IL DIALOGO DEI MONACI

Capitolo II

TEOFILO CERCA DIO
pag. 14-25
 
La preghiera-grido 
  Si  sa  che di notte  tutto è nero.  In quel periodo,  da qualunque parte Teofilo  posasse  lo  sguardo,  gli  stillavano lacrime  e  il  suo  cuore gridava all’infinito: “Non nascondermi il tuo volto”. Quando parlava con il Padre, gli sembrava di rivedere la luce, ma subito dopo veniva il  buio.  Anche  leggendo  la  storia  della  margherita  qualcosa  parve illuminarsi in lui ma, appena ebbe terminato, tutto tornò come prima. 
  Allora il novizio andò nella cappella, questa volta non per pregare, ma per gridare. Poi prese della carta e volle scrivere, cosa che non gli era  congeniale,  ma  lo  fece.  Rivolto  verso  la tenda  del  Signore dov’era  conservata  l’Eucarestia,  in quella  notte  più  silenziosa  che mai, guardava e scriveva:  
  
Da  millenni,  Signore,  cerchiamo  il  tuo  volto  perché  ci  hai  fatti assetati di  te, desiderosi di vedere almeno un raggio della  tua  luce, di  udire  anche  una  sola  delle  tue  parole e  tu  fai  silenzio. Forse  ci lasci  in  quest’attesa  –  che non  è  lunga  –  per  la  Celebrazione dell’incontro? O forse perché, attirati da te, possiamo maturare una fede adulta? Spesso mi sembra di aver  inteso. Ma quanti, come me, hanno 
sentito  le  tue parole e poi  si  sono nuovamente domandati  se sei  stato  proprio  tu  a  parlare!  È  possibile  che perfino  Mosè,  in qualche momento di sconforto, abbia gridato: “Eppure ti ho visto in quel  fuoco che bruciava  sopra  la montagna. O era un altro  fuoco? Non  è  possibile  che  fosse  un’illusione:  il  roveto  bruciava  senza consumarsi. O forse il fuoco era più distante e mi sono sbagliato? 
  Signore, eri tu a parlarmi o no? Ho già inteso o non ancora le tue parole?  “Mio Dio, mio Dio,  grido  tutto  il  giorno  e non  rispondi”. Perché? Forse  hai  già  parlato  e  sono  sordo? Faccio  pure  fatica  a credere a chi dice di averti visto o sentito, perché sei l’Invisibile e le tue non sono parole d’uomo. Mi tendi la mano e, in alcuni momenti, ho  l’impressione  di sentirla  così  forte,  sicura,  dolce. Ma, proprio perché mano di Dio, infinita. E così, se la mia povera mano di carne vuol sentire  la  tua  piena  di mistero  e  possederti  e  toccarti almeno per  un  istante,  non  sente  più  nulla  e  si  chiude, vuota.  “Hanno trapassato le mie mani” ed io non posso stringere la tua. 
  Ma  chi ha  fatto  il  cielo, modellato  la  terra  e portato  le galassie negli  spazi?  Non  io,  certo.  Chi  ha  inondato  la terra  d’acqua  e riempito di vita  tutti gli abissi? No, non sono stato  io e nessuno che abbia  cuore,  cervello  e  mani come  me.  E  chi  ha  tessuto  me,  nel ventre  della  terra?  Sei  tu, Dio,  certo.  Sei  tu  che mi  hai  tratto  dal ventre di mia madre. Sei tu che al mio nascere mi hai raccolto e fatto vivere.  Sì,  sono  sicuro  che  sei  tu  e  che  non potrebbe  essere diversamente,  ma  perché,  se  mi  volto  indietro nella  mia  povera storia, vedo solo il volto di mia madre all’inizio della mia vita e non il tuo, Signore? 
  Signore,  non  stare  lontano  da  me  perché  l’angoscia  è  vicina. Signore, ho paura di perderti. La mia fede, se ancora esiste, è esile. Ma nessuno mi aiuta, perché nessuno può aiutarmi: non ho bisogno della mano di un uomo, ma della tua, che non riesco mai a stringere. Non mi bastano  le parole dei  fratelli, ho bisogno delle  tue, che non riesco  a  sentire  e non  sentirò mai,  perché  sono  uomo  di carne.  Se solamente  mi  angosciasse  il  fatto  di  non  averti  mai  sentito come sento  la voce degli amici, non sarebbe così doloroso. Lo diventa se penso  che  in  tutti  i giorni della mia  vita non udrò una sola parola pronunciata  chiaramente  da  te  con  evidenza.  E  sarebbe  ancora sopportabile  se  ciò accadesse solo a me,  invece nessun uomo della storia ha mai potuto parlare a tu per tu con te, perché  le tue parole non  sono  parole  d’uomo  e  l’uomo  non  può  sentirle.  Questo  è veramente lacerante. 
  È vero, e lo ripeto: agli uomini di tutti i tempi e, in particolare, a quelli degli ultimi millenni, hai dato la possibilità di comunicare con te. Ma,  proprio  perché  volevi  farti  capire,  hai usato  voci  umane. Così, dopo averle intese con tanta sicurezza, troppe volte è tornato in noi  il  dubbio  che  fossero  tue.  Hai  operato  segni  e  prodigi  ma, proprio perché potessimo vederli,  li hai compiuti sulle cose visibili: così,  in  breve  tempo,  ci  tornava  il  dubbio  che  quei  segni fossero davvero  tuoi.  Mai  una  parola  certa!  Ahimè,  che  dico? Le  tue alleanze  furono parole alle quali  seguirono fatti ben precisi, quindi parole certe. Le nostre parole hanno la caratteristica dell’incertezza, ma  non  le  tue!  Anzi,  esse restano in  eterno:  è  ciò  che  professa  la nostra  fede, ma  la parte percepita da noi  è quella che  si è  infranta nel tempo, altrimenti non avremmo potuto udirla. È vero,  tu non sei un uomo  che  può mentire,  né  un  figlio  d’uomo  che può  ritrattare. Perciò  non  posso  pensare  che  tu  affermi  e  non  mantieni,  ma  mi dovranno  bastare  queste  tue parole diventate  umane,  altrimenti  la mia fede perderà ogni orizzonte. 
  Nel  libro  in  cui  sono  scritte  le  più  belle  parole  tue  e  dei  miei fratelli,  leggo  che  “in  principio  era  la Parola”. Ma  come  avrebbe potuto  sentirla  l’uomo?  Io  credo  che  tu sei  Parola,  ma  quel passaggio dall’Eterno al tempo, dal tuo cuore – che è cuore di Dio – al cuore dell’uomo mi lascia confuso.  
  Nel  santo  libro  della  Bibbia  sta  ancora  scritto:  “La  Parola  è diventata carne”, così, per ciascuno di noi, è stato possibile vederla. Sì, Gesù Cristo è certo  la più bella Parola che hai pronunciato nel mondo. Ma anche questa Parola è giunta visibile a me, ancora una volta, in un uomo. Le parole che abbiamo udito da Lui e i suoi segni erano  anche  parole e segni di  questa  terra.  Almeno  per  una  volta potevamo pretendere di udire una tua parola pronunciata non con la solita voce umana che già aveva  fatto eco nel cuore dei Profeti e di ogni uomo di buona volontà, in particolare nel cuore di Gesù Cristo! Così  la mia  fede  non  avrà mai  una  risposta  su  questa  terra? Non potrò mai essere sicuro di aver inteso la tua parola “certa”! 
  Signore, i dubbi della notte mi spezzano, ma a te debbo dire ogni cosa.  Signore Dio,  almeno  Lui  –  la  Parola  tua fatta carne  –  avrà inteso  la  tua voce non come  filtrata da un cuore di carne, ma come voce  solamente  divina?  Signore, ragiono  con  te:  anche  Lui,  come uomo,  poteva  intendere  le  tue  parole,  le  tue  grandi  parole  divine attraverso il suo  cuore  di  carne?  In  quanto  uomo,  infatti,  come avrebbe  potuto  intenderle  altrimenti?  Se  così  fosse,  capirei meglio quel  sudore  di  sangue  alla  fine  della  sua missione. Era  forse  un estremo  interrogativo  che  saliva  a  te  dal cuore  del  primo  e  ultimo uomo della storia, nella pienezza dei  tempi, per avere una risposta, una  parola  di conferma, un  segno  che  non  fosse  solo  umano,  ma divino, affinché già qui, su questa terra, possiamo essere sicuri di te, che sei l’Assoluto? 
  Gesù, che ha fatto la massima esperienza del Dio vivo e presente in Lui, che ha avuto la più grande illuminazione di tutti i tempi – in cui  ha  sperimentato  di  essere  una  cosa  sola col Padre  e  lo  Spirito Santo – Lui, questo Dio,  figlio dell’uomo, così umano nella sua vita quotidiana,  mi  confonde.  Lui,  così  vicino  a  me,  così  simile  a  me, debole nel grido e nel pianto come me – beninteso senza peccato – al punto da rivelarci che siamo un solo corpo, un  tutt’uno con Lui, mi lascia  prostrato,  senza  parole.  Potrei  continuare  il mio  pianto per lunghe pagine e tu continueresti il tuo silenzio. Nei miei dubbi, lascia che anch’io, come i discepoli del Battista, vada da Gesù a chiedere: “Sei tu, o dobbiamo attendere un altro?”. 
  Ma anche tu, Gesù, non mi rispondi più: mi hai già parlato con le parole più belle del mondo ed ora sei nel Padre, una cosa sola con Lui, mentre  io continuo a gridare col Salmo: “Dio mio,  t’invoco di giorno e non  rispondi, grido di notte e non  trovo  riposo. Eppure  tu abiti la santa dimora, tu lode di Israele. In te hanno sperato i nostri padri, hanno sperato e li hai liberati”.  
  Il  fatto  che abbiano  sperato  e  siano  stati  liberati è  segno che  la tua Parola era veramente  tua? È segno che  le parole intese da quel popolo  erano  davvero  parole  di  Dio,  pur donate  dall’eternità  al tempo,  dal  cuore  di  Dio  al cuore  dell’uomo?  “A  te  gridarono  e furono  salvati,  sperando  in  te non  rimasero delusi”. Sì, è vero: hai salvato e liberato milioni di volte quel popolo – popolo di Israele – che ti ha amato e tradito ripetutamente: nella tua misericordia, l’hai sempre attirato a te per perdonarlo e ricominciare il cammino. L’hai liberato  dai  nemici,  dalle  disgrazie,  ma  a me non  basta.  Non  mi basta che tu mi liberi in questa storia. Ho bisogno che mi porti nella tua  storia, che è eterna:  solo allora potrò  sentir pronunciare  le  tue parole  inequivocabili e vedere  il  tuo volto. Prima di quel giorno c’è solo l’attesa e la grande Speranza. 
  Signore Gesù,  in  attesa  della  tua  venuta,  ecco  la mia  speranza. Nella notte, Gesù,  faccio  la mia professione di  fede: credo  tutto ciò che  c’è  stato  nel  tuo  cuore  umano. Questa  è  la mia  fede.  Anch’io voglio credere che Dio ha parlato. Donami la Carità, o Signore, per far  nascere  in me  una  fede  nuova. Alimenta  in me  la Fede  perché possa far rinascere la Speranza fino al giorno in cui ti incontrerò nei Cieli nuovi e Terra nuova. 
        
Il  giorno  dopo,  letta  ogni  parola  con  calma,  lasciandola  rimbalzare nel proprio cuore come quando leggeva i Salmi di Davide, l’anziano monaco gli domandò:  
  «Figlio, perché hai scritto questo?». 
  E  il  novizio:  «Perché  so  che  torneranno momenti  di  dubbio. Ci saranno  notti  in  cui  sembra  che  non  compaiano più  le  luci  del mattino  e  dovrò  rileggere  parole  di  conforto. Sapete  che  spesso arrivano qui da noi anime scoraggiate: volevo un rotolo per loro».
  «Vorrei dirti che all’uomo e non solo a Gesù Cristo è stato fatto il dono  di  comunicare  con Dio,  e  nel  cuore  di  Gesù che  è  umano  e divino  si  risolve  il  Mistero  del  passaggio della  Parola  da  Dio all’uomo. Ma  adesso  sei  stanco. Aggiungo  soltanto  che  alle  anime disperate  non  devi  dar  rotoli  di  carta.  Accompagnale  davanti all’Eucarestia. Invitale  a inginocchiarsi  come  ci  si  inginocchia davanti  a  Dio,  non  importa  cosa  credono  di  avere nel cuore,  né importa se pensano a Lui. Se  ti ascoltano, parla  loro del Natale. Di’ che i pastori, proprio perché erano umili e semplici, poveri e piccoli, hanno meritato  di  ricevere  la  rivelazione  degli Angeli.  La  teologia del presepio è la più semplice: non fa domande, non chiede risposte, semplicemente vuol vedere un Bambino avvolto  in fasce, deposto in una mangiatoia. Eppure la loro notte si è illuminata: hanno incontrato il Signore, probabilmente senza rendersene conto e senza cercarlo. Il Signore  si  rivela gratuitamente.  Parla  poi  ai  tuoi  amici  della Settimana Santa:  essi  sentiranno  che  un uomo  che  era  tutt’uno  con Dio e  tutt’uno con noi, per  amare – e per amare proprio noi –,  si  è lasciato crocifiggere. Parla poi di quei  tre giorni prima di Pasqua:  la notte più buia del mondo. Ebbene, anche quella notte si è incendiata di luce nel mattino  di  Pasqua. Di’  loro  che  non  c’è  più  ragione  né posto per la disperazione».
 
Parabola dell’isola disperata  
  Quando si rincontrarono, Teofilo gli domandò:  
  «Padre, potrei ripetere una domanda che forse è già stata posta da tutti gli uomini del mondo?». 
  «Fin quando non abbiamo udito una risposta che riempia il cuore, le  nostre  domande  hanno  il  diritto  di  essere ripetute  infinite  volte, anche  se  con  umiltà  dobbiamo  riconoscere che  non  tutte  hanno altrettante risposte». 
  «Alla mia domanda ho sentito le risposte di tanti filosofi, teologi e uomini  di  cultura,  ma  vorrei  sapere  cosa  risponde Dio  all’uomo quando  questi  grida  nel  dolore,  nella  malattia e di  fronte  alla condanna a  morte.  Proprio  all’inizio  del libro  più  santo,  Dio  si dichiara soddisfatto per  tutte  le cose che ha creato:  in quella pagina sta  scritto  “Dio vide  che tutte le  cose  erano buone”. Padre, quando Lui  ha  visto  il  dolore  nella  sua  creazione,  può  aver  detto  che  era buono? Quando ha visto la morte, che pure era uscita dalle sue sacre mani creatrici, può aver detto che tutto era buono?». 
  «Teofilo, se  le  risposte che hai già sentito non  ti sono bastate,  io non ne ho altre. Ti lascio però una storia da meditare, anche se nulla potrà  arricchire  ciò  che  è  scritto  nella  Bibbia. Ma  quel  linguaggio spesso è arduo e tu, Teofilo, hai ancora bisogno di latte e non di cibo solido: leggi questa parabola, ti aiuterà almeno a dire grazie». 
  Con  quel  rotolo  di  carta,  Teofilo  ricevette  la  benedizione  e  si congedò.  Mentre  camminava,  sentiva  crescere  la curiosità  ma, sapendo che quelle pagine non avrebbero potuto dire più di ciò che già aveva  sentito  e  letto,  la offrì  a Dio  senza  sforzo,  rimandando  la lettura a un altro momento. Il giorno seguente, terminate le preghiere che ormai erano diventate il suo cibo quotidiano, prese il rotolo per la meditazione e lesse: 
 
Una  piccola  nave,  dopo  aver  perso  ogni  controllo  nella  burrasca, finì  per  schiantarsi  contro  le  rocce  di  una costa  sconosciuta dell’oceano.  Tutti  i  navigatori  –  uomini, donne  e  bambini  –  si salvarono, ma la nave, in pezzi, fu risucchiata dalle onde violente.
  Dapprima  i  naufraghi  si  riunirono  per  ringraziare Dio  di  aver loro  salvato  la  vita,  poi perlustrarono  il  territorio lungo  la  costa, finché  ritornarono al punto di partenza. Solo allora  si  resero conto di  essere  prigionieri  sopra  un’isola sconosciuta,  chissà  a  quale distanza dal resto del mondo. Bisognava però ricominciare a vivere, per ubbidire a quella forza  istintiva  che alimenta  il desiderio della sopravvivenza inscritto in ogni essere umano. 
  Il  più  anziano,  che  aveva  poco  più  di  cinquant’anni,  cercò  di organizzare  la  vita  sociale  sull’isola,  riuscendovi con  discreto successo. Per  lungo  tempo non  fu  facile adattarsi alla coltivazione, senza  esperienza  e  senza  mezzi adatti.  All’inizio,  gli  uomini cacciavano e pescavano, senza fare a meno dei frutti di quella buona madre che è la terra. 
  Forse a causa delle fatiche sproporzionate, della solitudine, della paura di un futuro incerto per sé e i propri figli, col tempo il popolo si  votò  alla  lamentazione.  Per  ogni  avversità, fatica  o  sofferenza, primo fra tutti, il capo alzava al Cielo un grido: “O Dio, perché hai fatto  il mondo  in  questo modo?  Perché  i  nostri  bambini  innocenti devono  soffrire? Perché ci  affliggono  le  angosce,  le  paure  e  ogni sorta di male? Perché, o Dio, hai fatto un mondo così sbagliato?”. 
  Nei luoghi di culto, intanto, si moltiplicavano le liturgie, e tutte le preghiere si risolvevano nella richiesta: “O Dio,  toglici ogni tipo di dolore”,  a  cui  seguivano  lunghi  elenchi  di  tutti  i mali. La  seconda invocazione era  invece: “Rendici sempre felici, donaci ogni piacere che  la  vita  può  darci”.  Ma,  poiché  non  venivano  esauditi  tutti  i desideri – bensì solamente qualcuno, di tanto in tanto – serpeggiava in mezzo al popolo una tale tristezza per la vita che, tra depressioni e suicidi,  sull’isola  si  rischiava  di  compromettere  la  sopravvivenza stessa.  Nessuno  riusciva  più  ad accettare  che  Dio  permettesse  la sofferenza  e,  di  conseguenza,  nemmeno  a  vedere  tutto  ciò  che  di bello e incantevole c’era attorno.  
  Il capo,  consultando  il  gruppo  dei  ministri  addetti  alle  varie occupazioni,  un  giorno  prese  un’importante decisione:  “Visto  che stiamo  morendo  di  dolore,  di  sofferenza  e tristezza,  tutti  insieme chiederemo  a  Dio  che mandi  il  suo  Angelo  a  cancellarli  da quest’isola. Poiché nessuno  tra noi  riesce a  capire ancora  il  senso della sofferenza nella nostra vita, chiediamo che venga rimossa”.  
  Tutti  si prepararono a  fare questa  richiesta  con estrema  serietà. Digiunarono  quaranta  giorni  e  fecero  ancora nove  novene  di preghiere  per  meritare  di  essere  esauditi. Giunse  così  il  giorno sospirato,  che  dall’alba  al tramonto  diventò  una  sola,  lunga  e ricorrente preghiera: “Cancella il dolore dalla nostra vita. Cancella il  dolore  dalla nostra vita”.  Dopo  il  tramonto  del  sole,  in  mezzo all’assemblea  apparve  una  luce  simile  a  un  Angelo:  “Siete stati esauditi.  Da  oggi  il  dolore  non  avrà  più  dimora  su quest’isola”. Quando  l’Angelo scomparve, un grido di gioia incontenibile si  levò in mezzo al popolo, che continuò a ringraziare Dio per l’intera notte, fin  quando,  al  mattino,  tutti si addormentarono  in  una  pace  mai sperimentata prima. Poi la vita riprese e tornò la serenità e la gioia sul volto di ciascuno.  
  Un  primo  risultato  si  riscontrò  il  mattino  stesso,  quando  due mamme partorirono il loro bambino senz’ombra di dolore. Altri fatti simili si moltiplicarono. Tutti coloro che avevano emicranie, mal di denti, coliche di vario genere o ferite, all’improvviso furono liberati dal dolore e tutta l’isola si ubriacò di gioia. Allora il capo domandò a un soprintendente: “Perché Dio ha  tardato millenni prima di  fare questo  regalo  all’umanità  e,  probabilmente,  solo  a  questa  piccola isola?”.  Qualche  giorno  dopo,  però,  sopraggiunse  un  primo problema: essendo quegli uomini un poco primitivi e violenti, dopo un bisticcio un giovane massacrò di  frustate  la moglie,  lasciandola sfinita e  tutta un  livido. Quando si rialzò,  la donna rise  in faccia al marito, il quale si rese conto che la sofferenza non esisteva più e che stava perdendo parte del controllo sulla sua  famiglia. Quella donna aveva  fatto  un  grave  sbaglio  e, secondo  lui, meritava  una grande punizione.  Da  allora,  anche  un  semplice  schiaffo  al  figlio disubbidiente non ebbe più senso.  I bambini non avevano più alcun timore  dei genitori,  né  dei  loro  insegnanti:  anche  la  minima punizione  fisica  risultava  inutile  (il  che, ovviamente,  sarebbe  stato positivo, se quel gruppo fosse stato più evoluto). Nello 
stesso tempo, però,  non  venivano  più  avvertiti  sintomi  importanti. Un  bambino  a cui  era  gonfiato  un  braccio  era morto  poche  ore  dopo:  nessuno aveva  notato  i  segni dei  denti  di  un  serpente che  aveva  iniettato  il veleno senza provocare dolore. 
  Nell’equipaggio  di  quella  nave  c’erano  pure  due  medici,  che venivano continuamente consultati o chiamati, quando qualcuno era visibilmente malato e rischiava di morire. Essi arrivavano, ma senza poter  fare  diagnosi:  non  potevano capire  se  il  malato  aveva  un problema intestinale, al fegato o ai reni, poiché nessun dolore poteva indicare  loro  una pista  sicura  per  una  qualche  terapia.  Così sull’isola ci  
furono molti più morti degli anni precedenti, quando  il dolore  era  a  servizio  delle  diagnosi.  Inoltre,  la  paura  di ferirsi,  di fare  un  incidente  –  in  una  parola  la  paura  per  il dolore  –  andava diminuendo, con conseguenze sempre più devastanti.  
  A  quel  punto,  il  capo  si  consultò  nuovamente  col  gruppo  del ministero,  che  decise  all’unanimità  di  chiedere  al buon  Dio  di liberare  il  popolo  anche  dalla  malattia,  visto che  l’aveva  già esaudito  circa  la  sofferenza.  Tutti  si prepararono  quindi  con  il digiuno  di  quaranta  giorni  e  le  novene,  come  avevano  già  fatto precedentemente  e anche l’Angelo  della malattia  fu  autorizzato  ad affrancarli da essa. Quindi  si  rallegrarono: non ci  sono parole per descrivere una gioia così grande. I malati di  tubercolosi,  i  lebbrosi, coloro  che  avevano  coliche  in  atto  al  fegato  o ai  reni,  i malati  di cuore,  chi  faceva  una  gran  fatica  a  respirare  a  causa  dell’asma, tutti, proprio tutti, all’istante furono guariti e l’Angelo della malattia lasciò l’isola, come l’aveva lasciata l’Angelo del dolore. 
  Il capo riunì poi tutto il popolo per ringraziare Dio, ma non riuscì a  trattenersi: “Questo era  il modo in cui Lui avrebbe dovuto creare il mondo”, disse. Ma i più intelligenti avvertirono qualcosa di molto strano nei  loro  corpi  e  compresero che  in  ciascuno di noi, anzi,  in ogni  organo,  c’è  una  lotta  continua  tra microorganismi  che,  come veri e propri eserciti, si combattono per mantenere un equilibrio che è appunto la vita. Quando infatti i nostri corpi sono assaliti da virus, o  comunque  da  agenti  estranei  che  possono  provocare  la morte, intervengono  le malattie  per  aggredire  gli invasori,  surriscaldando la  temperatura e scatenando  le difese  immunitarie  fino a quando  lo scontro non termina e si ristabilisce l’armonia necessaria per vivere.  
  Sull’isola,  quindi,  la  gente  ora  moriva  senza  più  passare attraverso  la  lotta  nascosta  e  invisibile, ma  necessaria e  benefica, della  malattia.  Così,  avvertendo  che sarebbero  morti  tutti  in brevissimo  tempo  e  l’isola  sarebbe rimasta  un  cimitero,  prima  di estinguersi  il  capo  e  il  popolo  fecero  in  tempo  a  gridare  al Cielo: “Signore, non stancarti di noi,  ti chiediamo solo più questo  favore: comanda al tuo Angelo della morte di risparmiarci perché possiamo vivere sempre”. Anche quest’ultima richiesta fu accolta e tutti coloro che stavano per morire si ripresero: senza dolore, senza malattia ed ora anche senza la morte. Quasi stentavano a crederlo, ma di fronte all’evidenza non fu possibile contenere un’esplosione di gioia. Dopo essersi  ubriacati  di  festa,  però,  si  guardarono  attorno  e  si  resero conto che l’isola  era  troppo  piccola,  che,  col  tempo,  l’incremento della popolazione non avrebbe  lasciato  spazio per  la coltivazione e che  il  cibo  sarebbe  mancato.  In  ogni  caso,  tutti  si  rallegrarono perché avrebbero vissuto ugualmente, anche senza cibo.  
  E così  iniziò  la  storia  che avrebbe dovuto  essere  la più  felice di quell’isola e del mondo  intero.  Il cibo,  infatti,  si ridusse davvero al minimo  e  così  pure  le  forze  vennero meno. Gli  anziani  pensavano: “Come  sarebbe  stato diverso se  questo  fosse  accaduto  quando eravamo giovani e pieni di vigore ed energia!”.  
  A  causa  della  mancanza  di  cibo  e  di  spazio,  il  capo  avrebbe voluto decretare una legge per bandire definitivamente le nascite dei bambini sull’isola, ma non fu necessario, perché le passioni giovanili per concepire altre vite si erano ormai spente. 
  Passarono  così  alcuni  secoli  e  sull’intera  isola  si  finì  per  non trovare una sola cellula morta. Gli abitanti non si nutrivano più, ma nessun attacco di morte poteva aggredirli. Da circa ottocento anni le notizie  erano  le  stesse. Parlavano  poco,  pensavano  poco.  Non pregavano  più.  Non  sapevano  cosa  chiedere  al  buon  Dio,  perché avevano ricevuto tutto  ciò  che  avevano  domandato. Non  sapevano più ringraziare, perché tutto sembrava loro dovuto. Non piangevano più: nessuna lacrima di dolore poteva avere senso su quei volti. Non ridevano  più:  in  quella  situazione sarebbe  stato  impossibile.  Si guardavano  come  gli  scogli  si  possono  osservare  gli  uni  gli  altri, immobili,  sulle rive del  mare. Avevano  osato  pensare  che  il  loro progetto  della  creazione  sarebbe  stato  migliore  di  quello  di Dio stesso e adesso ne subivano le conseguenze.  
  Anche  i  più  giovani,  che  avevano  ormai  sette  secoli,  non ricordavano più com’era fatto un bambino, né il gioco di rincorrere le onde sulla spiaggia. Poiché non erano morte, le cellule della pelle si  erano  accartocciate  su  tutto  il corpo: a  distanza,  più  che  esseri umani, quelle persone sembravano coccodrilli rinsecchiti dai secoli, benché vivi e coscienti di tutto quel nulla che capitava  loro  intorno. Ma anche l’orgoglio merita un perdono, se domandato a Dio stesso, che è pietoso e misericordioso verso chiunque abbia sbagliato.  
  Così,  un  eremita  di  nome  Ezechiele  fu  invitato  in  sogno  a raggiungere  l’isola,  per  liberare  quel  popolo  da  una condizione insostenibile,  che  era diventata  il più assurdo progetto  sulla  crosta della  terra. A  causa  del  suo  nome, Ezechiele  pensò  di  essere  stato mandato  sull’isola  a  rimettere  il  sangue  nelle  vene  dei  morti  o  a ridistendere  la pelle  e  la  carne  sulle  ossa  aride, ma  ben  presto  si accorse che la sua missione sarebbe stata molto più ardua di quella dell’omonimo profeta.  
  L’eremita  arrivò  insieme  al  sole,  che  continuava  a  dar  vita  – come  aveva  fatto  per  oltre  otto  secoli  –  tutti i giorni,  uguali  e monotoni uno più dell’altro, visto che erano privi di  tutto e persino della morte.  E  domandò  cosa fosse capitato  all’origine  della  loro sventura.  Con  un  fil  di  voce,  i  più  anziani  raccontarono  del naufragio e specialmente del rifiuto di accogliere il progetto di Dio, anche  se  misterioso:  “Avevamo  dovuto  faticare  tanto  per sopravvivere senza mezzi,  tra sofferenze, malattie e morte. Ci parve che  ogni  male  si  fosse  abbattuto  sopra  di  noi  in  modo sproporzionato.  E  ci  lamentammo  all’infinito  di  ciò  che  Dio permetteva nella nostra vita. Ci siamo rifiutati di accettare un mondo fatto così e l’abbiamo implorato di liberarci: vennero l’Angelo della sofferenza,  poi  quello  della malattia  e  infine  della  morte  e  ci concessero  quanto richiesto”.  Mentre  parlavano,  Ezechiele piangeva. Aveva capito che gli toccava scavare sotto quelle cortecce di pelle ancora umane per raggiungere  i cuori, che pure segnavano il ritmo del  tempo: bisognava riscaldarli nuovamente, poiché erano ormai incapaci di amare.  
  Un  uomo  che  non  ama  muore,  ma  essi  non  potevano  morire: questa  era  la  loro  disgrazia.  Da  secoli  non avevano  più  avuto bisogno  di  amare  nessuno,  né  di  essere  amati  per  poter  vivere.  Il loro cuore pulsava il sangue nelle vene e le sinapsi del cervello non si  erano  ancora  addormentate, ma  avevano  disimparato  a  fare  un qualunque servizio per qualcuno, poiché nessuno ne aveva più avuto bisogno.  Su  quell’isola  si  era  disimparato  a  far coraggio,  a consolare,  ad  asciugare  una  lacrima,  perché  di  tutto  questo  per secoli  non  c’era  più  stato  bisogno. Non  si  sapeva  più  perdonare, perché  nessuno  chiedeva  perdono  e  si  era  dimenticato Dio  stesso, pensando che non dovesse più fare nulla.  
  Ezechiele  pregò  e  digiunò  a  lungo.  Poi,  come  a  dei  bambini, insegnò  loro  nuovamente  le  preghiere  del mattino e  della  sera.  E, prendendo a ciascuno la mano destra, gliela portava sulla fronte, sul petto, poi ancora alla  spalla sinistra  e destra.  Infine  ricongiungeva le  loro mani  e  passava  accanto  a  un  altro.  Per  intere  giornate  fu questo l’estenuante  lavoro  di  Ezechiele.  Qualcuno  gli  domandò: “Perché lo fai?”. “Vedi, è il segno della croce e su di essa ci sono la sofferenza  che  voi  avete  rifiutato  e  la  malattia  – vale  a  dire l’infezione, il tetano, l’avvelenamento, il soffocamento – da cui avete voluto  essere  liberati.  E,  ancora,  sulla  croce  c’è  la  morte,  di  cui avete bisogno più di ogni cosa”.  
L’eremita parlava loro, ogni giorno, di Gesù, di come aveva vissuto, amato,  sofferto  ed  era  morto.  Poi  raccontava  la storia  del  terzo giorno,  il  giorno  della  Resurrezione. “Come  sarà  la  vita  dopo  la Resurrezione?”,  gli  chiesero infine. “Lo  sapremo  quando  Lo vedremo faccia a  faccia”. Così Ezechiele prese a gridare: “Pregate e  ripetete  con  me: Signore!”.  “Signore”,  ripeterono.  Poi  urlò:  “I tuoi  pensieri  non  sono  i  nostri”.  E  tutti  insieme  risposero:  “I  tuoi pensieri non  sono  i nostri”. L’uomo di Dio continuò a proclamare, mentre  il popolo ripeteva  le sue parole: “Le  tue strade non sono  le nostre;  Abbiamo  preteso  di  fare  un  mondo  migliore  del  tuo;  Ti chiediamo  perdono;  Manda  i tuoi  Angeli  accanto  a  noi;  Li accoglieremo”.  
  Tre  uomini  vestiti  di  luce  arrivarono  quindi  dal  mare  ed entrarono  sull’isola.  Gli  abitanti,  allora,  iniziarono  a piangere  e continuarono  per  mesi,  mentre  le  fibre  dei  loro corpi,  come cristallizzate,  si  sciolsero  e  il  dolore, entrando  nella  loro  carne,  li abbracciò. Poi  vennero  la  febbre,  il  sudore,  il  respiro  affaticato  di tutte  le malattie, finché il  terzo  Angelo  li  prese  per mano. Mentre stavano morendo  gli  ultimi, Ezechiele  prese  la  corda  della  piccola campana rimasta silenziosa per secoli e iniziò a suonare dapprima i suoni  della  Passione,  poi  della Morte  e  infine  della Festa.  Era  il mattino di Pasqua”.   
 
Prima che spuntasse  il nuovo giorno, appena  terminate  le preghiere, il Padre chiamò Teofilo:  
  «Hai letto il rotolo che ti ho dato?».  
  «Sì,  e  mi  sono  accorto  di  essere  simile  a  un  bambino  che  ha bisogno  di  parabole,  più  che  a  un  adulto-scienziato  in  cerca  di risposte  per  tutto.  Oggi  anch’io  posso rivolgermi  a  Sorella Morte, come la chiamò il caro Francesco, e benedire il suo nome.  
  Dicendoti  che  sono  un  bambino,  riconosco  pure  che  nelle  mie domande ci sono molte ingenuità, ma in ogni caso mi sento capito da Voi al punto da trovarmi a mio agio per qualunque richiesta».