IL DIALOGO DEI MONACI

INTRODUZIONE

pag. 2

Le stelle si vedono solamente dopo che si è fatto buio, dopo la notte dei sensi, dopo la notte del dolore e della disperazione. Le stelle più belle sono quelle del mattino, ma anche le prime che appaiono verso sera e quelle delle notti profonde sulle montagne o nel deserto. Ci sono poi le stelle del giorno, che non si vedono per eccesso di luce: eppure sappiamo che in quel concavo cielo esistono, nelle loro maestose esplosioni. 

Ebbene, le stelle di tutte le galassie dell’universo, nel buio profondo, tracciano una scritta: L’unico errore della vita è non essere santi, cioè non amare ed essere privi della gioia

Mentre guardo il Cielo, non ho la pretesa di fare un altro impianto teologico per parlare di Dio, perché so che anche le Teologie passano. Desidero solamente parlare delle cose di Dio con le domande di un novizio che si è abituato, nella vita, a nutrirsi di risposte vere, ma un poco arrugginite dal tempo; risposte che non necessariamente si limitano a quelle che seguono, ma rappresentano soltanto uno stimolo per continuare a cercare. Proviamo, perciò, a mettere in questione alcune domande un tantino scottanti che, tuttavia, non sono nemmeno le più importanti.

Nel testo s’incontrano, in effetti, parabole e testi più adatti a bambini che a studenti di teologia, quindi appunti spesso privi di una coerenza sintetica, ma pur sempre tracce che possono far riflettere. Vorrei consegnarle a chi ha finito il corso di teologia, a chi studia in seminario o in qualunque università teologica, come una tesi da sviluppare per approfondire le risposte incomplete dello starez. [1]
Il test che segue può servire ad esaminare la maturità teologica dello studente, se questi si cimenterà nel completare o confutare le risposte ancora acerbe o ereticali. Qualora questa tesi non venga sviluppata, il presente lavoro dovrà considerarsi incompiuto. 

[1] “Starez vuol dire maestro e istitutore di Dio, che ha discernimento, che vede i pensieri e i peccati delle persone che gli si rivolgono, una persona che prega per tutti. Starez è colui dal quale si recano le persone per ‘aprire la propria anima’, per piangere il proprio dolore, colui dal quale si aspettano guarigioni e dal quale si spera di ricevere consigli nelle situazioni difficili ed inestricabili.”
(http://www.orthodoxworld.ru/italiano/index.htm).

Capitolo I

TEOFILO SALE SULLA MONTAGNA
pag. 3-13
 
Il viaggio   
  Teofilo  aveva  sentito  che  un  anacoreta  viveva  in  un  piccolo  eremo sulla montagna.  Poiché  era  diventato molto anziano, Teofilo  pensò che avrebbe potuto aver bisogno di qualcuno  che, di  tanto  in  tanto, potesse aiutarlo in qualche piccolo servizio. 
  S’incamminò perciò sul monte ma, con sorpresa, man mano che si avvicinava  all’eremo  che  aveva  intravisto  dalla valle opposta, provava un desiderio folle di andarci per rimanere e non tornare mai più  sui  suoi  passi,  né  dagli  amici,  né  dai genitori.  Sentiva inspiegabilmente che si chiudeva un capitolo della sua vita. 
  Quando  arrivò,  si  prostrò  fino  a  terra  davanti  all’anacoreta  e, invece di dirgli che era andato per offrirgli soltanto qualche servizio, gli confessò:  
  «Padre, sono venuto a vivere con Voi, se mi accetterete».  
  L’occhio acuto dell’anziano colse all’istante che nel giovane c’era un’anima grande e,  senza una parola di  risposta, entrò nell’eremo  e uscì quasi subito. Teneva in mano un abito come il suo e gli disse:  
  «Questo vestito apparteneva a un giovane che era vissuto con me pochi anni e poi aveva raggiunto il Vero Eremo della sua vita. Non ci sono  risposte  perché  il  Signore  abbia chiamato  a  sé  un  uomo  così giovane e abbia ancora  lasciato qui questo vecchio. Eccolo, Teofilo: è  la  tua  nuova  divisa.  Il  cammino  sarà  lungo,  faticoso,  ma  anche 
affascinante e, se lo vuoi, può cominciare oggi stesso». 
  Teofilo baciò quell’abito ed entrò a dividere  il poverissimo pasto che  l’anziano  aveva  preparato  per  sé. 
S’incamminarono  poi  sulla montagna, mentre Teofilo iniziò a raccontare un poco della sua vita e come era arrivato all’eremo. 
  In realtà su quel monte c’erano due eremi, uno per l’anziano uomo di Dio e l’altro per qualche ospite. Il secondo diventò l’abitazione di Teofilo che, il giorno seguente, iniziò a tagliare legna e portare pietre per costruire un terzo eremo per gli ospiti. 
 
Il ramo volante  
  Prima della compieta della sera, lo starez disse a Teofilo:  
«Stai  iniziando  un’avventura  nuova,  affascinato  dal  silenzio,  dal dono  della  preghiera  e  anche  dalla  vita  comunitaria.  Siamo  solo  in due, ma sai che, dove due o più sono riuniti nel nome di Gesù, Egli sta  in  mezzo  a  loro.  Tuttavia,  non  tutto  sarà  festa.  Incontreremo momenti difficili, ma non tali da impedirci il cammino che porta alla contemplazione e alla  “lode  perenne”  a  nome  nostro  e  di  tutta  la Santa  Chiesa.  Ti  lascio  un  rotolo  per  riposarti,  quando  avrai  un momento». 
Stanco per il pesante lavoro della giornata, Teofilo si addormentò, pensando di ritagliarsi un po’ di tempo il giorno seguente, ma prima utilizzò quel testo come meditazione:   

Da  solo,  Ariatide  non  sapeva  cosa  scegliere  di  fare  nella  vita: avrebbe desiderato dipingere e scolpire la gloria di Dio, predicare a tutti  il Vangelo di Gesù o, ancora,  restare a lavorare  i campi con  i suoi  fratelli  e  glorificare  Dio  con una  famiglia  ricca  di  figli, chiedendo al buon Dio di aiutarlo nello scegliere la strada giusta.  
  Un giorno un Angelo gli apparve: “Mi ha mandato il Signore per aiutarti a scegliere come vivere nella vita”. Poi staccò un ramo da un albero e  invitò  il giovane a sedervisi e ad  iniziare un  lungo viaggio per  capire  il  suo  futuro.  Spiegò  ad Ariatide  che  dovunque  avesse desiderato  andare,  il  ramo  l’avrebbe  trasportato  alla  velocità  del pensiero. Prima  di lasciarlo,  l’Angelo  gli  rivelò  che,  al  trentesimo giorno, il ramo si sarebbe nuovamente innestato all’albero d’origine e che lui avrebbe concluso il viaggio. 
  Subito Ariatide  fu  trasportato a Gerusalemme dove, unito a  tanti pellegrini,  baciò  i  luoghi  santi.  Si  spostò  quindi  a Nazareth,  a Betlemme  e,  ricordando  i  Viaggi  di  San Paolo,  volle  raggiungere Atene,  dove  trovò  gli  abitanti  molto occupati;  raggiunse  ancora Efeso, Corinto e, la sera dello stesso giorno, si fermò ad Alessandria d’Egitto. Quasi ubriaco per la gioia di poter correre così in fretta, si rese conto che, pur avendo sorvolato tanti luoghi, di fatto non aveva visto nulla. Decise perciò di  ripercorrerli e  si  fermò con un popolo buono e semplice. Si rese conto che ad Atene, per esempio, avrebbe potuto  studiare  e  acquisire  quella  scienza  che  gli  era  sempre  stata negata nel suo piccolo villaggio. Mentre sostava, tuttavia, pensò che avrebbe potuto  continuare a  fare  il navigatore anche dopo  i trenta giorni concessi dall’Angelo, oppure che avrebbe potuto pescare. 
  Ariatide adorava pescare,  specialmente di notte. Oh,  sì, avrebbe potuto  fare  il pescatore!  Intanto programmò alcuni viaggi a Roma, poi  in  Africa,  e  ancora  nell’Estremo Oriente: l’avevano  sempre affascinato  quei  paesi  sconosciuti. Del  resto,  aveva  ancora  due settimane  a  disposizione  prima  di  poter  scegliere  il  suo  futuro. Decise così di ripassare con più calma sul monte Nebo in Giordania, per poi tornare a Gerusalemme, ma lì vide delle grotte e dei monaci che  pregavano.  Allora  si  avvicinò  e  si  nascose  in  una spaccatura 
della roccia: rimase là per ore e ore, incantato dagli occhi di quegli uomini  che  vedevano  l’invisibile.  I  monaci contemplavano  Dio  e Ariatide contemplava i loro occhi. 
  Il  tempo  passò.  Si  susseguirono  le  settimane  nel  digiuno  e  nella preghiera.  Il  nostro  viaggiatore  dimenticò  di aver  fatto  tanti programmi  di  altrettanti  viaggi.  Il  ramo che  l’aveva  trasportato  si era  già  innestato  da  tempo al  suo  albero  e  Ariatide,  svegliandosi come da un sonno, si presentò all’Archimandrita, che gli domandò:
  «Visto che vuoi venire a vivere con noi, qual è la ragione che più ti spinge a voler essere monaco?».  
  «Ho  provato  tanta  gioia  a  contemplare  gli  occhi  di  coloro  che vedono l’invisibile» rispose Ariatide. 
  «Vorresti vederlo anche tu? Vieni e lo vedrai». 
  Ariatide moltiplicò digiuni e penitenze, ma non riusciva a vedere ciò che desiderava. Dopo alcuni mesi si rivolse a un confratello per chiedere se veramente vedeva l’invisibile e questi gli rispose:  
  «Io no, ma la nostra comunità sì».  
  Poi  lo  domandò  a  un  altro,  ricevendo  la  stessa  risposta.  Andò allora  dall’Archimandrita  per  dirgli  che  si  era sbagliato  e  che pensava di tornare a casa, forse a pescare, ma prima lo ascoltò: 
  «La  comunità  è  un  corpo  che  contempla  l’invisibile.  Tu  puoi essere una mano, un piede. E la mano non vede, ma il corpo di cui fa parte  sì.  Tu  puoi  essere  il  cuore, ma  sai che  batte  giorno  e  notte perché  il  corpo  possa  vedere, anche  se  rimane  al  buio  per  tutta  la vita. Non ti basta?». 
  «Resto – disse Ariatide – anche se non lo vedrò mai». 
  E, in quel momento, gli si aprirono gli occhi.
 
Agostino, monaco di gioia    
  Un paio di giorni dopo, Teofilo si rivolse allo starez:  
  «Padre, mi sembra di non poter più fare a meno di questo luogo».  
  L’anziano,  invece  di  dargli  una  risposta,  si  diresse  verso  un armadio dove teneva altri rotoli forse scritti da lui e ne prese uno, che posò sul tavolo.  
  Teofilo chiese ancora: 
  «Padre, perché mai  –  senza  eccezione per  religiosi  e  consacrati, laici,  sposati  e  no,  celibi  per  scelta  o  per malattia  –  ciascuno  deve incontrare  così  tanta  fatica  per crescere  nell’ascetica,  nell’umiltà  e nella santità?». 
  «Figlio,  ci  sono  tante  risposte  nel  Vangelo,  in  San  Paolo,  nella storia  della  Chiesa  e  nella  nostra  esperienza  personale, ma  oggi  ti vedo  stanco  e  preferisco  farti  leggere  un  altro  rotolo,  che  potrà rilassarti e aiutarti nello stesso tempo». 
  Teofilo guardò il titolo quasi banale: “Agostino, monaco di gioia” e si ritirò a leggere.  
 
Agostino era entrato nel monastero molto giovane. La sua bontà era naturale. Non era  fatica per  lui  il  lavoro pesante nei campi, né era sforzo la preghiera prolungata, anzi più tempo poteva dedicarle, più si  rallegrava.  Essere  povero, casto  e  ubbidiente  non  gli  era  mai 
costato  più  di  tanto:  per  indole  era  staccato  dalle  cose  di  questo mondo, né aveva pensieri e desideri per sé, ma solo per il bene degli altri e considerava che ubbidire a un superiore gli rendesse ancora più facile la vita.  
  Aveva  parlato  di  queste  cose  con  l’Abate  –  anche  perché  si avvicinava la scelta dei Voti perpetui – e spiegato come aveva potuto che la vita per lui nel monastero presentava soltanto aspetti positivi. Aveva  cercato  di  digiunare, ma  si  era  accorto  che  i  monaci iniziavano a nutrire una grande stima per lui, perciò aveva smesso e cercato  di apparire  il più  possibile  come  gli  altri,  per  evitare  ogni speciale considerazione.  
  L’Abate  voleva  aiutarlo  nella  sua  vita  ascetica,  ma  si  rendeva conto  che  nulla  poteva  turbarlo.  Per  offrirgli qualche  possibilità, chiamò perciò il monaco Daniele e gli disse: 
  “Per  ubbidienza,  da  domani  cercherai  di  trattare  nel  modo peggiore  Agostino:  nel  monastero  non  incontra nessuna  fatica  e dobbiamo  aiutarlo  a  scontrarsi  con  una realtà  avversa,  affinché possa santificarsi superandola”.  
  Daniele chinò la testa e sussurrò appena:  
  “Proprio a me doveva chiedere questo? A me,  che gli  sono così amico? Comunque ubbidisco”.  
  L’Abate soggiunse: 
  “Più  riuscirai  ad  essere  crudele,  più  farai  l’ubbidienza  e  più aiuterai Agostino”. 
  Si  lasciarono. Andarono  a  pregare  la  compieta,  poi  a  riposare, ma  a Daniele  il  sonno  non venne.  Il mattino seguente,  iniziando  il lavoro,  appena  passò  accanto  ad  Agostino,  gli  diede  due  schiaffi violenti e senza ragione, tanto da lasciarlo per un momento stordito. 
Nessuno dei due disse una parola e ciascuno andò al proprio lavoro, ma Agostino si domandò: “Che cosa vorrà dirmi Dio con questo?”. Fece  un  lungo  esame  di  coscienza  e,  non trovando  particolari mancanze,  cercò  di  aumentare  la sua  attenzione  nel  non  offendere nessuno.  Tuttavia,  quando  lo  rincontrò  nel  pomeriggio, Daniele  lo insultò ancora: 
  “Ti rendi conto di quando sei idiota?”. E se ne andò.  
  Nella notte, Daniele pianse  tutte  le sue  lacrime e Agostino pregò per  il  suo  amico,  diventato  avversario  per qualche  inspiegabile ragione: “Certamente passa un momento molto difficile:  lo aiuterò con la preghiera, pensava”. 
  Il giorno dopo Daniele cercò di essere meno grossolano, ma più tagliente:  
  “Non  sono  arrabbiato  con  te,  vorrei  solo  che  ti  svegliassi  un poco. Stai fingendo di essere buono, il migliore, per farti apprezzare. Se  ne  accorgono  tutti  e  ridono  di  questo tuo  modo  di  fare.  Sei diventato la barzelletta del monastero”.  
  Agostino non ebbe  il  tempo di  ragionare per dargli una  risposta prima che scappasse quasi furioso.  
  Dopo una settimana, Daniele andò dall’Abate:  
  “Fin  quando  dovrò  massacrare  l’anima  di  Agostino  in  questo modo?”.  
  “Continua” fu la sua risposta. 
  Anche Agostino confidò all’Abate:  
  “Padre,  sono  molto  preoccupato  per  il  fratello  Daniele. Probabilmente  passa  un  momento  difficile.  Preghi  molto per  lui, faccia pregare e, se può, lo aiuti”.
  Si lasciarono. L’Abate, poi, per evitare che Agostino pensasse che il problema potesse essere Daniele, chiamò altri due monaci e altri due ancora, ai quali diede lo stesso incarico. Quando Agostino capì che  non  era  Daniele,  né  gli  altri  che nel  frattempo  avevano cominciato a farlo soffrire, pensò che il problema fosse tra lui e Dio stesso. A quel punto,  si rallegrò molto per aver qualcosa da offrire che  prima  gli  era  mancato  e  cominciò  a  pregare:  “Signore,  cosa posso aver fatto di tanto bello, santo e gradito a Te, per meritare di avere qualche  lacrima da aggiungere al  tuo  sangue per la  salvezza del mondo?”. E così gioiva ogni volta di più, nelle sue umiliazioni. 
  Qualche  tempo  dopo,  l’Abate  gli  disse  che  il  giorno  seguente avrebbe  dovuto  lasciare  il  monastero.  Non  fu richiesta  nessuna spiegazione. Il giovane baciò  i piedi del suo Superiore, con  il quale non  aveva  mai  discusso l’ubbidienza,  e  passò  l’intera  notte  in ginocchio  davanti  all’altare  per  dire  grazie.  Finalmente  gli  veniva chiesta la fraternità, il dono più grande che aveva ricevuto nella vita. 
  Se Dio chiedeva questo, certamente aveva un senso. E passò tutto il  tempo  a  ringraziare  di  poter  offrire.  Prima che  suonasse  la campana  per  svegliare  il  monastero,  si alzò in  piedi  e  intonò  il Magnificat  a  voce  alta, pensando di  essere  solo  nella  chiesa,  ma subito  il  suo  canto  diventò  un  coro  fatto  di  canto  e  lacrime:  era  il coro di   tutta la  fraternità che, per  l’intera notte, senza che  lui se ne accorgesse, aveva vegliato e pregato per lui nella stessa chiesa.   
  Quando  si  rese  conto  di  ciò  che  era  capitato,  prima  di  voltarsi indietro e rallegrarsi per tutta quella solidarietà, tirò su il cappuccio e  abbassò  la  testa, mentre s’incamminava per  uscire. L’Abate,  che l’aspettava per salutarlo, appena varcata la soglia, gli disse:  
  “Dalla porta che hai appena lasciato finisce il monastero ‘dentro le mura’ e inizia quello ‘fuori le mura’. Resterai appena 40 giorni in questo monastero senza mura, né porte, né finestre. Se non riuscirai a vivere se non recluso, dovrò chiederti di lasciarlo e non potrai più restare con noi. Se dopo 40 giorni  tornerai, ci comunicheremo se  ti ha avvicinato di più a Dio e ai fratelli  il monastero  fuori  le mura o quello dentro. Mi consegnerai la risposta di Dio e la tua e le firmerò per l’inizio della tua nuova avventura”. 

Mentre Teofilo leggeva quelle righe, si rendeva conto del rischio che correva anche lui, cioè di non essere quasi più capace di vivere senza quell’eremo  sulla  montagna,  e,  intanto, avvertiva  la  necessità  di dover essere più libero nei confronti di quello stato di vita che stava scegliendo. Allo  stesso  tempo,  percepiva  la  grandezza  del  dono  di poter dedicare tutta la vita alla preghiera, alla meditazione, accanto a un anziano che poteva guidarlo all’eterno abbraccio con Dio. Eppure, di tanto  in  tanto,  era  scosso  dal  timore  di  perderlo. Perciò, riconsegnando il rotolo, ammise:  
  «Padre, sono attanagliato da una  tristezza  infinita. Voi sapete che spesso  i  dubbi,  le  paure  e  persino  le  angosce entrano  con  molta facilità  dentro  le mura  del mio  eremo interiore  e  la  scorsa  sera  ho pianto  tanto. Mi ha  invaso  il timore di esserne  indegno e di doverlo lasciare, perdendo l’occasione di fare un cammino così prezioso e, in definitiva, di perdere l’abbraccio eterno di Dio, la vita eterna». 
  «E  per  quale  ragione  Dio  dovrebbe  negarti  il  dono  della  vita eterna?». 
  «Nella mia vita ho sempre desiderato amare, ma mi sembra di non esserci mai  riuscito. Avrei voluto avere un affetto di fuoco, quando m’inginocchiavo  di  fronte  al  Signore o quand’ero vicino  a  un compagno  di  viaggio,  ma  mi  sono sempre  trovato  con  un  cuore assiderato, un pezzo di ghiaccio. Temo, Padre, di non aver mai amato nessuno.  Proprio per  questa mia  debolezza  sento  tanto  più  forte  il desiderio di poterLo abbracciare  intensamente e per sempre almeno dopo la morte, e in Lui abbracciare l’affetto del mondo intero.  
  Padre, vorrei avere la stessa passione, anzi infinitamente più forte, di quel giovane che mi ha confidato: “Non desidero altro che correre, correre e  raggiungere  lei, poi  abbracciarla stretta e poterle dire  ‘Sei tutta  mia’.  Anch’io  vorrei correre  da  Lui,  il  mio  Signore,  per abbracciarlo con tutto me stesso, dicendoGli: “Sono tutto tuo”. E non staccarmi  più per l’eternità.  È  un  desiderio  tanto  grande,  che  sono stato assalito dal timore di perdere questo dono. Non ho alcun diritto di pretendere un simile regalo. Me lo darà certo come mi ha regalato la vita, ma se non me  l’avesse data, avrei forse potuto emergere dal nulla e vantare una qualche pretesa per averla? E se, dopo la morte, il mio  cuore  ghiacciato  fosse incapace  di  accogliere  quell’abbraccio, quale diritto potrei presentare?». 
  «Ma Gesù Cristo non è morto per te? Non ha dato la vita per te?». 
  «Sì,  certo, Lui mi  ha  dato  tutto, ma  sono  io  che  non  sono  stato capace di aprire le mani. Lui ha inondato di luce la mia casa per anni, ma a me sembra di non aver mai aperto le finestre. Se  il Signore mi negasse  questo  abbraccio,  che sempre  di  più  desidero,  non  sarebbe Lui  in  torto, ma  io,  perché  non mi  sono  allenato  ad  abbracciare  e potrei trovarmi in quel momento con le braccia paralizzate». 
  «Teofilo, sei  troppo distante dal capire cos’è un cuore di Dio che vuol solo bene. Vai a riposare,  ti richiamerò per continuare  il nostro dialogo.  Ti  lascio  la  benedizione  e  una  sola parola:  Ricordati  che tutte  le  fibre  più  segrete del tuo  corpo  e  del  tuo  spirito  sono  state amate da Lui e quando Lui ama anche solo una pietra, quella non si può  più staccare  da  Lui  e  diventerà  una  pietra  dei  Cieli  nuovi  e Terra nuova per tutta l’eternità. Buonanotte» e gli lasciò rotolare tra le mani un testo, che subito raccolse.  
  «Grazie,  Padre,  per  l’ultima  risposta  che mi  avete  appena  dato, forse è la parola di cui avevo bisogno». 
  Poi  s’inginocchiò,  baciò  la  terra,  fece  il  segno  della  croce  e  si congedò. Era  stanco, ma non poté  resistere alla tentazione di  aprire quel rotolo e leggerlo. Il  titolo, “Lettera a una margherita”, gli parve strano.  Non  immaginava  certo quale  messaggio  potesse  portargli, comunque non solo lo lesse, ma si fermò a lungo a meditarlo. 
 
Lettera a una margherita                            
  Carissima margherita,  
  questa mattina, passandoti vicino mentre meditavo sulla creazione, ti  ho  detto  qualcosa  che  avrebbe  potuto stupirti:  “Lo  sai  che  stai dipingendo icone?”. E tu non ti sei distratta, sei rimasta immobile, te stessa,  in  assoluto silenzio,  con  i  tuoi  quattordici  petali,  ad assaporare la vita e la presenza di un amico che adesso sta vicino a te, e ti scrive una lettera. 
  Da alcuni giorni sto pensando a una nuova immagine, a un nuovo volto  per  un’icona  che  aiuti  a  pregare.  Oggi  mi sono  preso  una giornata di riposo e ho incontrato te. Ti ho detto che stai dipingendo icone anche  tu. Lo  sapevi? No, non  lo  sapevi  e non potevi  saperlo, però questa affermazione è tanto vera come è vero che io esisto. Tu, che  fiorisci per un momento,  sei  una  piccola  parte  dell’universo  e, quindi, del mio corpo. Esso,  infatti, non è solo  la mia  testa, con gli occhi che ti guardano, o i miei piedi, che sono venuti fin qui da te. E i  miei  polmoni  non  sono  chiusi  dentro  una cassa  toracica,  ma  si propagano  nell’aria,  fino  alle  foglie  degli  alberi  che  stanno producendo  l’ossigeno  raccolto nel vento  e  fatto  circolare  da temperature  diverse.  Anche  le  tue  foglioline  hanno  prodotto  una piccola  porzione di  questo  ossigeno.  I  miei  polmoni,  perciò,  si estendono abbracciando  tutta  l’atmosfera con  la pressione prodotta dalle masse e quindi dalla terra stessa: nessun granellino di sabbia è escluso dal formarli. Così il mio corpo, radicato in tutte le piante che stanno producendo frutti per la sua vita, è in realtà una piccolissima parte del mio corpo più grande, l’universo. 
  Cara  margherita,  potresti  pensare  di  essere  tanto  staccata  e distante da me da non riuscire a immaginare di essere parte del mio corpo.  Cercherò  di  spiegarmi  meglio:  le mie  mani  non  pensano, eppure  anch’esse  stanno dipingendo  icone;  voglio  dire  che  fanno parte di un corpo che sta dipingendo per compiere la sua missione. I miei piedi,  il mio sangue,  i  miei  tendini  sono  in  qualche  modo materia non pensante, ma fanno parte di un corpo che sta pensando e scrivendo una lettera a te, cara margherita. 
  Ecco,  i  pochi  capelli  rimasti  stanno  pure  pensando  a  questa nuova icona, al punto che finiscono per diventare bianchi o staccarsi del tutto a causa della stanchezza e del tempo che passa, ma dire che i miei  capelli  stanno pensando e dipingendo  è  tanto  vero quanto  il fatto che lo sto dicendo a te. Guarda: ne ho staccati un paio e te li ho messi vicino, perché tu possa capire meglio. Essi erano parte del mio corpo prima e adesso continuano ad esserlo allo stesso modo, anche se ora sono un poco più distanti. Potrei addirittura trapiantarli.  
  Come  vedi, noi  siamo un  corpo  solo. Per questo mi  sento molto responsabile quando compio una qualsiasi azione. Quando riesco ad allungare  la mano a qualcuno che ha inciampato ed è caduto, so di prestare questa mano all’intero universo, per rialzare un’altra parte di me. E, allo stesso modo, quando reco qualche danno alla vita, sto obbligando l’intero universo a uccidere una parte di noi.  
  Cara margherita, non esiste uccisione che non sia suicidio! Ti ho detto queste cose per ripeterle a me stesso. È arrivato il primo vento della  sera  e  fra  poco  dovremo  interrompere questo  momento  di grazia. Lascia che ti racconti una storia bellissima di cui tu fai parte. 
           
  «C’era una volta Dio, o meglio c’è sempre stato e ci sarà sempre. Ebbene, questo Dio  fece un  sogno e  lo amò  tanto da  farlo esistere: ed ecco il meraviglioso universo di cui noi facciamo parte. All’inizio, il fuoco, le rocce, le acque, le stelle, i venti, i lampi e i tuoni… tutto quanto era  l’affetto di Dio cristallizzato e diventato visibile. Ma Lui non  si accontentò  di questo meraviglioso  universo  e  lo  volle  vivo: con linfa, radici, fiori e frutti. Così il mondo imparò a esistere come vivente; accompagnato dalle paterne mani di Dio, imparò a nascere attraverso le sue foreste; imparò a vivere e a morire, per rinascere e rinascere  in  una  danza  di  vita  senza  fine. E  poi  la  nascita  di  ogni essere vivente  produceva altra  vita  moltiplicandosi,  mentre  i  fiori che  morivano  lasciavano  semplicemente  spazio  ad altri boccioli preparati per celebrare la festa della vita.  
  Ma  il  progetto  di Dio  andava  oltre. Voleva  il  suo  universo  con sangue,  carne  e  occhi  per  vedere  e,  come  le pietre  rotolavano  sul letto  del  fiume  pur  facendo  sempre parte  del  grande  corpo  del mondo,  così  alcuni  pezzi  di questo mondo  si  staccarono,  tagliando infiniti cordoni ombelicali, e cominciarono a muoversi.  
  Pezzi del mondo cominciarono a correre per raggiungere il cibo; il mondo  cominciò  a  volare  con  le  ali  degli  uccelli e con  i  colori infiniti  delle  farfalle,  fino  a  quando  questo universo  benedetto, accompagnato  con  sempre  maggiore attenzione  dal  buon  Dio,  da corpo  diventò  corpo  e  anima;  e  infine  corpo  anima  e  spirito, destinato a vivere l’eterna storia di Dio e quindi capace di pensare e d’inginocchiarsi di fronte a suo Padre per dirgli: “Grazie”. 
  Certo  che  la  morte  del  più  piccolo  degli  insetti,  come  del  più anziano degli uomini, poteva  turbare Dio, ma come avrebbe potuto rinunciare  a  vedere  il  Suo  universo trasformarsi  in  bambino  che nasce, cresce e corre sulla faccia della terra? Avendo Lui soffiato il Suo  spirito  nel  cuore  del mondo  ed  essendo  il mondo  diventato  un Suo  figlio vivente, capace di cantare grazie eternamente, Dio pensò che, per  vivere una  storia  così  importante e coinvolgente, era bene dare all’uomo la possibilità di scegliere di far parte di questa eterna avventura  o  no,  proprio  perché  la responsabilità  era  diventata grande. Così l’uomo, combattuto tra la scelta di esistere con grande dignità e responsabilità e quella più comoda e facile di non esistere, cioè di lasciarsi morire, spesso cominciò a scegliere la seconda. 
Questa  pigrizia  di  vivere,  di  fare  il  bene,  che  chiamiamo  ‘peccato’ turbò  veramente  il  cuore di Dio. E,  visto  che l’uomo ammucchiava peccato  su peccato  senza aver più  la forza di  rialzarsi, di  chiedere perdono e di essere riammesso a far parte dell’eterna storia di Dio, Da quel momento  l’universo diventò  il corpo della seconda persona 
della Trinità santissima».  
 
  Capisci, margherita, perché ti scrivo? Questi era Gesù, il Cristo: con la sua testimonianza ci insegnò nuovamente come combattere la pigrizia di fare il bene, la pigrizia di vivere e ci rieducò a rialzarci e a scegliere di vivere ancora. 
  Cara margherita, scusami se ho scritto cose che interessano forse più a me;  tu non ne avevi bisogno, ma grazie per avermi ascoltato. Ormai  è  tardi,  è molto  tardi;  e  adesso anche  tu,  per  ubbidire  alle leggi  del  nostro  corpo,  hai chiuso  la  tua  testa  tra  i  petali  e  ti  sei faranno  tutte  le margherite  e  tutti  i miei  fratelli  e  sorelle,  infine si addormenterà tutto il mondo, cioè l’intero nostro corpo. 
  Ma,  cara  margherita,  ci  attende  un  risveglio:  il  risveglio dell’intero  universo,  perché Dio  vorrà  far  rinascere l’intero  corpo del  suo Figlio  e  allora  esploderanno Cieli  nuovi  e Terra  nuova  ad ospitare la nuova Creazione: noi. Buonanotte.