne con lui per fargli la proposta, con 
la certezza di dare anche al ragazzo una grande gioia, ma la risposta 
fu  imprevista: “Grazie per  la  fiducia;  in questi anni  sono  salito  sul 
monte proprio a motivo di vostra  figlia, ma adesso  é  tardi e  il mio 
cuore è già stato occupato”. Così si congedarono.  
Intanto il giovane cercava un’occasione per parlare con l’Abate, ma, all’ultimo  momento,  si  trovava  impacciato  e  non sapeva  come esprimere a parole  il suo desiderio di una scelta definitiva  là, nella ‘prigione’  di  Dio.  Passarono  alcune settimane  e  intensificò  la preghiera per trovare le parole adatte per consegnarsi al monastero.  
  Un mese dopo chiese un appuntamento con l’Abate perché ormai 
si  sentiva  sicuro ma,  poco  prima  di  incontrarlo, capitò  che  tutto  il 
monastero  venisse  assediato  e  invaso da un’orda  di  turchi  che 
cercavano  cristiani  da sacrificare.  Quasi  quattrocento monaci 
provenienti  da  varie  regioni si  erano  rifugiati  tra  quelle  mura 
proprio  per sfuggire al massacro,  ma  l’intero  monastero  fu 
accerchiato e  i monaci  legati e martirizzati uno ad uno dai barbari, 
che pensavano così di fare cosa gradita a Dio.  
  Il giovane, che dapprima era corso a nascondersi e non era stato 
avvisato  da  nessuno,  ebbe  una  luce  e  pensò  che fosse  giunto  il 
momento  di  presentare  la  sua candidatura alla  vita monastica.  Si 
avvicinò al mucchio di martiri, ma subito  i turchi lo bloccarono per 
legare  le mani anche a  lui. Allora, con molta calma, ammise: “Non 
sarei venuto qui se avessi voluto fuggire”, e lo lasciarono fare. Prese 
quindi un abito già  insanguinato,  lo  tolse con rispetto, poi  lo baciò, 
si avvicinò alla fila dei monaci che stava terminando e i suoi occhi si 
incontrarono  con  quelli  dell’Abate.  Il  giovane  gli mostrò  l’abito, 
chiedendo  a  cenni  se  poteva  indossarlo  e  gli  occhi  dell’Abate 
annuirono. Lo infilò, poi si mise in coda e così trovò le parole adatte 
per presentarsi al nuovo stato di vita.

La sofferenza degli animali 
  Quando si ritrovarono, Teofilo presentò allo starez altri interrogativi:
  «Padre,  mi  rendo  conto  che  parlare  di  sofferenza,  di  dolore  e morte, anche se  in modi  impropri, richiede un tempo che non potete più  darmi,  poiché  il  vostro  cuore  è  già molto  al  di  là  dei  problemi miei,  che  sono  quelli  dei bambini.  Però mi  incoraggia  ciò  che  un grande teologo disse al termine dei suoi giorni: “Se questo problema mi avesse tormentato prima, avrei dedicato tutta la vita a riflettervi e a studiarlo. Qualche tempo fa abbiamo parlato del martin pescatore e vedo  il  mondo  pieno  di  ‘martin  pescatori’.  Un piccolo  coleottero incappa nella ragnatela e ne viene avvolto, perciò subisce la lotta e il colpo mortale del  ragno. Dopo un momento, una beccata di uccello uccide  il  ragno  e il cacciatore  abbatte  il  volatile  con  uno  sparo:  il mondo mi  sembra  una  grande  carneficina.  Se  la  nostra sofferenza può  avere  un  senso,  quale  senso  può  avere  quella  di un  agnello sgozzato,  di  un  pesce  soffocato  fuori dall’acqua,  di  una  gazzella sorpresa dal leone e così all’infinito?».  
  «Teofilo, se una sofferenza esiste ha certamente un senso, perché Dio – che è solo buono – non poteva  fare di  tanto in tanto errori di percorso nella sua Creazione. Non a caso, al termine di ogni giorno “vide che tutto era buono”. In effetti, caro figlio, noi usiamo la stessa parola  per  dire  due  realtà  diverse:  la  sofferenza  che  proviamo  noi umani  e  la ‘sofferenza’  che  intuiamo  negli  animali, ma  di  cui  non possiamo fare nessuna esperienza diretta.  
  Rispetto  a  questo  argomento,  parecchi  elementi  ci  sfuggono.  Ti può essere utile, tuttavia, considerare come possa soffrire un agnello sgozzato che non ha coscienza, poiché privo di un ‘Io’ come il nostro che  gli  permette  di  dire:  ‘Io soffro’.  In  noi  umani  la  sofferenza  si relaziona  all’Io  che  abbiamo  con  tutta  coscienza, ma  a  cosa  si può rapportare la sofferenza dell’animale, se è privo di un Io cosciente, il solo che gli potrebbe consentire di affermare: “Io, proprio Io, soffro o mi rallegro?”. Negli animali, infatti, non vediamo i segnali del pianto e  del  sorriso.  Apparentemente così simile  all’uomo,  lo  scimpanzé non  sa  di  essere  tale  e  non  può  dichiarare:  “Io  sono”. Quindi,  pur avendo  tutte  le reazioni  fisiche della  sofferenza,  non  può  dire:  “Io soffro”,  poiché  l’Io  non  è  presente.  Proprio  pensando  agli animali che  non  hanno  coscienza  di  esistere, mi  esplode  dentro  un  grande 
senso di gratitudine per aver ricevuto dal buon Dio questo dono». 
  «Ma, allora, pensando alla prima pagina della Bibbia,  in cui Dio chiede  all’uomo  e  alla  donna  di  non mangiare  il  frutto dell’albero della  vita, mi  viene  da  porre  questa  domanda, se  non  è  blasfema: hanno fatto male o bene a prendere quel frutto e così aprire gli occhi e  avere  coscienza  del  bene  e  del  male,  diventando  molto  più  “ad immagine di Dio”, proprio come Lui stesso li aveva progettati?».  
  «Quella pagina non dice tutto: sai che le parabole rivelano sempre una  piccola  parte  della  verità  che  vogliono esprimere.  Questa, comunque, vuole sottolineare che la donna e l’uomo non hanno usato la libertà di obbedire a Dio. Noi sappiamo però che – come in questo esempio  – Dio  sa  trarre  il  bene  anche  dagli  errori. Perciò,  se  vuoi, puoi pensare che l’autore  del  racconto  biblico  avrebbe  potuto scrivere: se l’uomo e la donna non avessero disubbidito, Dio avrebbe potuto  dar  loro  proprio  quel  frutto  in  un  tempo  successivo, con  la facoltà di vedere con occhi nuovi e acquistare coscienza di ciò che è bene  e  di  ciò  che  è male  e  diventare  appunto  più  ad  immagine  e somiglianza di Dio, com’erano stati progettati. 
  Come Dio chiede a un padre e a una madre la collaborazione per generare  una  vita  nuova,  per  completare  la  stessa creazione dell’uomo e della donna, che – come  lascia  intendere la parabola  – doveva ancora essere portata a termine, poteva ben pretendere la loro cooperazione attraverso l’obbedienza. In quella pagina, poi, l’autore, oltre  a  intimare  di non disubbidire  a Dio,  vuole  anche  sottolineare che  il male non viene mai da Lui stesso. Cosa sia  il peccato, però, e quali siano  le conseguenze di quel  rifiuto, non possiamo pretendere 
di  capirlo  per mezzo  di  una  sola  parabola.  Per  comprendere  quale gioiello  di  antropologia,  psicologia  e  teologia essa  sia,  possiamo intanto  osservare  come  quella disubbidienza  sia  stata  compiuta  da due persone che avevano ancora  ‘gli occhi  chiusi’, cioè con  facoltà incomplete  che  le  rendevano  prive  di  un’avvertenza  piena  e  di  un 
deliberato consenso. Due esseri, quindi, senza una coscienza capace di  conoscere  cosa  fosse  realmente  il  bene  e  il male,  poiché  ancora immersi nel processo di umanizzazione. 
  Ma puoi pure constatare che nemmeno oggi ci rendiamo conto di come  i nostri occhi non siano ancora così aperti da poter discernere veramente tra il bene e il male.  
  Se  però  la  parabola  ti  confonde  proprio  per  il  suo  linguaggio limitato, potresti riscriverne un’altra: Dio, attraverso milioni di anni, ha creato  la casa  in cui  l’essere umano avrebbe potuto abitare e poi, attraverso  centinaia  di  migliaia  di anni,  l’ha  educato  non  solo  a camminare eretto come fa oggi ma, dopo averlo reso abile a coltivare in  sé  tutte  le facoltà umane,  lo preparò  anche  ad accogliere  il dono della libertà di fare delle azioni buone, di compiere atti d’amore».
 
Il peccato   
  «Padre, faccio comunque molta fatica a pensare che in seno a Dio e alla sua Creazione possa esistere il peccato». 
  «Teofilo, tu sai cos’è il peccato?». 
  «Penso a una offesa che  l’uomo può  fare a Dio e ai suoi  fratelli, insomma qualcosa di terribile, che dovrebbe rattristare molto il cuore di Dio». 
  «Probabilmente  per  te  il  peccato  è  come  una  montagna,  una montagna di rifiuti che puzza e  infesta il mondo. E, se fosse questo, tu avresti ragione a trovarti confuso nel pensare al peccato in mezzo a un mondo dove tutto è dichiarato buono.  
  Proviamo  però  a  partire  da  un  altro  punto  di  vista.  Esistono  il bene, la virtù e le infinite azioni di bontà che questa umanità compie ogni  giorno  e,  dall’altro  lato,  la  ‘pigrizia  di fare  il  bene’.  Un omicidio, una vendetta, un atto di odio, sono  in  realtà  la pigrizia di perdonare  e  la  pigrizia  di  amare  quella  persona  o  se  stessi. Puoi rileggere i Comandamenti e  vedrai  che  descrivono  dieci  pigrizie  di fare  il  bene.  Comunemente  diciamo  che  c’è  il  bene  e  il male, ma potrebbe essere meglio dire che esiste il Bene, tutto il bene voluto da 
Dio  quando  crea  l’uomo;  se  vuoi,  in  questo  caso  puoi  usare l’immagine del Bene come un’immensa montagna di  luce, perché è un’azione  umana  unita  a  una  grande Grazia  di Dio,  il  quale  vuole sempre  il  Bene  e  solo  il  Bene.  La pigrizia  di  fare  il  bene,  che chiamiamo  peccato,  è  il  bene  non  ancora  realizzato,  non  portato  a compimento. Perciò, mentre  il bene è un essere,  il male è ancora un non-essere in attesa di misericordia, di perdono e di amore». 
  «Padre, ma  l’uomo  non  si  distingue  dagli  animali  anche  per  la libertà di fare il bene e la libertà di fare il male?». 
  «L’espressione  non  è  così  esatta. Noi  abbiamo  ricevuto  il  dono della libertà che gli animali non hanno, ma questo grande dono è solo per fare  il bene. Con  la Grazia di Dio e  la mia buona volontà posso compiere degli atti liberi nel fare il bene. Quando la pigrizia di fare il bene mi paralizza e compio un’azione criminosa, posso dire che non sono  ancora abbastanza libero  di  fare  il  bene,  oppure  non  sono  più abbastanza libero di fare il bene. Il punto di riferimento per chiarire il discorso sulla  libertà è Gesù Cristo: Gesù è  libero, ma di una libertà 
così  completa che non può  fare nulla di male. La  libertà è  solo per fare  il bene. Dio Padre  e Creatore  è di una  libertà assoluta, per  cui non c’è in Lui nessuna possibilità di compiere il male».   
  «Padre, nel catechismo si parla di peccati che portano alla morte, ‘peccati mortali’ che meritano la dannazione eterna. Come dobbiamo regolarci di fronte a questo problema?». 
  «Il  catechismo  precisa  che  si  verifica  quel  peccato  chiamato mortale  quando  c’è  materia  grave,  piena avvertenza  e  deliberato consenso, ma non dice quanti ne  siano esistiti o se ne  siano esistiti. Se  ci  trovassimo  di fronte  a  un’azione  simile  potremmo  parlare  di malattia o schizofrenia religiosa.  
  Si racconta, penso a  titolo di parabola, che un giovane si recò da Pio XII per presentargli la sua angoscia e disperazione: suo fratello si era  suicidato  e  quindi,  non  potendo  più chiedere  perdono  dopo quell’ultimo peccato,  certamente sarebbe andato  all’inferno.  Il Papa lo  invitò  a  salire  sul  davanzale  della  finestra  esposta  a  Piazza  San Pietro. Lo incoraggiò a guardare giù  tenendosi bene e,  in  seguito, a staccarsi  e  a  buttarsi  nel  vuoto.  Con  un’esclamazione istintiva,  il giovane  gridò:  “Non  sono  pazzo!”.  Il  Papa,  allora, gli  chiese  di scendere e lo aiutò a capire: si era dato la risposta da solo. Se non c’è una  distorsione  psichica  o  una  malattia  mentale  grave,  come  la schizofrenia o la depressione, non  si  può  consumare  un  suicidio, anche quando qualcuno dice o scrive di essere pienamente cosciente del  proprio  atto.  Potremmo  affermare  che  l’uomo  maturo, equilibrato, normale e libero non si suicida.   
  Ora ritorniamo al peccato mortale del catechismo. Se per arrivare a un suicidio si suppone un attacco schizofrenico, allo stesso modo e molto  di  più  si  potrà  farlo  per  un’altra  azione che  il  catechismo chiama  peccato  capace  di  meritare la  morte  eterna:  qualora  si richiedesse materia  grave,  piena  avvertenza  e  deliberato  consenso, per  passare all’azione e  compiere  l’atto  criminale  potremmo concludere che si dev’essere colpiti da una forma di pazzia che può durare  anche  pochi  secondi  in  mezzo  a  tutta  una  serie  di  azioni 
apparentemente equilibrate. 
  Mettiamoci di fronte a un’azione criminale concreta – ad esempio un  omicidio  –  compiuta  per  il  piacere  di  uccidere  e sapendo  anche che la vittima è innocente: se, pur di avere un’avvertenza piena e un consenso deliberato, questo criminale pensasse indipendentemente da ciò  che  pensa  in  genere  il  criminale  o  da  chi  vede  consumare  il crimine, la conclusione  può  essere  solo  che  ci  troviamo  di  fronte  a una  forma di pazzia, cosciente o meno. A questo punto, se qualche passaggio mancasse  alla  nostra  riflessione, Gesù stesso  ci  viene  in aiuto:  “Non  giudicate!”.  Non  tocca  a noi  giudicare  come  peccato questa  o  quell’altra  azione.  Il  Signore  si  è  riservato  a  sé  questo diritto. Potremmo quindi dire che non  siamo  autorizzati a giudicare come  peccato  una  sola  azione  compiuta  in  questi  duemila  anni, né peccato mortale, per usare il linguaggio del catechismo, né veniale.  
  Un prete che confessa otto ore al giorno per quarant’anni anni, di fatto  non  sa  se  ha  perdonato  dieci  peccati, cento o  nessuno  (e  non possiamo neppure giudicare che una simile azione sia mai esistita). Il confessore  e  tutti noi dobbiamo giudicare  le  azioni della  storia, per dare il consiglio dovuto, il rimprovero, una punizione o la condanna, se  necessaria. Se sono  giudice  di  un  tribunale  civile,  posso  anche punire col carcere a vita chi viene giudicato, se non è più in grado di vivere in società senza uccidere, stuprare e altro, ma il giudizio sulla coscienza non spetta a noi. E non sapremo mai se ci siamo trovati di fronte a un peccato». 
  «Padre, dovremmo cancellare allora la parola ‘peccato’?». 
  «Teofilo,  sei  impazzito? Ho parlato dell’atteggiamento da  tenere di fronte alle azioni di violenza e odio, di fronte ai furti, agli adultèri e ad ogni tipo di male. E, prima che tu mi dica che Gesù è venuto per cancellare i peccati del mondo, ti ripeto che Lui, al termine della sua vita, nell’ultima cena, quando  sintetizza  la  ragione della  sua venuta in mezzo a noi, dice all’incirca: “Questo è  il mio corpo, questo è  il mio  sangue,  questa  è  la  mia  vita  che  io  offro  per  il  perdono (il perdono è un atto di amore): questa è la mia vita che offro per amare e perché anche voi amiate in memoria di me”.  
  Ciò  che  interessa  a  Gesù  è  il  perdono.  E  le  azioni  che  noi chiamiamo  insensate  sono  permesse  solo  per essere perdonate.  Di fronte ad ogni azione che noi chiamiamo peccato, Dio si aspetta solo il  perdono  (richiesto  e  donato).  Il Signore  ci  permette  di  vedere  il peccato  quasi  sempre  come  un’azione  grave  e  responsabile  solo perché noi ci alleniamo alla misericordia e al perdono. Se vedessimo dell’irresponsabilità nel peccato non dovremmo fare nessuna fatica a perdonarlo  e  non  potremmo  compiere  quell’atto  d’amore che  è ragione di tutta la creazione e dell’Incarnazione. In ultima analisi, se il peccato –  che noi non  conosciamo bene nella  sua  radice  – ha un qualche  diritto  di  cittadinanza  è solo ed  esclusivamente  per  essere perdonato.  Non  sapremo  mai  cosa  sia  in  realtà  l’azione  che  si presenta  ai nostri  occhi  come  peccato,  cioè  offesa  a  Dio,  ma sappiamo  per certo  che  è  permesso  sempre  e  solo  per  un atto  di perdono e quindi d’amore, per cui  il  fine di ogni azione permessa è sempre un Bene. Non sempre il fine, cioè il perdono, viene raggiunto a causa della nostra pigrizia, però rimane sempre lo stesso». 
  «Padre, questa  è una vostra  riflessione o  esistono dei  riferimenti nella Bibbia o nella Tradizione della Chiesa?». 
  «No, non è affatto una mia riflessione, ma il dogma di Gesù Cristo che ti ho già citato. Sul Calvario, di fronte al Padre, Egli rivela il più grande  crimine  della  storia  umana:  l’uccisione del Figlio  di  Dio stesso, spiegando che  il peccato dei suoi crocifissori può essere solo pazzia: “Padre, perdona  loro perché non sanno quello che si fanno”. Possiamo  mai  pensare che,  se avessero  immaginato  cosa  stavano facendo,  coloro  che  hanno  condannato,  crocifisso,  ucciso Gesù, avrebbero compiuto un simile crimine? E nota che  il primo peccato riportato nella  prima  pagina  biblica  come ‘peccato  originale’  viene descritto come azione compiuta con gli occhi ancora chiusi». 
  «Allora, Padre, qualcuno potrebbe concludere che  il peccato non esiste». 
  «Teofilo, io non impazzisco al pensiero del peccato e di cosa sia; a me  interessa ciò  che  interessa a Gesù,  cioè  il perdono, che è  la più alta  forma  di  amore.  Quando  Gesù,  nella sua  vita,  incontrava  dei ‘peccatori’,  non  si  fermava mai  al  peccato  in  sé,  quasi  non  gli interessasse, ma andava subito al perdono». 
  «Padre, ho  iniziato  col dire  che  in Dio  e nella  sua Creazione mi angosciava il ‘peccato’. Esso era per me proprio come una montagna che  dovrebbe  angosciare  Dio  più  di  quanto possa  angosciare  me stesso.  Ora,  dopo  questo cammino, se  incontrando  ogni  uomo  e donna  riuscissi  a  pensare  che  possono  essere  buoni,  innocenti  o addirittura santi al di là delle loro apparenti azioni di cattiveria e che posso  e  debbo  amarli  come  li  ama  Dio,  il  mondo  intorno  a me cambierebbe! Questa  sarebbe  una  grande  rivoluzione  cristiana, una parte del Nuovo comandamento di Gesù». 
  «Nell’Antico Testamento,  di  fronte  a  chi  aveva  commesso  degli sbagli  si  doveva  solo  capire  come  punire  o come convertire  il peccatore;  oggi,  con  Gesù,  per  qualunque violenza,  inganno  o mostruosità  possa manifestarsi nell’essere umano  che  ho  di  fronte, mi  viene  offerta  una  opportunità  in  più.  Con  il  comando:  “Non giudicate!” posso e devo pensare che chiunque può essere innocente e  con  il  comando  di  perdonare  e  amare  anche  i  nemici  mi viene tracciata la strada di tutta la volontà di Dio!».  
  «Ecco che mi si  fa  luce sulla Creazione del sesto giorno, quando Dio creò  l’uomo e  la donna e dichiarò che  tutto ciò che aveva  fatto era buono. Tutta la cronaca nera dei nostri giorni non ha  il diritto di farmi  pensare  che  qualcuno  sia stato  cattivo  o  abbia  commesso  dei peccati,  tanto  meno  la  persona  accanto  a  me,  anche  se  la  vedessi 
ammanettata dopo una rapina o un omicidio o uno stupro». 
  «Guai  se  dimenticassi  che  quell’uomo  rimane  tempio  della Trinità. Non domandiamoci perciò perché Dio ha voluto crearci così, cioè  con  un  corpo  umano  che  in  alcuni  momenti può  apparire irrecuperabile tanto è diroccato, eppure nel quale cantano gli Angeli: noi dobbiamo inginocchiarci di fronte a quest’ostia infangata, ma pur sempre consacrata. Mentre ti riposerai, Teofilo, leggi qualche pagina di questo manoscritto di parabole. Oggi abbiamo parlato troppo». 
  Recitarono  l’Angelus  e  si  ritirarono.  Appena  Teofilo  ebbe  del tempo libero, aprì il testo dal titolo “Gli occhiali della verità” e lesse: 
  
Un  giovane  salì  sulla  montagna  e  chiese  al  monaco  Teofane  se 
poteva fare un’esperienza al monastero. Lui gli domandò:  
  “Vuoi diventare monaco?”.  
  “Certo. È per questo che desidero passare un po’ di tempo presso 
di voi”, fu la sua risposta.  
  Il monaco sorrise: “Sì, è possibile, ma per due settimane resterai 
fuori dalle mura e potrai fare qualche servizio, quando i monaci te lo 
chiederanno. Sei sempre d’accordo a voler diventare monaco?”.  
  “Certo –  rispose –  ti do  l’impressione di non  essere pienamente 
convinto?”. 
  “Sei ancora un poco incollato alle cose del mondo, ma è bene che 
ti fermi sulla montagna. Aspetta un momento”.  
  Poco dopo tornò con una brocca e un paio di occhiali: 
  “Con  la  brocca  andrai  a  valle  dove  c’è  la  fontana  del  paese. 
L’acqua  di  quella  fontana  è  migliore  di  quella che  abbiamo  in 
monastero e ne abbiamo bisogno per un monaco malato. Ora metti 
questi  occhiali,  sono  gli  occhiali della  verità.  Vai  in  pace!”.  E, 
benedicendolo,  pose  la  mano  sul  capo  del  giovane,  che  da  quel momento  rimase muto. Ma  scese  subito a valle e, man mano che  si abituava agli occhiali della verità, vedeva tutto trasformarsi. 
  Alla  fonte  c’era  una  donna.  Con  gli  occhiali  della  verità,  il 
giovane novizio vide in lei una bellezza straordinaria. Non aveva mai 
visto prima nulla che assomigliasse  lontanamente a un  incanto così 
travolgente. Gli pareva una creatura non di questo mondo,  tanto  la 
vide  bella.  Stava  per  abbracciarla  con  un  trasporto  che  nessun 
amante avrebbe potuto provare sulla terra, ma si fermò.  Pensò che, 
non  potendo  parlare,  quindi  spiegare  a  parole  che  voleva solo 
abbracciare  e  stringere  e  baciare  la  sua  bellezza,  rimase  come un 
passante senz’occhi e senza cuore. La donna non si accorse di nulla, 
attinse acqua e ripartì.  
  Là  c’erano  anche  dei  bambini  che  giocavano.  Con  gli  occhiali 
della verità, il giovane notò in loro una bellezza mai incontrata, che 
risvegliò  nelle  sue  vene  un  affetto  così paterno  che  gli  venne  da 
correre  per  abbracciarli ma, non potendo  dir  loro  che  li  amava  e 
voleva  solo  abbracciarli  e  baciarli,  pensò  che  si  sarebbero 
certamente spaventati e si arrestò,  immobile. Anche  i bambini se ne 
andarono con i loro giochi. 
  Il giovane si spostò ancora oltre la fonte e intravide l’inizio di una 
strada  su  cui  passava  un  gran  numero  di persone:  uomini,  donne, 
bambini. Ciascuno di loro era come la ragazza e i bambini che aveva 
appena  visto  con  gli occhiali  della  verità. Persino  i  gendarmi,  che 
stavano visibilmente cercando qualche criminale, avevano  la stessa 
bellezza. Ritornò  sui  suoi  passi  e,  accanto  a  un  cespuglio,  vide  un 
uomo che cercava di nascondersi. Era pieno di luce. Pensò che fosse 
un’apparizione del cielo. L’uomo chiese se i gendarmi fossero andati 
via  e  il  novizio  annuì. Questi  gli  raccontò  che  aveva  compiuto 
un’atrocità di cui si vergognava all’infinito, poi corse verso il monte. 
Potendo vedere con quei magici occhiali della verità, il giovane ebbe 
l’impressione  di  vivere  la  sera  della  Creazione, mentre 
riecheggiavano nella valle  le parole di  fuoco: “E vide che  tutto ciò 
che aveva creato era buono”. 
  Il novizio guardò allora  la cima della montagna, avvolta da una 
luce divina. Subito dalle nubi si mostrò il sole con fasci raggianti di 
mille arcobaleni. Alzò  le mani per abbracciarlo  e baciarlo, ma era 
così  distante!  Anche  il monastero trasfigurato  era  troppo  lontano. 
Quando abbassò le braccia e anche la testa, mentre il cuore batteva 
forte,  vide  la  terra  di  uno  splendore  che  gli fece  pensare  ai  Cieli 
nuovi e alla Terra nuova, ma questa era già sotto i suoi piedi. Cadde 
in ginocchio e le dita delle mani quasi entrarono dentro quella terra 
a cui si era abbarbicato, la baciò rimanendo con le labbra incollate 
e amò intensamente tutto ciò che gli era concesso di amare. 
  Passarono  due  settimane  e  il  monaco  Teofane,  uscito  dal 
monastero, non vide il giovane. Scese a valle e lo incontrò prostrato 
e  incollato  alla  terra  con  le mani  e  con  quel bacio  che  non  si  era 
ancora  spento.  Lo  prese per  il  braccio  e  lo  accompagnò  verso  il 
monastero.  Il  novizio  consegnò  allora  gli  occhiali  della  verità  e 
quella salita  gli sembrò  sempre  di  più  la  salita  del Calvario,  dove 
tutta la luce che aveva visto per quei quindici giorni si era spenta. La 
vita si stava appesantendo come una croce sulle spalle, ma lui non si 
fermò,  solo pianse ad ogni passo  su per la  salita. Arrivò  insieme a 
Teofane  alla  porta  del  monastero,  che  aveva  visto  simile  a  una 
Gerusalemme celeste, mentre era solo fatto di pietre grigie.
 Entrò e, non appena la porta si chiuse alle sue spalle, il gruppo dei monaci venne a dargli il benvenuto. Gli parve di respirare nuovamente, ma le pietre rimanevano pietre. Tra quegli uomini santi, sulla sua destra, molto vicino a lui, ne riconobbe però uno, che appena due settimane prima era nascosto in un cespuglio, mentre i gendarmi cercavano un criminale: allora lo aveva visto con le ali degli angeli.

Teofilo pensò ancora a lungo, rileggendo quel rotolo e continuando a domandarsi: “Dov’era il peccato nella valle della fontana?” e si addormentò. Ma, nel tempo libero, ritornava su quel libro di Parabole. Un giorno ne scelse un’altra “Il sogno di Dio”.

 Le galassie si erano ormai messe in movimento e grandi spiragli di luce fasciavano quella interminabile notte. Uno di questi falò, accesi per preparare il mondo, si riversò sulla terra che mostrò tutti i colori di alberi, fiori, pesci, rettili, uccelli, animali che si destreggiavano ormai a loro agio tra le intricate foreste. Proprio là Dio passeggiava, pensando al suo sogno: un bambino da tenere tra le sue braccia materne e paterne. C’erano già creature viventi bellissime, ma ancora senza sorriso, senza lacrime e senza parola.
Un giorno, prima che sorgesse il sole, le mani innamorate di Dio si misero nuovamente al lavoro. Per settimane e mesi modellò il suo nuovo sogno nel ventre di una madre e, quando il sole illuminò quell’angolo di mondo, un bambino e una bambina erano là, bellissimi e pieni di lacrime: piangevano senza interruzione perché quelle stesse mani innamorate li riprendessero, li stringessero e insegnassero loro a sorridere. Tutti i giorni il buon Dio correva con loro; andavano a nuotare al fiume, raccoglievano i fiori, rincorrevano i leprotti e, appesi alle liane, volavano come uccelli.
Il giovane papà non aveva più altro da fare che giocare con questi bambini da poco messi là per rallegrare l’intero universo. Lui, Dio, aveva lavorato milioni e milioni di anni per preparare quella valle e adesso poteva riposare felice. Non era un papà ingenuo: insegnava loro come difendersi dal morso di serpenti e scorpioni, come evitare i leoni quando sono affamati, quali frutti mangiare e quali evitare, perché velenosi. Spesso li lasciava soli perché imparassero a cercarlo e altre volte si fermava con loro perché non si sentissero soli. La madre, che li aveva generati insieme all’intera valle, al sole, alle stelle, li guardava senza comprendere che cosa sarebbero diventate queste due straordinarie creature: un uomo e una donna. Con i figli nacque la prima famiglia e quella regione fu chiamata: “La Valle dei miracoli”.
Dio aveva insegnato ai suoi figli ad amarsi, ma anche ad amare la terra, il cielo, il fuoco, l’acqua, le piante, gli animali e ogni cosa, perché solo volendo bene si fa il bene e ci si difende dal male. Se venivano colpiti dalla malattia, da climi glaciali o torridi, Dio arrivava sempre a consolarli, incoraggiarli, o indicare nuovamente la strada. Egli voleva che diventassero forti, ma quando si sentivano tali, li faceva tornare bambini. Se poi disubbidivano a quelle strette di mano del Padre, piangevano sconsolati. Allora Dio arrivava per punirli col volto serio, mentre col cuore piangeva anche Lui.
Una sera li chiamò, si sedette vicino. I bambini giocavano sull’erba e il Padre del mondo parlò a lui: “Quando vorrai parlare con me e dirmi tutti i segreti del tuo cuore, chiama lei”, e gli indicò la sposa. E disse a lei: “Quando vorrai sentire che non sei sola, che qualcuno ti vuol bene e ti protegge, quando in una parola mi vorrai vicino, chiama lui. Mi ritroverete”. Poi, mise le mani sul loro capo, li benedisse e diede loro ancora un messaggio: “Oltre ad amare voi stessi, non dimenticate che la vostra missione si estende fin là – e guardò verso i bambini – essi sono piccoli, indifesi: sono i poveri del mondo, ma sono il mio sogno”. E li lasciò là, nella “Valle dei miracoli”.

Il rotolo era stato strappato e il racconto visibilmente incompleto, per questo Teofilo continuava a domandarsi come mai la storia dell’umanità fosse cambiata così tanto dopo quelle giornate descritte nel rotolo: “Chissà cosa si nasconde dietro questa umanità così perversa e malata di tanta sofferenza. Certamente nel sogno di Dio, che ha impiegato un’eternità per generare questo uomo e questa donna, si nasconde qualcosa che noi proprio non riusciamo a immaginare. Eppure Lui è sempre lo stesso Dio che giocava nella Valle dei miracoli e gli uomini e le donne sono quelli di allora, del primo mattino in cui li strinse ancora neonati tra le sue mani e s’incantò Lui stesso della sua paternità”.
Mentre si commuoveva, Teofilo intravide un altro pezzo di rotolo strappato. Si accorse che doveva essere la continuazione della stessa storia, anche se certamente ne mancavano delle parti. E lesse:


 Ormai, dopo tanta esperienza, la sua famiglia poteva fare un passo radicalmente nuovo: amare, amare tutti, ma ci volevano delle occasioni per allenare questo cuore umano ad amare. Per aiutare i suoi figli a non amare soltanto coloro che li amavano, rendendo ancora tanto povero il loro amore, per diventare veri figli suoi, un giorno il buon Dio volle che si allenassero ad amare anche chi all’apparenza era poco amabile. Così una notte, mentre alcuni di questi figli carissimi dormivano, Lui si avvicinò e iniettò in essi dei narcotici. Questi, ubriachi, cominciarono a gridare e, con pietre affilate, ferirono molti dei loro famigliari, poi maledissero tutti, bestemmiarono, mancarono di rispetto ai loro genitori e offesero i figli. Diventarono brutti, proprio nel profondo di loro stessi. A che gioco stava giocando questo Dio?
Poi, nelle notti dei millenni, nel sogno Dio suggeriva ai suoi figli di fare la pace e qualcuno cominciò a umiliarsi e non vendicò quelle offese. Qualcuno si umiliò molto per dare nuovamente la stretta di mano. Qualcuno pensò che quello era un fratello, quindi non poteva continuare a fare la guerra contro di lui. Qualcuno però perse il controllo e fece più male di quanto ne avesse ricevuto, lasciando a terra i corpi dei familiari uccisi o feriti. Poi si ravvide. Le madri arrivarono prima a fare la pace con i figli, in fondo li avevano partoriti esse stesse. Poi anche gli uomini arrivarono a fare la pace con i figli, i fratelli, i genitori. Attraverso i millenni, i figli di questa umanità scoprirono la bellezza del perdono e tornarono ad amare. Lentamente, senza smettere di moltiplicare sbagli su sbagli, di tanto in tanto il perdono si ripeteva più genuino, più fresco, più vero e l’amore cresceva.

Sulla parte finale del testo qualcuno aveva aggiunto:

Poi venne quell’uomo di Nazareth, che cominciò Lui stesso a perdonare non solo i famigliari, ma anche i vicini e da ultimo anche i nemici, specialmente coloro che non riuscivano a capirlo e gli facevano la guerra. Riuscì a perdonare e ad amare quelli che l’avevano condannato e infine ucciso. Anzi, li amò persino mentre l’uccidevano e, ancora prima di morire, spiegò cos’è il peccato: una pazzia, un’azione criminale causata da narcotici o da malattie psichiche che abbrutiscono l’uomo, rendendolo incapace di amare affinché chi gli vive accanto si alleni ogni giorno ad amare chi non sa amare e vivere perciò l’amore cristiano.
Così, di fronte all’azione più criminale di tutta la storia, l’uccisione del Figlio di Dio, cioè Dio stesso, Gesù ha potuto dire al Padre che quell’azione era pazzia: “Scusali, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. In altre parole: se avessero piena avvertenza e deliberato consenso non potrebbero far questo, perché la loro libertà è solo per fare il bene. E quando Dio, che aveva fatto la Valle dei Miracoli, vide questo Figlio di Nazareth tornare a casa dopo tre giorni che era morto, prese un pezzo di liana con cui aveva giocato tanti anni prima, scrisse sulla terra che quel giorno il lavoro della Valle dei Miracoli era concluso e si rallegrò immensamente: aveva finalmente realizzato il suo sogno di avere un Bambino.