IL DIALOGO DEI MONACI

Capitolo III

TEOFILO E IL MISTERO DELLA SOFFERENZA
pag. 26-41

Dolore inutile? 
  «Padre, prima di venire all’eremo, sono stato svegliato un mattino dal grido di una donna. La figlia era arrivata in ospedale per il parto. Ora  lei e  il bambino  sono morti.  Il mistero della sofferenza, che mi ha  sollecitato  centinaia  di  interrogativi, pressappoco  con  le  risposte che  provocavano  altre  domande,  torna  ancora  oggi  in  quel  grido. Com’è  possibile che,  nonostante  le  vostre  parole  di  saggezza, rimanga  confuso?  Forse  perché  la  sofferenza  non  si  spiega  con  la saggezza?». 
  «Vedi,  c’è  una  sofferenza  ‘pedagogica’,  che invade  la  vita  sotto forma  di  punizione:  “Viaggiavo  con  la  moto  a velocità  elevata  e adesso, dopo l’incidente, sono in ospedale a pezzi; Una dose di droga mi  ha  soddisfatto per  diversi anni,  ora  sono  in  fin  di  vita;  ho sbagliato, adesso soffro per non sbagliare più; un giovane è andato a rubare,  la polizia ha preso suo cugino,  l’ha massacrato e adesso è  in prigione”». 
  «Capisco  che  la  parentela,  il  gruppo  tribale  o  sociale  siano  un corpo,  per  cui  io  posso  soffrire  a  causa  di  un altro. Ma  perché  il dolore innocente? Perché il dolore di quella madre per dare alla luce un bambino? Forse per  farci apprezzare  il valore della vita umana? Quella  donna  soffre  per  il  parto,  poi muore  con  il  bambino,  senza raccogliere nessun beneficio  dalla  sua  sofferenza.  E  che  dire  del bimbo  di  quattro  anni,  peribronchitico  cronico,  con  gravi crisi  di soffocamento, che dice alla mamma: “Perché gli altri bambini stanno bene e io mi sento sempre soffocare?”». 
  «Se non potessi guardare quel crocifisso da cristiano, come potrei trovare  risposte?  Lui,  l’Innocente,  che  agonizza  e muore.  Eppure, ritornando  al  nostro  quotidiano,  se  la sofferenza  non  venisse  a mescolarsi  con  la  gioia,  il  piacere, il  gusto  di  assaporare  la  vita,   respirare, nutrirsi, riposare, forse ci  incolleremmo  talmente alla  terra che non avremmo più  la  forza di guardare verso  il cielo. Se  i nostri occhi  fossero  sempre  appagati  di  vedere  tutto  ciò  che desiderano, dove potremmo trovare la forza di sforzarci a vedere l’Invisibile?  
  Se non fossimo colpiti dalla sofferenza o dalla morte,  in noi o  in chi ci sta accanto, e per questo ci convincessimo che tutto ci è dovuto e di tutto abbiamo diritto, come potrebbe nascere in noi il senso della gratitudine a Dio che ha inventato la vita, ai genitori che si sono resi disponibili a farsi portatori di questo dono per me e per i fratelli che, in modi diversi, contribuiscono ad alimentare la vita stessa? 
  Quel  bimbo  con  gravi  crisi  d’asma  a  quanti  altri  bambini  avrà detto  quale  grandissimo  dono  è  il  respiro  e  a quanti  genitori  avrà dimostrato  come  sia  prezioso  avere  un figlio  sano,  per  cui  non possono  dimenticare  di  dir grazie?  E  poiché  solo  con  la  morte  ci stacchiamo  definitivamente  dalla  materia  e  possiamo  finalmente vedere il volto di Dio, non è forse la sofferenza – un pezzo di morte – a permetterci di entrare più in comunione con quel Volto santo? 
  Non è  infatti con  la  sofferenza che gli occhi  si  scollano un poco dal  corpo  per  intravedere  l’Invisibile?  Non  è sempre  attraverso  il dolore che le orecchie si chiudono un poco ai rumori assordanti della terra per sentire più vicino, almeno  in parte, quella Parola,  la Parola di  Dio?  E,  ancora,  con  la  sofferenza  il  cuore  non  sente  forse l’insoddisfazione  di amori,  sentimenti,  affetti,  passioni,  che  non  gli bastano  più,  tanto  da  dirigersi  verso  il  vero Amante  della  sua  vita? Non  è  attraverso  le  ferite  che  l’uomo  si  affaccia all’orizzonte trascendentale del proprio essere e intravede Dio stesso?». 
  «Ma  perché  quella madre  e  suo  figlio  quel mattino  sono morti? Sofferenza inutile, che nessuno ha raccolto?».  
  «Se ci pensi anche solo un momento,  ti rendi conto che qualcuno l’ha raccolta. Insieme a te quel giorno alcune decine di altre persone si sono svegliate dicendo: “Ti ringrazio di avermi creato, conservato in vita fino ad oggi…”. E poi, i nonni, il marito e padre, i fratelli e le sorelle del neonato, e quanti hanno provato quel dolore. Ma, se anche nessuno avesse sentito il pianto di quella donna, esso si sarebbe unito ai chiodi di Cristo e  là avrebbe  trovato  il suo senso. Se, di  fronte al dolore, non hai un crocifisso a cui guardare, potrà aiutarti il versetto del Salmo 48: “L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali  che  periscono”,  ovvero  “nella  sofferenza  l’essere  umano   intende e diventa sempre più uomo e donna”. Perciò, se la sofferenza mi  renderà più maturo anche  solo nell’ultimo  istante della mia vita, riconoscerò che  è  diverso morire  ruggendo  o  gridando:  soltanto  la persona umana, infatti, può gridare». 
  «Che cosa deve sapere allora  il catecumeno, cioè chi si prepara a diventare cristiano, circa la sofferenza?». 
  «Anche  se  resta un mistero, può  sempre  sforzarsi di  riflettere un poco  e  trovare  ragioni  che,  se  non  sono risposte  esaustive,  almeno possono  aiutarlo  a  non  scoraggiarsi nel dolore,  sapendo  che  il cammino della sofferenza è quello percorso da Gesù e da tutti coloro che  hanno  voluto  seguirLo.  Lui  è  venuto  ad  annunciarci  di  non temere nulla perché Dio Padre ci ama e ci ama sempre – nella buona e nella cattiva  sorte, Lui è  lo  sposo  fedele –  sia quando siamo eroi, martiri, santi, sia quando siamo infedeli, traditori e criminali.  
  Gesù ci ha detto che l’amore unito a ogni dolore e fatica umana è la cura per guarire le ferite del peccato. E anche se gli uomini spesso non  sanno  amare,  almeno  possono  consegnare all’umanità  le  loro lacrime  come  contributo  per  la Salvezza.  Ed  è  bene  ricordare  che tutte  le  lacrime,  anche  quelle  dei disperati  sono  contributo  per  la Salvezza. Sulla croce,  facendo  suo  il  grido  del  salmista  disperato, Lui, che si sente abbandonato da Dio, ci dice che anche tutte quelle grida  sono  per  la  guarigione  del mondo,  per  la Salvezza. Nessuna lacrima viene sprecata da qualunque parte venga». 
  «Capisco  che  attraverso  la  sofferenza  possiamo  scoprire  o alimentare  la  Fede  e,  ancora,  che  attraverso  di essa siamo naturalmente spinti alla Speranza di una vita senza dolore ed eterna con  il nostro Signore Dio. Vedere Gesù  sulla croce  e  sapere  che  la morte non esiste più e che questa notizia ce  l’ha portata Lui  stesso, dovrebbe essere più forte di ogni pianto, ma resto confuso. Mentre Vi sentivo parlare, Padre, mi sembrava che la ragione si piegasse, ma la mia fragilità mi travolge nuovamente».  
  «Vedi,  Teofilo,  la  nostra  sofferenza  guarisce  il  cuore  da  ogni egoismo, ci fa sentire solidali con quella accanto a noi e ci stimola ad aiutarci, ad amarci di più, per guarire insieme nella Carità.  
  Si  è  parlato molto  di  tutto  lo  scandalo  e  l’indignazione  suscitati nel  cuore  di  tante  persone  sensibili  dai  campi di  concentramento nazisti del XX  secolo,  indignazione  contro gli uomini  e  contro Dio stesso.  Si  sono  però  dimenticati i  milioni  di  azioni  d’amore  e  di   solidarietà anche  eroiche, avvenute proprio  in quei  luoghi di morte, che non sarebbero mai esplose in quei cuori umani. Cito a braccio il commento  di  un  rabbino  al  grido  “Dopo  Auschwitz  non  è  più possibile parlare di Dio”: secondo un testimone, una delle guardie del campo  di  concentramento,  di  fronte  a  un  gruppo che  stava spogliandosi per entrare subito dopo nella camera a gas, sentì nel suo intimo una voce  chiara  che  gli diceva: “Spogliati  anche  tu  ed  entra con loro”. Probabilmente sentì la voce più di una volta, visto che ha potuto  confidare  il suo  sentimento  a  un  collega.  E,  mentre  i condannati  si spogliavano,  l’ha  fatto  anche  lui  ed  è  entrato  nella camera  con  tutti  gli  altri.  Il  Rabbino  concludeva  che,  se  l’amore esiste, esiste anche Dio  e,  se anche un  solo figlio della Germania è stato capace di spogliarsi ed entrare per solidarietà a morire con degli Ebrei condannati, è segno che Dio esiste.  
  Forse conosciamo di più la testimonianza di Massimiliano Kolbe, che  offrì  la  sua  vita  per  salvare  quella  di  un prigioniero  sposato  e padre di  famiglia che, condannato a morte, aveva gridato: “Oh, mia moglie  e  i miei  figli!”. Massimiliano  lo  sostituì morendo  al  posto suo.  La  guardia  del  campo  di  concentramento  e  Massimiliano avevano capito  che  la solidarietà  e,  quindi  l’amore,  può  pretendere qualunque sofferenza e anche la morte.     
  In una riflessione sulla sofferenza si racconta di un contadino che chiede  all’altro:  “Mi  vuoi  bene?”.  Questi  risponde: “Certo  che  ti voglio  bene!”.  Dopo  di  che,  il  primo continua: “Sai  cosa  mi  fa soffrire di più nella vita?”. E quando l’altro ammette: “No, non lo so proprio”, la sua risposta è: “Se non sai cosa mi fa soffrire, come puoi dire di volermi bene?”. 
  Don Oreste non era ancora rientrato in casa dopo il funerale di una sua  sorella,  quando  gli  diedero  la  notizia  della morte  dell’ultima sorella,  travolta  in  un  incidente.  Si  fermò per un  istante,  poi,  con calma,  disse:  “Tutto  è Grazia”. Certo,  non  sappiamo  perché  è avvenuto così e perché Dio ha voluto amarci  in quel modo, però se siamo cristiani sappiamo che il buon Dio ci ama solo e sempre. 
  Una  giovane  sinta  piemontese  salutò  il  fidanzato  dopo  un  breve incontro della sera. Si sarebbero sposati l’indomani mattina ma, dopo un’ora, giunse  la notizia:  lui non c’era più. Si era  schiantato  con  la moto.  La  ragazza  riuscì  a  dire: “Se  Lui  ha  deciso  così,  Lui  sa  il perché”. Pianto sì, ma non disperazione.     
Un amico mi confidò: “Ero sopra un pulmino, quando un camion si schiantò contro di noi. Pensa quanto  è  stato buono Dio con me. Su dieci,  sono  stato  l’unico  sopravvissuto”. Dopo un momento,  gli  ho domandato: “Tu dici che Dio è  stato buono, ma  i parenti degli altri nove cos’hanno detto? Per essi Dio è stato forse cattivo? Caro amico, non dimenticare  che Dio è  sempre  e  solo buono.  Intanto non  toglie mai  la vita, ma ci cambia solo di casa. Lui è  il Dio della vita, prima che della morte ed è Dio della vita anche dopo. La morte c’è solo per noi, che vediamo una porta chiudersi e la persona amata sparire”. 
  Dice  San  Filippo  Neri:  “Quando  il  Signore  ti  offre  una  croce, prima  la  guarda  bene,  poi  la misura  e  la  pesa, affinché  non  sia  un millimetro più  lunga, né un grammo più pesante di quanto  tu possa portare, poi guarda al tuo coraggio e infine te la consegna. A te solo più il dovere di ringraziare”».

Le ferite lasciate dal peccato  
  «Padre, non mi è ancora chiaro perché Dio permette la sofferenza al giusto». 
  «Lo  Spirito  Santo,  caro  Teofilo,  ci  santifica  con  il  dono  della Fede, della Speranza e della Carità e la via privilegiata per entrare in noi  è  appunto  attraverso  le  nostre  ferite. Dio  non  ha  bisogno  della nostra  sofferenza, come non ha bisogno di nessun  sacrificio. Siamo noi che abbiamo bisogno di sofferenza e sacrificio. La sofferenza è la medicina che guarisce le cicatrici lasciate in noi dalla pigrizia di fare il bene (ossia dal peccato), e non solo in noi come singoli, ma in noi come corpo unico, unito a Gesù  stesso. La nostra pigrizia di fare  il bene, la nostra umanità ancora in incubatrice sono state perdonate da Dio  stesso,  ma  i  segni  dell’immaturità  rimangono  come  ferite profonde e come tutte le ferite sono dolorose. 
  È bene ricordare,  a questo punto, che quando  l’uomo compie un crimine  lo  fa  sempre  per  ottenere  una  gioia,   che può  essere un’esplosione  di  rabbia,  una  passione consumata,  l’appropriarsi  di qualcosa che non gli appartiene per la soddisfazione del proprio io, la mancanza  di  rispetto  ai  genitori  o  agli  anziani  per  soddisfare  dei capricci personali, l’abbandono  della  preghiera  per  soddisfare  la pigrizia  o  una  falsità  pronunciata  per mantenere  il  proprio  onore  e   rispettabilità  sociale,  una  maledizione  a  Dio  per non  sentirsi  in dovere  di  fare  la  sua  volontà:  l’elenco  potrebbe continuare all’infinito.  Ebbene,  bisogna  ribadire che  tutte  queste  azioni  sono cercate  per  una  qualche  gioia o meglio per  un  piacere,  ma  tutte, veramente tutte queste azioni producono ferite dolorose lasciando un grande amaro dentro il cuore.  
  Quindi, la ferita lasciata dal peccato è dolorosa. Poi la convivenza sociale,  il  bene  in  noi che  abbiamo  pur  ereditato e Dio  stesso  si dovranno  incaricare  di  curare  le  nostre ferite  per  guarirci.  Questa sofferenza  generalmente si  traduce in  senso  di  colpa,  angoscia, delusione, mentre  la  sofferenza  che  abbiamo provocato nell’altro  si ritorce  contro di noi lasciando  tanto  amaro. Da  ultimo,  anche  la punizione che una seria  società  impartisce e Dio  stesso che ci visita con le sue prove contribuiscono alla guarigione del peccatore. 
  Quando  accettiamo  la  sofferenza  come  medicina  per  le ferite personali e del mondo,  ci  rendiamo conto della preziosità di questo dono. E il sacrificio, il digiuno, la rinuncia sono un bisogno per noi! Significa spogliarci di qualcosa, di una preziosità per farla sacra, cioè renderla  non  più  utilizzabile  da  parte  nostra  offrendola  a  Dio.  In realtà,  l’oggetto sacrificato a Dio  era  già  di Dio  stesso, ma  noi  lo stavamo utilizzando come nostro, mentre ora lo riconsegniamo a Lui.  
  Appena l’essere umano è diventato tale con la coscienza di essere un  ‘Io’  in  relazione con  tutto  ciò  che esiste  fuori di  lui e quindi ha potuto  rendersi  conto  che Qualcuno  – l’Invisibile  –  guidava  la  sua storia,  ha  iniziato  ad  offrire sacrifici  in  segno  di  gratitudine,  di espiazione  e,  in  particolare,  come  richiesta  di  protezione. Normalmente  il sacrificio  consisteva  nel  privarsi  di  un  bene  che veniva offerto alla divinità bruciandolo». 
  «Certo, ma oggi che senso può avere la parola ‘sacrificio’? ». 
  «Sembra una parola ormai in disuso, ma in realtà non è scomparsa dal  nostro  cammino  di  spiritualità. Nel  sacrificio posso  privarmi  di una  piccola  o  grande  cosa:  a  un  bambino spiego  che  si  può sacrificare  un  frutto  non mangiandolo  più,  ma  offrendolo  a  un povero. Allo stesso modo, posso sacrificare  il denaro che non userò più per me, ma che sarà consegnato in beneficenza. 
  E tutto ciò è gradito a Dio non perché ci fa soffrire, ma perché fa bene  a  noi,  curando  le  ferite  dei  nostri attaccamenti,  del  nostro egoismo,  in  una  parola  della  nostra  pigrizia nel  fare  il  bene,  che   chiamiamo  ‘peccato’, nostro  e  del  mondo.  Ma  peccato  è  pure l’immaturità dell’umanità che sta crescendo in noi e che, per crescere come  il chicco di grano sotto  terra, ha bisogno di spaccarsi, marcire e, se avesse coscienza, anche soffrire». 
  Il mattino seguente, Teofilo e  lo starez  iniziarono  la giornata con questa preghiera: 
 
Signore, tu hai dato la vita per noi 
e vuoi che anche noi diamo la vita per gli altri.  
In che modo? Se vuoi su una croce,  
oppure ora per ora, tutti i giorni potrò dare  
una goccia di sudore, una lacrima o una goccia di sangue. 
Oggi inizierò la giornata che ancora una volta  
ti chiedo di regalarmi. Benedici il mio lavoro: 
è attraverso questo che oggi darò un pezzo della mia vita.  
Fa che non consumi questo dono per me, ma per gli altri.

I preferiti di Dio   
  Dopo qualche  tempo,  i due monaci  ripresero  la  riflessione, che non ritenevano  sufficientemente  approfondita.  Era sempre  Teofilo  a riportare i dubbi e le pene della sua ricerca. 
  «Padre, abbiamo parlato di sofferenza, sacrificio, immaturità e per me  continua  ad  essere  difficile  capire  cosa  voglia Nostro  Signore. Vediamo  che  Dio  ha  delle  preferenze  e proprio  per  coloro  che chiamiamo ‘peccatori’, i più immaturi nel mondo». 
  «Dio Padre è misericordioso e perdona tutto a tutti ma, per ciò che riguarda le conseguenze della nostra pigrizia nel fare il bene, sembra chiaro  che  esse  vengono  curate  dalla medicina  del  dolore.  Perciò ogni male  fisico  del  corpo,  ogni sofferenza  dell’anima,  ogni  prova, ogni umiliazione, ogni scarnificazione dell’anima e del corpo, tutto è medicina che, nel progetto di Dio, la stessa natura ci somministra per curare  le  conseguenze  della  nostra  immaturità.  Siamo  un  corpo unico, per cui ogni  individuo soffre non solo per  i propri sbagli, ma per quelli del corpo intero». 
  «Padre,  se posso  interrompere chiederei una  luce:  se  il peccato è pazzia, immaturità, pigrizia di fare il bene e se chi lo compie non ha   nemmeno  il  senso  di  responsabilità  che spesso  gli  attribuiamo, perché  dunque  i  suoi  effetti  devono essere  così  devastanti?  Basta pensare a tutte le forme di violenza e di guerra che lasciano le ferite profonde di cui mi avete parlato e che si concludono nella morte». 
  «Ogni  azione  che  chiamiamo  ‘peccato’, mescolata  ai  piaceri  più desiderabili e resa possibile perché ricercata e voluta da una naturale spinta  per  ottenere  la  felicità,  lascia sempre  l’uomo  nell’angoscia, nella  sofferenza. Così, per non vedere  le  conseguenze delle proprie azioni  che  lo  fanno  solo  soffrire,  corre  a  coprirsi  come Adamo  ed Eva.  Se anche,  nel  compiere  un’azione  criminale,  l’uomo  non  è moralmente responsabile, pur tuttavia ne vede gli esiti sul suo stesso corpo e li sente come angoscia nella profondità della sua anima.  
  Il  suo pianto diventerà pianto per cancellare questi  segni  e grido per  chiedere  perdono  delle  follie  che  hanno colpito gli  altri  e  lui stesso.  Perciò  le  penitenze  che  possiamo imporci,  le  preghiere prolungate  e  gli  atti  di  carità,  tutto ciò  lo  presentiamo  a  Dio  in riparazione delle azioni criminali nostre o dei fratelli e sorelle con cui condividiamo la stessa umanità.   
  San Paolo,  e non  solo  lui,  parla delle  tante membra  e  dell’unico corpo.  Perciò  ciascuno  si  rende  responsabile  del tutto. E  dobbiamo sempre più  aver  coscienza di questo tutt’uno di  cui noi,  come pure tutti i cosiddetti criminali del mondo, facciamo parte. Se ciò provoca un  pianto  inconsolabile,  nessuno  può  privarci  però  della  gioia infinitamente più grande  delle  lacrime  che  esplode  nell’intimo  se pensiamo che Gesù non è solo carne e sangue del nostro corpo, ma il capo stesso, la testa di questa mistica unità.  
  Nel canone II della Messa preghiamo  infatti per essere “riuniti  in un  solo  corpo”  e  in  quelle  parole  noi  celebriamo  la nostra transustanziazione,  parola  non  comune  per  dire come  cambia  la nostra  sostanza,  tanto  che  diventiamo anche  noi  corpo  e  sangue  di Cristo, come il pane e il vino. 
  Se  una  spina  nel mio  piede  provoca  il  tetano,  non  c’è  problema solo  per  il  piede;  il  cuore  aumenta  i  battiti, tutto  il  corpo  è surriscaldato  e  ogni  parte  del  corpo  soffre di  tetano.  Perciò  non dovremmo  sorprenderci  quando ci  rendiamo  conto  che  Dio  ha preferenza per i deboli, i sofferenti di ogni tipo. Egli riserva per essi una  predilezione,  ma solo per  il  fatto  di  essere  sofferenti:  ciò  è sufficiente per farli diventare medicina del mondo.    
Lo  stesso  Gesù  cammina  sulla  strada  particolare  dei  “Poveri  di Jahvè” per diventare sempre più il prediletto del Padre e quando, nel Giordano,  la  Voce  dal  Cielo  dice:  “Questo Gesù  è  il  mio  Figlio Prediletto”, Gesù  sa molto bene  in  che direzione deve  continuare  il cammino:  guarire  il  corpo  e  l’anima  dell’umanità  di  cui  fa  parte  o meglio  far  maturare questa  immatura  umanità.  Poi,  comincia  a parlarne con gli amici, lasciandoli un poco sconcertati. La preferenza per quel figlio  prodigo  (perché  più  sofferente  e  inquieto),  la preferenza  per  quella  pecora  perduta  (perché  così  in  pena), la preferenza per quella moneta (perché così perduta)». 
  «Ci sarebbe quasi da domandarsi ingenuamente: se Dio preferisce tanto il peccatore, è persino meglio peccare di più?».  
  «Dio  non  ama  il  peccato  –  ama  il  frutto  immaturo,  non l’immaturità  –, ma  ama  il  peccatore  in  quanto  sta soffrendo  per  le conseguenze  del  peccato.  Per  essere  preferiti da  Dio,  quindi,  è sufficiente mettersi  dalla  parte  di chi  ha  sbagliato  o  di  chi  sta  già soffrendo  e  portarne  insieme  le  conseguenze:  questo  significa contribuire  a salvare  il peccatore,  cioè  curare  le  ferite  causate dalle azioni criminali, dalla pigrizia di  fare  il bene, di perdonare e quindi di amare».
 
Beatitudini e lotta contro la sofferenza   
  «Padre,  se  uno  soffre  ed  è  preferito  da Dio,  perché  toglierlo  da quello  stato?  Sono  certo  che  la  domanda sarebbe  pertinente specialmente in certi ambienti asiatici, dove spesso non si interviene di  fronte  alla  persona  che soffre  perché  si  pensa  che  stia  appunto purificandosi. E, per completare  la domanda, chiedo ancora: perché dobbiamo lottare tutta  la  vita  contro  la  sofferenza,  se Gesù  chiama beato chi piange, chi è povero, chi è perseguitato?».    
  «Teofilo,  se  la  sofferenza  arriva  fino  a  noi  e  ci  raggiunge, diventiamo  simili  al  Figlio  di  Dio  crocifisso,  che significa  quindi diventare  beati  come  Lui.  Ma,  per  ripeterti  che dobbiamo  lottare contro la sofferenza degli altri, ti dico ancora che Gesù, in tutta la sua vita,  ha  compiuto  tanti  miracoli  per  asciugare  le  lacrime  e  ridare speranza  a molte persone,  intervento  che  chiede  anche  a noi. Lui  è disposto  ancora  oggi  a moltiplicare  i  pani  e  i  pesci  per migliaia  di persone, ma pretende che  facciamo  tutto  ciò che è  in nostro potere. Vuole che doniamo i cinque pani e due pesci se li abbiamo. E, se non li  abbiamo,  vuole  che  andiamo  a  cercarli  come  hanno  fatto  gli apostoli. Vuole che noi facciamo la nostra parte, tutta la nostra parte. Allora, e solo allora, Gesù compie il miracolo. E se ha curato i ciechi e rialzato i paralitici, chiede anche a noi quei miracoli». 
  «In che modo?». 
  «Accompagnando  all’ospedale  un malato,  facendo  un  intervento chirurgico,  restandogli  accanto  con  cura.  Noi impiegheremo  più tempo, ma raggiungeremo lo stesso risultato. Per dare pani e pesci a migliaia  di  affamati  dovremo  fare dei  progetti  di  sviluppo,  irrigare regioni  desertiche,  smuovere  il  cuore  della  gente  perché  diventi solidale, dobbiamo in ogni caso  fare  tutta  la nostra parte per  lottare contro  la  sofferenza.  Il  buon  samaritano  del  Vangelo  ci  dà  una risposta molto significativa. Accanto a chi soffre, non possiamo stare con le mani in mano a guardare.  
  Il  samaritano  si  fa  carico  lui  stesso  delle  conseguenze  di quell’aggressione  che  ha  lasciato  un  uomo mezzo morto  sul  bordo della  strada. Cura  le  ferite,  si dà da  fare, cambia  strada,  rinuncia  ai suoi  programmi,  porta  il ferito sul  suo  giumento  fino  alla  locanda, chiede ancora a un altro di farsi carico del malcapitato e così anche il locandiere si prodiga per quell’uomo sofferente.  
  Prendere  un  po’  sulle  proprie  spalle  la  sofferenza  dell’altro significa alleggerire  l’altro e caricare noi stessi della sua fatica quel tanto che è possibile: è ciò che possiamo e dobbiamo fare. Potremmo dire con un’immagine che la ‘quantità’ di sofferenza, di medicina che guarisce  il  mondo  rimane  la  stessa,  ma  –  almeno  nel  caso  del samaritano – viene distribuita sulle  spalle di  tre persone, anziché di uno  solo.  La  solidarietà  è  appunto  questo.  Se  noi  lasciamo  l’altro nello  stato  di  sofferenza  o  di  qualunque  tipo  di  miseria  senza intervenire  quando  ne  abbiamo  la  possibilità, significa  che  non vogliamo condividere la salvezza del mondo. 
  Aggiungo  ancora  che  dobbiamo  occuparci  dell’altro  che  soffre perché  la  sofferenza  che  gli  è  stata  permessa  è tanta  quanto  le  sue forze  possono  portare  fino  all’istante in  cui  lo  incontriamo  e possiamo  alleviare  il  suo peso. Da quel momento,  se  lui continua a soffrire senza la nostra solidarietà, noi diventiamo responsabili per il suo dolore. Ecco perché bisogna lottare contro la sofferenza.   
La  beatitudine  di  chi  è  povero,  piange  ed  è  perseguitato  non  viene scalfita:  il Lazzaro della parabola evangelica va nel seno di Abramo pur non avendo fatto nulla, ma semplicemente avendo vissuto povero e quindi beato, mentre l’Epulone che non lo aiuta e non allevia le sue ferite viene punito con il più grande castigo. 
  Gesù  stesso  si mette dalla parte di  chi vive  le conseguenze della carenza  nello  sviluppo  o,  se  si  vuole, dell’immaturità  del mondo:  i malati,  i paralitici,  i ciechi, gli  indemoniati,  i morti, gli stigmatizzati peccatori.  Cura  i malati in  ogni momento,  anche  di  sabato,  così  è giudicato eretico e ne porta le conseguenze. Apre gli occhi a Farisei e Scribi, guide cieche di  ciechi, ma  questi  lo  ritengono  avverso  alla legge di Dio e Lui ne porta le conseguenze. 
  Gesù  si mette  dalla  parte  degli  indemoniati  e  li  cura:  per  questa ragione dicono che è indemoniato lui stesso, ma Lui va avanti.  
  Gesù  si  mette  dalla  parte  dei  prediletti  e  vuole  andare  fino  in fondo  nell’umiliazione  dovuta  al  giudizio  di persone  estremamente piccole e spaventate.  
  Gesù  va  avanti  nel  dolore  della  Passione,  per  diventare  il  più povero dei poveri: il condannato a morte come schiavo su una croce.  
  Gesù  si  mette  dalla  parte  dei  peccatori:  nel  caso  dell’adultera impedisce che venga lapidata.  
  Gesù perdona coloro che erano considerati peccatori.  
  Gesù  chiede  anche  a  noi  di  perdonare  agli  altri,  sapendo  che l’azione  di  perdonare,  quindi  recuperare  un  atto di  amore  perso,  è l’atto più divino dell’essere umano, anzi è l’atto che più di ogni altro lo  fa  uomo.  Se  un mio  fratello uccide  un  altro  fratello,  perché  lo uccide? Perché pensa che abbia commesso qualche azione che merita la morte. Cos’avrebbe dovuto  fare  invece di ucciderlo? Perdonarlo, quindi compiere un atto d’amore. Non avendolo perdonato, ha perso l’occasione  di  compiere  un  atto  d’amore.  E,  se  io  lo perdono, recupero un atto d’amore perso. 
  I  fedeli  ebrei  non  capiscono  un  Dio  così  vicino  e  Gesù,  che considera Dio  così vicino  al punto di  chiamarLo Padre, ne porta  le conseguenze e viene crocifisso.  
  Se, come Gesù, non avremo paura, anche noi potremo  seguire  il suo cammino e in questo modo diventare cristiani».
   
La ricompensa di fare il bene   
  «Perché, Padre, sovente non si è ricompensati per il bene fatto?». 
  «Mio buon Teofilo, Gesù ci chiede di seguirlo nelle sue azioni, ma non  ci  nasconde  che,  facendo  il  bene,  non sempre se  ne  riceve  la ricompensa, anzi succede spesso il contrario. E lo dice: se fate come me, vi capiterà quello che è capitato a me. Hanno perseguitato me e perseguiteranno anche voi, ma dovete saperlo. Hanno crocifisso me, crocifiggeranno anche voi, d’altra parte, se il chicco di frumento non muore, non porta frutto. 
  Durante  la  Messa  c’è  un  momento  molto  significativo,  in  cui dichiariamo  con  un  segno  di  voler  seguire  Gesù fino  in  fondo.  Il sacerdote mette poche gocce d’acqua nel calice del vino per dire,  in altre parole: Gesù, noi siamo queste poche gocce d’acqua e Tu sei il buon  vino.  Noi  ci  uniamo  a  Te  per  essere  una  cosa  sola  con  Te, sapendo che avremo  la  stessa  sorte,  non  solo  nella  sofferenza.  Tu, infatti,  sei  stato  perseguitato  e  ucciso  e  lo  saremo pure  noi, ma  sei anche risorto e lo saremo anche noi con Te. 
  L’immagine del pane che mangiamo ci aiuta a comprendere. Per 
diventare goccia di sangue e quindi vita nel nostro corpo, il grano ha un  lungo  cammino:  dev’essere  seminato  nel campo e marcire,  poi svestito della bellezza della  spiga, quindi macinato, pressato con un po’  d’acqua,  infine  rullato  e messo a fuoco,  spezzato, masticato  e dimenticato  nelle  nostre  viscere,  dove  muore  definitivamente, perdendo  la  sua stessa identità.  Solo  allora  viene  assorbito  per diventare una preziosa goccia di sangue nel nostro corpo.  
  Non  abbiamo  bisogno  di  commenti  per  capire  il  tragitto  che dobbiamo percorrere  anche noi. Seguendo Gesù  ci  si imbatte  in un discorso  rivoluzionario  per  il  mondo  ebreo  e anche  per  la  nostra cultura: era ormai assodato da secoli che chi faceva  il bene riceveva tanta  ricompensa  e  chi  faceva  il  male  riceveva  tanto  castigo.  Nel mondo  ebraico, non  essendo  ancora  chiara  la  verità  della Resurrezione  dei  morti,  bisognava  ottenere  già  su  questa  terra  la ricompensa  al bene o  il castigo per  il male  che una persona poteva fare. La  fedeltà  ai Dieci Comandamenti  era perseguita  per  avere  in ricompensa  una  bella  e  buona  famiglia  che,  in  qualche  modo, prolungava  la vita del buon ebreo. Si offrivano  in sacrificio agnelli, tori o frutti di ogni tipo per ottenere in cambio ricchi raccolti, greggi sani e moltiplicati, vittoria contro i nemici, etc. 
  Era  però  evidente  che Dio  avrebbe  punito  con miseria, malattia, infelicità,  sconfitte,  deportazioni  e  schiavitù  chi commetteva  azioni criminose. La benedizione e  la maledizione di Dio scendevano nella vita del vivente e si potevano estendere a chissà quante generazioni. Chi  soffriva  pensava  che  quella  disgrazia  fosse  dovuta  ai  propri peccati  o  a quelli dei  suoi  antenati;  allo  stesso  modo,  una  vita particolarmente benedetta poteva dipendere dalle proprie virtù o dal bene fatto dagli antenati. Già nel libro di Giobbe si cerca di dire in 42 capitoli  che  la  visione  teologica  del mondo ebraico  non  è  giusta  o perlomeno  incompleta. Riconosciamo  comunque  che  essa  ribadisce in  sostanza  che  il male produce sempre  il male  e  il  bene  provoca sempre  il  bene  (il  bene  è  ontologico,  non  così  il male). Ma  Gesù spezza pure  tale  convinzione. Di  fronte  a  un malato, Gli  chiedono infatti: “Ha peccato lui o i suoi genitori?”. E Lui, il Messia, risponde: “Né lui, né i suoi genitori”. 
  Tutto ciò che di gioia o di  sofferenza Dio permette per questa o quell’altra persona è perciò solo ed esclusivamente per  il bene della persona stessa, della sua famiglia, della comunità o del mondo intero. Molte volte chiediamo  la pioggia e arriva la  tempesta, ma  se arriva quest’ultima,  significa  che,  in  quel  momento,  abbiamo  bisogno  di tempesta più che di pioggia. Il bene può essere questo: arrivare a un cuore  pentito,  ricevere  un  cuore  capace  di  commozione,  acquisire una sensibilità particolare accanto a chi soffre e diventare capace di fermarsi come fa il buon samaritano». 
  «E,  in  definitiva,  quale  sarà  la  conseguenza  di  tutti  gli  errori, pigrizie e immaturità?». 
  «Sarà  il  rallentamento della  realizzazione del Regno di Dio e dei Cieli nuovi e Terra nuova. Già all’inizio della sua predicazione Gesù aveva  detto:  “Convertitevi  perché  il  Regno  di  Dio si  avvicina”. Quando  non  ci  convertiamo  e rimaniamo  pigri  nel  fare  il  bene,  il Regno  di  Dio,  per  così  dire,  si  allontana,  mentre  la  purificazione prima della morte o dopo  la morte è  il processo di maturazione dei nostri frutti, che ci avvicina al Regno di Dio». 
 «Padre, oltre a compiere il bene e chiedere la Grazia di vincere il male, che cosa possiamo fare per continuare il lavoro di salvezza che Gesù Cristo ha cominciato?». 
 «Possiamo  preparare  la  nostra  celebrazione  eucaristica  in  questo modo:  quando  ascoltiamo  parole  di  maledizione o  bestemmie, quando  vediamo  qualcuno  commettere ingiustizie  contro  altri  o compiere delle disonestà, o qualcuno che non  riesce a perdonare gli altri  o,  ancora,  aprendo  il  giornale  vediamo  la  foto  di  un  volto alterato con la didascalia “Ha ucciso la moglie; Ha stuprato la figlia” o  qualche  altra mostruosità,  possiamo  fermarci  e  chiedere:  “Chi  è questo criminale?”.  Sappiamo  la  risposta:  “Mio  fratello”. Allora  lo porteremo  nel  nostro  cuore,  in  chiesa  con  noi  e potremo  chiedere perdono a nome suo o a nome loro.  
  Durante  la  giornata,  ogni  volta  che  incontro  chi  compie  il male, invece  di maledirlo,  di  riversare  rabbia  su  di  lui, posso  assumere  e fare miei  i suoi sbagli,  la sua pigrizia di fare  il bene,  l’incapacità di perdonare,  la pazzia  che  lo porta  alle  azioni più  insane,  ecco posso caricarmi di tutto questo e, quando mi avvicino all’altare del Signore, posso dirGli: “Guarda, Signore, quante ferite ti ho portato. Ti chiedo perdono  a  nome  loro,  perché  non  sanno  da  chi  andare per  farsi guarire, per chiedere perdono. Qualcuno, poi, non  sa nemmeno che esiste  il  perdono, ma  io  so  da  chi andare,  so  che Tu mi  aspetti  per perdonare,  per  guarire  queste  ferite.  Ecco,  davanti  a  Te  presento  i miei sbagli personali e questi, che sono anche miei perché li ho fatti miei,  li  ho  assunti  come  commessi  da me.  E  adesso  sono qui  per chiederne  l’assoluzione.  Poi  alzerò  il  calice  della  salvezza  e invocherò  il  Tuo  nome,  Signore,  anche  da parte  loro.  Se  questi fratelli meritassero  una  punizione,  dimentica  che  siano  stati  loro  a fare quelle azioni. I loro sbagli adesso sono miei: se vuoi, punisci me. In ogni caso Ti chiedo perdono”.  
  Così,  Teofilo,  diventiamo  corredentori  con  Cristo.  Lui  chiede perdono  al  Padre  a  nome  nostro  e  noi  chiediamo perdono  a  nome nostro e di quella porzione di mondo che ha raggiunto il nostro cuore direttamente o  indirettamente e così diventiamo sempre più colleghi di Gesù Cristo e corredentori con Lui.  
  Se  il Signore mi fa questo dono,  la mia spiritualità cambia volto. Quando  incontrerò  quei  fratelli  e  sorelle  la seconda, decima  o centesima volta, vedendo gli stessi sbagli comincerò a pregare di più per loro e  li sentirò sempre meno un corpo estraneo e sempre di più appartenenti a me. Mi abituerò a non dire più: “Se fa cose sbagliate, peggio  per  lui”, ma: “Se  fa cose  sbagliate,  peggio  per me”,  perché  siamo  un  unico  corpo,  siamo  nella  stessa  barca.  E  se  io  sono  al motore della  barca,  non  posso  disinteressarmi  di  chi  ha in mano  la corda della vela o di  chi  impugna  il  remo per direzionare la barca: tutto  ciò  che  Gesù  compie,  lo  chiede  anche  a  noi,  pur  se  in dimensioni diverse».

Il Vangelo non è utopia   
  «Padre, a volte mi viene il dubbio che il cristiano sia una specie di extraterrestre». 
  «La proposta evangelica  ti pare un’utopia? Ti racconterò un fatto del  quale  sono  stato  testimone  oculare. Mate  e suo  padre  Rusdia avevano  un  rapporto  molto  conflittuale. Quando  bevevano  –  e  lo facevano spesso –, perdevano il lume della ragione e s’insultavano a vicenda.  Tre  anni  prima,  viaggiando  in  auto  con  la  sorella  Barda, Mate ebbe un grave  incidente e  lei perse  la vita. Da ubriaco, Rusdia accusava il figlio di essere responsabile di quella morte, mentre Mate rivendicava  la  propria  innocenza. Gli  amici  li  dividevano e la  rissa tra  i  due  gruppi  diventava  armata  e  quindi pericolosa. Quella  sera, mentre  i  due  si  riabbracciavano  per  rifare  pace,  dalla  rivoltella automatica  esplose  un colpo che lasciò  Rusdia  senza  vita. L’incidente era stato involontario, ma tutti pensarono a un crimine.  
  In un momento di assoluta confusione, Mate  riuscì a  fuggire con la famiglia, prima di rischiare un linciaggio. Io ero rimasto con loro e si  preparò  il  funerale:  avrei  accompagnato  il defunto  in  Albania perché Rusdia era come un padre per me ed ero l’unico che avrebbe potuto  viaggiare  con  documenti  regolari. Dopo  pianti  interminabili, tutti i parenti si riunirono per l’ultimo saluto. La famiglia era di fede musulmana, ma  conosceva  il Vangelo più  del Corano. Facemmo  le preghiere e, da ultimo, ci  fu  il  saluto del  figlio maggiore Arko, che aveva 19 anni, uno in meno di Mate.   
  Arko  pregò  così:  “Papà,  ti  abbiamo  perso  –  e  fece  una  lunga litania di nomi di parenti e amici che, col desiderio e la benedizione, l’avrebbero accompagnato nel suo ultimo rientro in Patria; nominò la mamma e scoppiò in lacrime, poi si riprese – papà sei stato ucciso ed io, tuo figlio, ho il dovere di vendicarti. Perciò, con tutte le mie forze, chiedo che muoia chi ti ha ucciso, ma non chiedo questa maledizione per mio  fratello,  che  ha moglie  e  figli,  no,  lui  deve  vivere. Chiedo che  cada  solo  su  di  me”.  Scoppiarono  grida  e  pianti.  Tutti abbracciammo e baciammo Arko:  sapendo che, presso quel gruppo, la  benedizione  o  la maledizione  non  sono  un  augurio ma  un  fatto reale, a tutti sembrò che Arko fosse il defunto da salutare.  
  E,  infine, non posso dimenticare ciò che  raccontò a Spiridone un condannato  nei  campi  di  lavori  forzati  in  Siberia. Quell’uomo, rincasando la sera, trovò la moglie in un lago di sangue e, accanto, il corteggiatore  che  l’aveva  tentata tante  volte  senza  mai  riuscirvi: l’aveva pugnalata. Il marito, dopo un momento di shock, non si buttò sull’assassino, ma andò a consegnarsi all’autorità costituita, dicendo di  aver  ucciso  lui  stesso  sua  moglie.  Per  quello  era  stato condannato».